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Ricordo di Angelo Calligaro

Angjelin di Mont 1920-1996

di Marisa Comoretto

 

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Chi l’ha conosciuto, lo ricorda come un alpino orgoglioso che amava raccontare momenti diversi della sua storia personale, aneddoti e storie allegre; ballava con passione, lavorava alacremente e gustava volentieri un buon bicchiere di vino in compagnia. Ciò che molti non sanno è che adorava il proprio borgo, apprezzava la musica, scriveva, amava la natura e gli animali.

La sua vita fu, a dir poco, avventurosa. Primo di cinque figli, quando nacque nel 1920, pesava quasi cinque chili e così lo chiamarono “boç” (bambino paffuto e rubicondo).

Il padre era emigrato in Francia e mandava a casa quel poco che riusciva a guadagnare. La madre lavorava in casa, nell’orto, nei campi e si affannava ad allevare cinque figli.

Dopo aver frequentato la scuola professionale, a 15 anni, Angelo andò a lavorare per un’impresa edile di Buja che lo pagava pochissimo, ma a casa servivano soldi! Così a 16 anni si procurò il passaporto per la Germania e raggiunse uno zio che lavorava, come molti compaesani, in una fornace. Lui continuò a fare il muratore e frequentò un corso serale per imparare la lingua tedesca.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, si trovava ancora in Baviera. Tornò subito in Italia e si arruolò volontario; dopo quattro mesi, nell’agosto del 1942, fu inviato in Russia.

Si legge nel suo diario: “Non sentivo ancora il peso della guerra e tanto meno il pericolo. Per me andare in guerra era solo un’avventura. Dopo 16 giorni di treno allegri e spensierati, scendemmo ad Isium, città dell’Ucraina; cominciammo a camminare lungo interminabili campi di girasoli in fiore. Data la siccità, c’era scarsità di cibo e d’acqua...”

Arrivato al fronte, con i suoi compagni, costruì rifugi, trincee, postazioni, fosse anticarro. I giorni passavano e tutto era quasi normale finché arrivò l’inverno e la temperatura cominciò a scendere fino ai 25-30- 40 gradi sotto zero.

Ebbe così inizio il calvario di centomila giovani gettati allo sbaraglio per una guerra inutile. Non era più possibile radersi la barba perché la tormenta ci foderò la faccia di neve e di gelo, rendendoci irriconoscibili... Ci si guardava smarriti con tante domande nella mente senza possibili risposte. I nostri ufficiali si prodigavano con tutte le energie rimaste, ma in ognuno di loro maturava l’esatta condizione della tragedia in atto... Le armi in dotazione erano obsolete, gli indumenti erano inadatti alla temperatura dell’inverno russo; molti compagni si ammalarono e morirono congelati...”

Il coraggio, lo spirito d’iniziativa, il sapersi arrangiare in qualsiasi situazione, permise ad Angelo di salvare se stesso e di aiutare i più deboli tra i quali anche due compaesani che lo ringraziarono per tutta la vita. Durante un bombardamento aereo, rischiò di morire ma fu curato da una famiglia russa.

Nel corso di un rastrellamento, fu fatto prigioniero ma nella confusione riuscì a fuggire. Non sapeva dove andare perché il suo gruppo era allo sbando. Per giorni seguì il fumo di alcuni fuochi accesi e fu così che raggiunse i soldati appartenenti alla divisione Tridentina.

Nel maggio del 1943 rientrò con un treno in Italia. Aveva un pollice amputato a causa del gelo. Non poteva tornare a casa perché alcuni compagni avevano il tifo e si temeva che l’epidemia si diffondesse. Fu accompagnato all’ospedale di Loano, in Liguria, dove rimase per quaranta giorni.

“Non so quanti giorni abbiamo trascorso in treno, in piedi, quasi senza cibo; solo l’istinto, la voglia di tornare a casa mi diede la forza di resistere. Avevo i piedi gonfi, ero senza un dito della mano destra, ma non era nulla in confronto a chi era senza gambe o senza mani.

Avevo lasciato sul suolo russo tanti compagni morti tra cui mio cugino Ernesto e mi chiedevo: Perchè?...”

Dopo due mesi di licenza, Angelo fu di nuovo arruolato ed inviato in Istria a difendere i confini italiani. Tornato a Buja, dopo l’8 settembre1943, lavorò in una cava di pietra e aiutò i genitori nei campi. Finalmente nel 1945 la guerra in Europa finì lasciando macerie e ferite incurabili nei cuori.

La vita tornò lentamente alla normalità ed Angelo, a causa della disoccupazione, nel 1946 riprese la strada dell’emigrazione verso la Svizzera. In seguito, comprò una  vecchia casa in Monte e la restaurò. Aprì anche una piccola osteria che negli anni successivi fu trasformata nel ristorante “Al Ladin”.

Nel 1948 sposò Zita Tondolo, una bella ragazza di Urbignacco. Ebbe due figli, Flaviano ed Anna.

Nel 1954 ripartì per il Venezuela dove lavorò come impresario. Tornò in Friuli nel 1956 e ricominciò a lavorare a Lignano, luogo che in quegli anni era quasi sconosciuto. Assieme al fratello Riccardo, costruì uno dei primi alberghi di lusso, il Derby, che ospitò personaggi celebri come alcuni giocatori dell’Inter, la presentatrice Edi Campagnoli, il pilota  automobilistico argentino Manuel Fangio.

Dovunque andasse, portava sempre nel cuore Monte di Buja, il piccolo borgo dov’era nato. Lui sosteneva che, nonostante avesse girato parecchio il mondo, questo era il posto più bello dell’universo. Tornò a stabilirsi definitivamente a Buja dopo il terremoto del 1976 e si prodigò nel mettere in salvo gli arredi sacri della Pieve di S. Lorenzo.  Era sempre pronto a dare una mano a chi ne aveva bisogno; fu così che andò con un gruppo di alpini bujesi ad Učka per costruire una scuola per i profughi dell’ex Jugoslavia, si recò a Solofra per aiutare le persone colpite da un disastroso terremoto ecc. Partecipò a molti raduni di alpini. Gli piaceva stare in compagnia, bere del buon vino e fare nuove amicizie.

Trascorse l’ultimo periodo della sua vita quasi in solitudine. Scriveva articoli per riviste e periodici e un diario dal quale sono state estrapolate le parti riportate in corsivo. Disegnava, ascoltava musica, suonava il mandolino; si alzava presto per osservare l’alba, gli alberi del bosco, gli scoiattoli che saltavano da un ramo all’altro, i caprioli che uscivano dai cespugli. Dava da mangiare agli uccellini e seguiva con interesse i documentari che riguardavano la vita degli animali. Guardava spesso le montagne che aveva sempre amato; quando metteva in ordine le centinaia di fotografie che lo ritraevano nei paesi  dove aveva vissuto, la commozione appariva sul suo volto.

Sono passati undici anni da quando è morto, ma molti se lo ricordano, perché le persone sensibili come lui restano nei cuori di chi è stato loro vicino come amico, familiare, conoscente. Inoltre è stato testimone di eventi storici importanti e, per fortuna, ha lasciato testimonianze scritte molto interessanti.