"Oggi 1mo dell'anno 1900 sfida i rigori più tensi del freddo in una lugubre e lorda baracca Giordani Luigi in conpagnia di altri 13 Friulani stando sempre allegri in aspettativa di un avenire prospero e lucroso. Stà quindi à Dio il affretarcelo quale noi tutti gli rendiamo unito i ringraziamenti, anche il quore. Massavoja (1) -Siberia".
Così ha scritto Vigj Miòt, di Ursinins Piccolo, nell'ultima pagina del "Manuale del Parrocchiano di Buja", il libro di preghiere che aveva portato nel tascapane di sacco fino in quell'angolo sperduto della terra, sulla grande ansa meridionale del Baikal (2).
Come lui, più di seicento friulani (3) avevano lasciato la propria casa per dare il meglio di sé nella costruzione della Transiberiana (4), la ferrovia lunga 9434 chilometri, che lo zar Alessandro III aveva voluto per collegare Mosca con Vladivostok, sul Pacifico.
Un'impresa grandiosa, dove gli uomini non bastavano mai! Accanto ad operai russi, tedeschi, rumeni, polacchi, italiani, lavoravano kirkisi, calmucchi, tartari, mongoli, cinesi, brujati, kazaki, tutti spinti in quella regione fredda e sterminata dalla miseria e dalle correnti irresistibili della sorte.
I friulani in cerca di fortuna, impiegavano anche quaranta giorni per raggiungere il cantiere al quale erano destinati... Partivano con il treno da Gemona alla volta di Mosca, da qui proseguivano per Celjabinsk, in Siberia. Alla stazione di posta li aspettavano carri con le ruote sconnesse, vecchie carrozze, slitte traballanti, con questi mezzi si avventuravano lungo il trakt, la pista dove i cavalli in inverno affondavano nella neve,, mentre in estate sollevavano nuvole di polvere.
L'interminabile convoglio, scortato da soldati a cavallo, per giorni e giorni correva nel buio della foresta, infestata da bande di predoni e da branchi di lupi.
Per arrivare al posto di lavoro, spesso gli operai dovevano servirsi anche di chiatte improvvisate, di barche, oppure erano costretti a camminare per molte verste (5) in mezzo alla steppa sconfinata...
Dal paese, assieme agli attrezzi del mestiere che legavano alla cintura o lasciavano pendere dalla spalla, portavano gli indumenti tessuti dalle donne di casa, qualche oggetto caro e delle fotografie da guardare quando la nostalgia diventava più forte.
Vigj Miòt, lasciando Ursinins Piccolo, tra le sue povere cose, aveva messo il libro di preghiere che Monsignor Venier aveva voluto, come "novella prova" del suo affetto per gli "amatissimi parrocchiani".
La sera, dopo una giornata di duro lavoro, quando Vigj si gettava sul pagliericcio, nella sua "lugubre e lorda baracca", forse trovava la forza per aprire quel libro, per leggere qualche pagina, per sentire che il "suo" Dio non era rimasto a Buja, ma lo aveva seguito sin nel cuore della Siberia e lo aiutava, lo proteggeva...
Aldilà degli Urali non esistevano un Consolato italiano, né altre autorità a cui potersi rivolgere in caso di bisogno. A Irkutsk, però, da anni viveva con il marito, l'ingegner Floriani di Nimis, una friulana veramente eccezionale: la contessa Rina di Brazzà Savorgnan Cergneu.
Chi si ammalava gravemente, chi incappava nelle maglie della giustizia, chi non conosceva le pratiche necessarie per tenere in regola i documenti, chi, in altre parole, si "trovava nei pasticci", sapeva di poter sempre contare su di lei.
Sulla "Patria del Friuli" del 14 maggio 1911, la nobildonna è così descritta: "Benché attempata, la si trova dappertutto, sempre pronta a sorreggere ad aiutare coll'opera e col consiglio un suo connazionale. E tanto è l'affetto ed il rispetto conquistatosi tra la colonia che per antonomasia la chiamano col dolce appellativo di "Mamma degli Italiani". Ha lo slancio della giovinezza, riverita e rispettata da tutte le autorità russe, fa quanto e più di un agente consolare, poiché dà tutta se stessa senza restrizione, per tutto ciò che le richiama la patria lontana.
