Omaggio ad Agnulin Rugjel di Mirella Comino | |
Anche Agnulin se n’è andato. Nel giugno 2003 se n’è andato improvvisamente un galantuomo, un amico di tanti, un pezzo di memoria di anni di speranza, di ideali, di lavoro e di crescita. Un Bujese che si è guadagnato la sua B maiuscola attraversando la seconda metà del secolo appena finito con una presenza fatta di entusiasmo, di impegno a tutto campo, di fiducia nella forza di ciò che unisce e soprattutto, ma proprio soprattutto, di generosità. Al momento di salutarlo, durante le esequie nel duomo gremito di persone che gli hanno voluto dimostrare fino all’ultimo la loro stima, Sergio Burigotto e Gino Tonello, a nome delle associazioni di Buja che lo hanno avuto come protagonista, lo hanno rispettivamente ricordato così: ------------------------------------------------------------------ Siamo qui per salutare un amico che ha improvvisamente lasciato la nostra compagnia per andare avanti, a precederci nella più grande ed eternamente felice comunità celeste. Amico: com’è difficile dare un’identità precisa a questa parola sacra ed usarla senza leggerezza e senza superficialità. Amico è chi sa dare gioia, ottimismo ed allegria, e Agnulin l’ha fatto attraverso il sorriso aperto, la stretta di mano, la risata in compagnia. L’ha fatto soprattutto attraverso il suo amore per la vita, che prima l’ha portato fuori dai più difficili momenti della grande storia, come la guerra e la prigionia in campo di concentramento, poi l’ha accompagnato lungo tutto l’arco della sua preziosa e collaborativa presenza nella comunità di Buja. Amico è chi sa costruire con te percorsi comuni e trascinarti nell’avventura meravigliosa di un’esperienza che ti fa crescere, ed Agnulin l’ha fatto interpretando sempre un ruolo propositivo, che si cominciò a delineare già nelle attività culturali del primo dopoguerra, per crescere a livelli di straordinaria qualità, partecipazione ed ottimismo negli anni sessanta, con la creazione di alcune tra le più belle realtà dell’associazionismo locale. La prima Pro Loco, il Gruppo Corale “Buje”, più tardi il Comitato “Chei di Ursinins Pizzul” lo hanno visto, nell’ordine, sempre primo attore come fondatore o co-fondatore, come presidente ma soprattutto come trascinatore instancabile di esperienze che hanno scritto pagine di cultura, di creatività, di partecipazione sociale indimenticabili nella comunità locale. E anche dove e quando la sua presenza non ha dovuto assumersi l’onere di incarichi ufficiali, come nell’ANA, nel CAI o in altri gruppi e associazioni, ricordiamo Lui, Agnulin, suggeritore di nuove proposte, compagno infaticabile di impegno e di lavoro, catalizzatore di momenti di gioia da esprimere con un coro improvvisato, con lo stupore davanti alla bellezza delle montagne. Amico è chi sa riunire anche quando è forte la sensazione che sia più facile e più comodo lasciarsi andare alle divisioni, ed Agnulin ha creduto con tutte le sue forze nella capacità di aggregazione delle risorse di Buja, ma, anche nel cerchio più ristretto dei rapporti quotidiani, ha creduto nella forza della condivisione, della valorizzazione di ogni esperienza positiva e soprattutto nella certezza dei valori di solidarietà in cui trovano premio tutti gli sforzi, le tensioni e i sacrifici di chi ha a cuore obiettivi giusti e sani. Amico è chi sa farti star bene insieme e qui siamo in tanti a testimoniare che Agnulin ci ha regalato momenti indimenticabili di serenità, allegria, fiducia nella vita. Ed anche nel rinunciare, per salute, a tanta dinamica partecipazione alla vita, la sua presenza è stata quella di un amico: un amico che sa mostrare con l’esempio la strada dell’accettazione silenziosa e serena di una nuova modalità di vita in cui il passato illumina il percorso che altri dovranno portare avanti. Ecco, Agnulin, ci sarà una gran festa oggi nella comunità del Cielo per accogliere il tuo arrivo. Hai trovato certo ad attenderti tanti compagni di viaggio di questa vita terrena che ti hanno preceduto nella gioia infinita