Ed è giusto che si sappia, che si conosca almeno quest'umile eroina che sa esplicare in terre remote ed inospitali, tutto un tesoro di bontà, d'abnegazione, di sacrificio, trascurando i propri interessi quando trattasi di un operaio, e coltissima fa propaganda del sublime suo ideale: la lingua e la terra d'Italia".
Scalpellini, boscaioli, muratori, carpentieri, fabbri, sterratori, segantini... per tutti c'era lavoro in Siberia! Per costruire la ferrovia si dovevano riempire di terra enormi acquitrini, abbattere a colpi di scure, nella tajga (6) senza fine, una fascia di foresta larga più di cento arscine (7), e poi rettificare il terreno disboscato, innalzare viadotti e ponti su fiumi imponenti, preparare terrapieni e muri di contenimento, scavare gallerie in rocce più dure del granito...
Proprio facendo volare nuvole di schegge, ha consumato la sua vita Vigj Miòt, a Myssowaja, sulla grande curva del Baikal !
Qui i turni di lavoro erano particolarmente faticosi a causa, soprattutto, dello stillicidio di acqua gelida che, scendendo dall'interno della montagna a picco sul lago, inzuppava i vestiti degli scalpellini ed intirizziva gli arti.
La paga giornaliera variava dai 6 ai 7 rubli, chi voleva guadagnare qualche cosa in più, terminate le ore in galleria, andava a squadrare pietre all'interno di enormi capannoni, dove ristagnava la polvere prodotta da decine e decine di scalpelli, polvere che respirata, giorno dopo giorno, causava la silicosi.
Il gruppo di lavoro, "la compagnia", era formato da quindici a ventiquattro uomini.
Ad ogni piccolo gruppo di operai, venivano affiancati parecchi condannati ai lavori forzati, delinquenti comuni o esiliati politici, che lavoravano con le catene ai piedi, per pochi copechi. La vita in Siberia era dura per tutti, non solo per i condannati!
In inverno la temperatura scendeva anche a più di quaranta gradi sotto zero, mentre in estate bisognava proteggersi il volto con un velo a causa delle zanzare.
Terribili erano, poi, i giorni nei quali soffiava il sarma, il freddissimo vento del nord, capace di spaccare persino lastroni di ghiaccio spessi due arscine. Sulla pista invernale che attraversava il Baikal, prima dell'apertura della ferrovia lungo la curva meridionale, a volte si aprivano, tra sinistri scricchiolii e forti boati, fenditure della lunghezza di qualche chilometro ed allora cavalli, carrozze, taràntas (8), slitte, conducenti, ogni cosa scompariva sotto la crosta di ghiaccio...
"Per mandare innanzi le costruzioni nei mesi più rigidi, si copriva con vaste baracche il terreno di un intero manufatto: dovendo gettare le basi di un ponte, si perforava il ghiaccio del fiume per calarvi sul fondo i cassoni pneumatici. Ed entro le capanne illuminate e riscaldate e sotto la corrente a pressione d'aria, si scavava e si innalzavano pilastri, mettendo in opera i blocchi di granito squadrati. Il gelo esterno esigeva che la pietra medesima fosse tenuta a riparo per farle riacquistare una temperatura che la rendesse adatta al lavoro. "Pietra lavorata dappertutto!" ripetevano i reduci dalle cave di Solowina, di Otoman, di Birjussa, di Kamorova. E trattavasi di un granito così duro che la sera essi avevano braccia e mani intormentiti e gonfi per lo strapazzo" (9).
Nel 1906, il grande sogno dello zar Alessandro III era diventato finalmente realtà: la strada ferrata collegava Mosca con Vladivostok!
Il treno con il grande camino ad imbuto, rimorchiato da pittoresche locomotive dipinte di rosso e di verde, provviste di un monumentale schiacciasassi, procedeva sferragliando attraverso l'immensa Siberia, su rotaie ancora prive di massicciata!
Terminati i lavori sul troncone principale della Transiberiana e sulle sue diramazioni più importanti, quasi tutti i nostri operai sono saliti proprio su questo treno per ritornare a casa.
Indossavano berretti di pelliccia, giubbotti imbottiti di pelle di pecora, ai piedi avevano valenki (10) di cuoio e di feltro, soprattutto tenevano ben stretti i bigliettoni di carta con l'effigie di Caterina e di Alessandro III. Appena arrivati alla stazione di Mosca, però, si precipitavano a cambiarli in marenghi-oro o polvere d'oro, perché in Italia i rubli non avevano corso legale, se non eccezionalmente a Trieste sul mercato libero.
Da anni la vita politica interna della Russia era contrassegnata da pericolose tensioni che, da un momento all'altro, avrebbero potuto sfociare in una vera e propria rivolta. Persistevano il disagio dei contadini, troppo poco accontentati nelle loro aspirazioni, il malumore della borghesia liberaleggiante, ma soprattutto si stavano diffondendo, con crescente forza di penetrazione, le idee socialiste, nella loro forma estrema.
Non c'era villaggio che non fosse profondamente scontento della propria situazione, che non sentisse il bisogno, l'urgenza di un cambiamento, che non nascondesse in fondo al suo animo collettivo il desiderio di impadronirsi di tutta la terra dei nobili e dei kulaki (11).
Il regime assoluto, poi, sorretto da una burocrazia macchinosa e troppe volte disonesta, mancava di chiarezza e di decisione.
Per questo, quando nel 1917, la Rivoluzione è scoppiata in tutta la sua tragicità, nella Grande Madre Russia la vita è diventata veramente difficile per tutti, soprattutto per gli stranieri che, come Vigj, non erano riusciti a lasciare il Paese per tempo.
Non so come egli abbia vissuto questa terribile esperienza, se abbia potuto lavorare in qualche villaggio, continuando a spendere le sue energie e la sua salute o se sia stato rinchiuso in uno dei tanti campi di concentramento sparsi in Siberia, quello che so per certo è che il desiderio che aveva espresso il giorno di Capodanno del 1900, per lui non è mai diventato realtà. Il suo non è stato un "avenire prospero e lucroso", tutt'altro...
Dopo aver passato chissà quante peripezie, dopo aver camminato per chissà quante verste, finalmente i primi giorni di marzo del 1920, Vigj è riuscito ad imbarcarsi sulla Texas Maru (12), una nave giapponese che, partita da Vladivostok, faceva rotta alla volta dell'Italia, dove lui, però, non è mai arrivato... Il 7 luglio, invece, al Comune di Buja, è giunta la seguente comunicazione:
"L'anno millenovecentoventi ed addì venti del mese di marzo nell'infermeria a bordo del piroscafo "Texas Maru" nella posizione: lat. 5° 34' N - long. 83° 08' mancava ai vivi alle ore due e trenta minuti pomeridiane in età di anni sessantadue il cittadino italiano Giordani Luigi nativo di Buja provincia di Udine, figlio di fu Vincenzo, morto in seguito a tubercolosi polmonare e calato in mare a lat. 5° 38' N - long. 82° 10' e come consta dall'attestazione delle persone a pie del presente sottoscritte: Il medico di Bordo Zamper Luigi Il Comandante il trasporto Capitano dei C.C.R.R. S. De Mattei" (13).
Sulle onde profonde e piene di fascino dell'Oceano Indiano, sotto la luce abbagliante del sole, si è chiusa la giornata umana di Vigj Miòt. I suoi sogni, le sue ansie, le sue illusioni, i suoi affetti si sono intrecciati, si sono sovrapposti, diventando un "momento" dell'eterno colloquio con Dio.
Note:
1. Myssowaja (e non Massavoja come ha scritto Vigj Miòt) si trova a Sud Est della città di Irkutsk, proprio sulla grande curva del Bajkal.
2. L'ansa meridionale del Bajkal è lunga circa 260 km, mentre il lago ha una superficie di 31.500 kmq, come dire la Lombardia ed il Friuli-Venezia Giulia messi assieme.