dopo aver lavorato con te alla crescita della tua famiglia e della nostra comunità. Noi, che abbiamo percorso con te non solo simbolicamente le Trenta Cime dell’Amicizia, ti accompagniamo con un grazie e, pur nella tristezza del distacco, ci uniamo all’abbraccio di chi hai lasciato con la certezza di averti sempre a fianco, se è vero che un vero amico è amico per sempre. Sergio Burigotto, Capogruppo ANA di Buja ------------------------------------------------------------------ Ricordare Agnulin significa prima di tutto cantare: cantare insieme, noi coristi che abbiamo attraversato con lui tante stagioni della cantoria parrocchiale e del Gruppo corale Buje. Accompagnarlo oggi nell’ultimo grande viaggio verso l’armonia perfetta dei grandi Cori dell’infinito significa portargli il nostro saluto, anche se breve e necessariamente improvvisato, col linguaggio della musica, che è stata per tutta la sua vita il filo conduttore di momenti felici e di momenti difficili, nell’amicizia e nell’impegno spesi comunque in favore della comunità. Lui stesso scriveva, ricordando don Luigino D’Agostini nel 20° anniversario della scomparsa: «Nel febbraio del 1966, per iniziativa di questo straordinario sacerdote e di altri appassionati, si costituiva il Gruppo corale “Buje”, con l’intento di raccogliere gli amanti del bel canto, per tenere viva l’antica tradizione locale. Al primo invito aderirono oltre 80 giovani provenienti da tutte le frazioni di Buja». Ciò che Agnulin non poteva dire nel suo appassionato ricordo di colui che fu il primo Maestro del Gruppo corale “Buje” era che, tra coloro che definì “appassionati” ed “amanti del bel canto”, la prima forza trainante fu proprio la sua, con inesauribile carica di ottimismo, con infaticabile disponibilità al lavoro, all’impegno, al sacrificio, se necessario. E ciò che non poteva sottolineare descrivendo l’atto di nascita del sodalizio che ha segnato momenti così grandi nella cultura e nelle associazioni bujesi era il fatto che quegli ottanta giovani pronti a rispondere all’appello avevano in lui, come in don Luigino ed in altri personaggi di quegli anni, un punto di riferimento illuminante che dava sicurezza, certezza, passione. Il Gruppo Corale “Buje” fu una loro creatura, di cui Agnulin fu a lungo il presidente, e viene inevitabile oggi lasciarsi andare alla forza dei ricordi. Ricordare le gioie condivise , dove Agnulin sapeva far apprezzare i risultati ottenuti ed incentivare la voglia già forte di andare avanti. Ricordare l’emozione degli impegni, per esempio quelli che lo videro guidarci in Italia e all’estero come ambasciatori di cultura e di gratitudine dopo la grande solidarietà degli anni del terremoto Ricordare le sue capacità organizzative, che lo videro promotore e regista di rassegne ed iniziative in cui riusciva a dissolvere, prima in sé stesso, poi in noi che gli stavamo a fianco, gli interrogativi del come fare e del cosa fare e soprattutto i dubbi sul valore dei risultati. Ricordare la forza dell’amicizia, che era il tessuto connettivo di un gruppo nato, sì, per cantare, ma cresciuto con la bacchetta magica della coesione di intenti, esperienze e sentimenti più che con la pura e semplice esercitazione musicale. Agnulin non era un musicista, ma la musica fu per lui quello che dovrebbe essere sempre per tutti: armonia di percorsi, gioia di esprimersi, crescita dell’anima. Per questo, tra i nostri ricordi più belli, c’è quello informale e proprio per questo più vivo e autentico, del suo intonare un canto in compagnia: un canto cui si aggiungevano voci su voci perché era gioia anche quando parlava di tristezza ed era ottimismo anche quando nasceva da un nodo alla gola. Cantare era per lui semplicemente condividere la vita, col linguaggio della voce, con l’intrecciarsi di diverse melodie, con la forza magica della parola: insieme! Cantare per noi oggi significa dirgli: sappiamo che sei con noi, sentiamo la tua presenza, siamo certi che ci ascolti. Mandi Agnulin Gino Tonello, già Presidente del Gruppo Corale “Buje” ------------------------------------------------------------------ È difficile aggiungere altro per ricomporre le linee della sua personalità. Serve forse, piuttosto, a memoria di chi lo ritroverà nei discorsi futuri, una breve ricostruzione dei momenti di vita che si intravedono nel ricordo affettuoso di Burigotto e di Tonello. Angelo Damaso Cragnolini nasce a Ursinins Piccolo nel 1923, nella casa che il terremoto del 76 avrebbe ridotto in macerie fin dalle prime scosse del 6 maggio. La famiglia, quella “di Rugjel”, è di quelle di una volta, nel senso migliore che si può dare a questa definizione: regola i rapporti di casa e di borgo sul rispetto delle persone e dei ruoli, sulla religiosità salda e profonda, sulla disponibilità a fare ciascuno la sua parte. Chi ha radici ad Ursinins lo sa e lo può testimoniare. Il cortile, allora, viveva di questo e fu questa pedagogia di responsabilità e di solidarietà, guidata dalla madre Mariute e dal padre Vico, che Agnulin respirò, insieme ai suoi fratelli Gardo e Redi e alle sorelle Lisetta ed Elide. Erano anche tempi in cui il diritto allo studio non si sprecava. Oltre alle elementari e, casomai, alla scuola di avviamento, entrambe disponibili a Buja, il bambino intelligente, volenteroso e, per non pesare troppo sulla famiglia, disposto al sacrificio poteva andare a studiare a Gemona, così da prendere una qualifica migliore alle scuole tecniche. Fu questo il percorso didattico che Agnulin affrontò, accompagnandolo sempre con un’aggiunta personale di curiosità che gli permise per tutta la vita di imparare anche lontano dalle aule e dai banchi e di sostenere “esami” di ogni tipo, con i più diversi interlocutori. Molto presto, a meno di vent’anni, avrebbe avuto molto da imparare dalla guerra. Avrebbe imparato, e registrato su un piccolo quaderno dalla copertina nera e robusta[1], la sofferenza del distacco dai genitori e dal resto della famiglia, dagli amici di Buja, dal borgo di Ursinins, dall’atmosfera delle feste di Sant Josef, di Pasqua e di Natale; avrebbe imparato la paura degli interrogativi senza risposta, delle giornate senza orizzonti, della malattia, della violenza cieca in campo di prigionia. Avrebbe capito cosa significa essere un numero, il numero 167169, la cui esistenza aveva valore solo in funzione del lavoro che poteva produrre. Ma avrebbe anche capito, in mezzo agli orrori per i quali non riuscì a trovare “altre giustificazioni che la mancanza di umanità e di ogni principio morale” che la fede in Dio era l’unica fonte di speranza per la propria vita e l’unico punto di riferimento per conservare la dignità dell’essere uomini, spezzando coi compagni di sventura il pane di una solidarietà che lui stesso definì “da cristiano”, dove si condividevano la fame, la bruttura dei soprusi, l’attesa di un ritorno che nei momenti peggiori aveva la consistenza di un sogno. Il rientro a casa, divenuto realtà nell’estate del 1945, scriveva l’ultima pagina del diario dalla copertina nera, ma apriva il capitolo di nuove esperienze in cui si riversava come un fiume in piena la consapevolezza del valore inestimabile della vita. Ci fu un anno di cure mediche per superare i postumi delle sofferenze fisiche affrontate nel campo di lavoro, ma ci fu anche la straordinaria avventura culturale di un giornalino di cui Agnulin fu “tipografo, improvvisato”: il foglio intitolato “Il Regno di Buja”[2] che, sotto la guida di Guerrino Mattia Monassi, riuniva le buone menti del paese e testimoniava la voglia di rinascere dalle ceneri della distruzione bellica e dalla tentazione di lasciarsi andare alla banalità della pura sopravvivenza. Ci fu poi la valigia preparata per cercar fortuna in Svizzera, e da lì sognare un nuovo ritorno: tutto guardava ormai al futuro. Col rientro definitivo a Buja ed un primo impiego negli uffici comunali erano arrivati intanto gli anni del matrimonio, con la nascita di Daniele. Un lavoro sicuro e di buon livello nell’amministrazione di un’attività commerciale in continua ascesa, quella approdata all’ex