3. I friulani che hanno lavorato alla costruzione della Transiberiana venivano soprattutto da Vito d'Asio, Clauzetto (in particolare dalla frazione di Pradis), Anduins, Casiacco, Tramonti, Spilimbergo, Forgaria, Cornino Pinzano, Osoppo, Trasaghis, Montenars, Artegna, Ciseriis, Nimis, Buja, Majano, San Daniele. In particolare a Bòlsciaja Sciumìca, hanno lavorato: Aita Agostino, di Francesco, nato a Buja nel 1860 - scalpellino e Garbeza Enrico, di Giovanni, nato a Buja nel 1873 - muratore. Hanno lavorato in Siberia anche Domenico Perini, chei de Madaline e chei de Felisse, tutti di Madonna, in Manciuria Giovanni Eustacchio Zorzon, di Urbignacco.
4. La Transiberiana, incominciata nel 1891 a Vladivostok, sul Pacifico e nel 1892 a Celjabinsk, nei pressi della frontiera con l'Europa, ha una lunghezza complessiva di 9434 chilometri. Particolarmente difficile è stato il lavoro sulla grande curva meridionale del, Baikal, a causa della natura rocciosa del terreno, il tratto da Irkutsk a Myssowaja, lungo 260 km., è stato portato a termine nel 1904. I lavori sul ramo principale della ferrovia sono continuati fino al 1906. Il percorso era il seguente: Sverdlovsk - Omsk - Novo Sibirsk - Krasnojarsk - Tajset - Irkutsk - Ulan Ude - Cita - Mogoca - Svobodny - Habarovsk - Vladivostok.
5. Versta russa = misura lineare corrispondente a m. 1066,78.
6. Foresta immensa fatta soprattutto di abeti bianchi e rossi, di larici, di cedri, di betulle, dove vivevano lupi, orsi, volpi, tigri siberiane, ermellini, zibellini, ghiri, marmotte, scoiattoli, galli cedroni, pernici di monte...
7. Arscina = misura lineare corrispondente a m. 0,711.
8. Carrozza da viaggio senza molle, tirata da cavalli.
9. L. Zanini, "Friuli Migrante", Doretti, Udine, 1964, pag. 75.
10. Stivali in feltro con parti in cuoio.
11. Contadini ricchi, dotati di piccole e medie proprietà, che sfruttavano il lavoro altrui.
12. La nave, varata nel 1920 da Harima Dockyard Company, O'Harima, pesava 6786 tonnellate. Le sue dimensioni erano: lunghezza 425,0 piedi, larghezza 53,6 piedi, profondità 37,5 piedi. Registrata nel porto di Kobe, batteva bandiera giapponese. La prima proprietaria della "Texas Maru", è stata la Compagnia Kokusai Kisen Kabushiki Kaisha, che però non ha avuto lunga vita. Nel 1929 la nave è stata venduta a Chugai Shosen K.K. e ribattezzata "Tamaho Maru". Il 2 gennaio 1932, durante un viaggio da Vancouver ad Osaka, è stata vista andare alla deriva da una nave da carico. La "Tamaho Maru" si trovava a 49° lat. N e 179° long. W. Sui registri della Casulaty Records non ci sono ulteriori informazioni.
13. La comunicazione della morte di Giordani Luigi è stata trascritta al n° 22 - parte II - Serie C del registro degli atti di morte dell'anno 1920, da Miani Celestino, ufficiale dello Stato Civile per le nascite e morti della Casa Comunale di Buja. Eseguita la trascrizione e messo il proprio visto, l'impiegato ha inserito la copia autentica dell'atto di morte, ricevuta dal "Comandante il trasporto del piroscafo "Texas Maru"", nel volume degli allegati. Era "l'anno millenovecentoventi, addì sette di luglio a ore pomeridiane tre e minuti dieci".
UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE A ROMAIN RODARO PER L'IMPEGNO E LA SERIETÀ CON CUI HA LAVORATO A PARIGI, PRESSO GLI ARCHIVI DEL MINISTERO DELLA GUERRA FRANCESE, PER TROVARE NOTIZIE RELATIVE ALLA "TEXAS MARU".