Jumbo Market dei Guerra (“Toni dal Muini”), confermavano in seguito che le nozioni scolastiche erano state ottimamente seminate in un campo dove ogni esperienza era stata capace di diventare produttiva. Erano dunque arrivati gli anni Sessanta. Il miracolo economico stava mettendo saldamente radici anche in Friuli e metteva voglia di far crescere il paese non solo con l’acquisto della seicento, del frigorifero, o della villetta nuova, ma anche con l’impegno generoso da rendere efficace insieme ad altri, a beneficio di tutti. Buja viveva allora un momento felice di ricerca di unità e di identità che si traduceva in un vero e proprio associazionismo di massa, capace, cioè di coinvolgere in iniziative culturali, ricreative e sportive gente di ogni età, di ogni provenienza sociale, politica e geografica (non si può dimenticare che l’attrazione dei campanilismi era ancora molto forte), motivate dal bisogno di avere comuni progetti più che dalla specificità dei progetti stessi. L’aggregazione spontanea di gruppi che avevano passione, ma non necessariamente conoscenza, di canto, di recitazione, di sport o altro si trasformava in sodalizi strutturati che si davano uno statuto e delle regole per cantare, fare teatro, giocare a calcio, riscoprire tradizioni, ritrovare e rielaborare il patrimonio della cultura bujese e friulana, far festa insieme. Sono, ad esempio, compresi tra il 1962 e il 1966 gli atti di nascita ufficiali della Compagnia del Teatro Sperimentâl di Vile (1962), del Gruppo Folkloristico “Balarins di Buje” (1966), del Gruppo Corale “Buje” (1966) e della Pro Loco (1966). Ebbene, dietro le spinte aggregatrici e dietro i risultati di quegli anni, che videro nascere manifestazioni come la Sagre de Trute, la Sagre di Primevere in Monte col toro allo spiedo, la Vendeme dal Cjant Popolâr des Regjons ed altre iniziative toccate dal successo, c’erano sempre uomini illuminati da idee e certezze difficilmente contenibili entro pure e semplici matrici politiche e ideologiche, trascinatori cresciuti alla scuola della responsabilità e della solidarietà, operatori infaticabili pronti a sobbarcarsi con uguale entusiasmo giornate di lavoro fisico e di impegno mentale, appagati solo dall’orgoglio di essere riusciti a ritagliare un angolino di gloria nelle pagine di cronaca locale non già per se stessi, ma per Buja. C’era Agnulin, appunto. Nello stesso tempo in cui, in qualità di consigliere della Pro Loco, metteva in piedi con Silvano Taboga ed alcuni altri benemeriti la prima Sagre di Primevere, Angelo realizzava con don Luigino D’Agostini il suo fiore all’occhiello, il Gruppo Corale “Buje”[3]. Don Luigino ed Agnulin formarono allora, per il breve periodo che il destino concesse loro, un binomio di straordinaria efficacia coesiva. Pur nella diversità dei loro incarichi (rispettivamente di direttore e presidente) e delle competenze tecniche ed artistiche, riuscivano ad essere uno la spalla dell’altro, incoraggiando o richiamando, smorzando o caricando gli animi per ottenere i migliori risultati, ma soprattutto trasformando ogni incontro in un momento di serenità. Di comune intesa, entrambi diedero il meglio affinché l’aspetto artistico e culturale, che dava contenuto alle serate di prove e ai concerti, non mettesse mai in secondo piano le finalità sociali ed umane del coro. Fu, anzi, questa la linea di orientamento sulla quale i cantori si sarebbero collocati anche sotto la direzione di Mario Monasso e dei successivi direttori, quando il sodalizio avrebbe avuto riconoscimenti più prestigiosi e livelli artistici più maturi, oppure quando le inevitabili difficoltà, peggio di tutte quella del terremoto, avrebbero reso più stanchi i primi entusiasmi e meno leggeri gli impegni di routine. Fu anche la linea che Agnulin intese mantenere negli appuntamenti con altri gruppi ed associazioni, facendosi promotore di scambi e rassegne come la “Vendeme dal Cjant Popolâr des Regjons”[4], che in trent’anni ha portato sul palco della Casa della Gioventù di Santo Stefano quasi un centinaio di formazioni corali, o il Concertone di Natale, avviato e portato avanti con la Banda cittadina per alcuni anni. Passata di mano la presidenza del coro, senza per altro abbandonare la vita da corista tenore anche nella cantoria parrocchiale di Santo Stefano, una nuova esperienza di aggregazione sociale e promozione culturale si preparava per l’inesauribile Angelo a partire dall’autunno del 1981: la nascita di “Chei di Ursinins Pizzul”[5], che, nella primavera successiva, sotto la sua presidenza, avrebbe rimesso in vita la tradizionale sagra di Sant Josef e avrebbe poi messo in moto la pubblicazione annuale di “Buje Pôre Nuje”. Poi, a cose avviate, il primo, serio avviso di stanchezza. Glielo mandava il suo cuore, la cui generosità non era bastata a contenere il logorio di una vita senza pause ristoratrici. Eppure anche in questo frangente, che chiunque avrebbe potuto affrontare come una sconfitta dell’età, Agnulin seppe cogliere prima di tutto il valore immenso della vita. Semplicemente ricondusse allora le sue giornate ad altri temi ed altre priorità, soffermandosi ad ammirare ciò che nei ritmi frenetici dei troppi impegni aveva dovuto guardare in fretta: il tramonto che gli inondava le finestre di casa, due passi misurati all’ombra dell’estate e al tepore del primo sole d’inverno, le memorie del passato da riordinare e valorizzare, uno scambio gioioso di saluti all’uscita dalla chiesa, la messa cantata con gli amici cantori nelle feste solenni… “Viene inevitabile oggi lasciarsi andare alla forza dei ricordi”, afferma giustamente Tonello, richiamando alla mente il lungo tempo passato insieme ad Agnulin nel coro o nelle iniziative che lo hanno avuto in diversi modi protagonista. L’album ufficiale dei ricordi si può ricostruire nelle pagine date alle stampe in occasione dei 25 anni di fondazione del gruppo corale[6], o in cinquant’anni di stralci di cronaca bujese che quotidiani e riviste locali hanno fissato nero su bianco. In quelle pagine le finalità, le manifestazioni, i personaggi, le memorie fotografiche incorniciano la sua presenza attiva nei momenti importanti della vita di Buja. Ma le immagini non fotografate e le pagine non scritte sono sempre le più belle e le più care: Agnulin vi compare col viso disteso e gli occhi arguti che si fanno piccoli per sorridere, per sdrammatizzare, per prendere in mano una situazione in difficoltà, attento a tutto e a tutti, impulsivo e sincero, ma profondamente rispettoso della sensibilità altrui, accentratore per eccesso di rigore con se stesso, non per mancanza di fiducia negli altri, felice di essere stanco, quando la stanchezza portava soddisfazioni da dividere con gli altri. Trovo sempre molto bella l’espressione con cui gli Alpini accompagnano i loro amici all’ultimo viaggio: “è andato avanti”. È così. Agnulin ha saputo cogliere ogni frazione, gioiosa o dolorosa, del tempo che gli è stato dato in questa vita e quando è giunto il suo treno, forse annunciato ma sempre inatteso, vi è semplicemente salito con la consapevolezza di non avere sprecato niente, di avere lasciato traccia, di aver fatto il suo lavoro da Bujese con la B maiuscola, da uomo e da cristiano che mette in valigia la certezza di un destino felice, ancora scoprire, che lo attende alla stazione dei giusti. NOTE [1] Il diario delle giornate di guerra è riportato in “Ho fame”, testimonianze di A. Cragnolini raccolte da Celso Gallina in Buje Pôre Nuje n° 20, 2001, pagg.70 – 80. [2] L’impegno di Angelo Cragnolini nelle iniziative culturali del primo dopoguerra è raccolto in “Il Regno di Buja 1946-1949” di M. Comino, Buje Pôre Nuje n.12, 1993, pagg. 22-25 [3] Un prete che sa musica: nasce il gruppo corale “Buje” in “Don Luigino, storia di un prete fotografo”, raccolta di testimonianze a cura della Pro Buja, 1994. Il ricordo tracciato da Angelo Cragnolini è a pag. 49. [4] Le rassegne, di M. Comino, in “25 ains di Cjant a Buje”, a cura del Gruppo corale Buje, 1991 [5] Siet ains de gnove sagre di Sant Josef di A. Cragnolini in “Buje Pôre Nuje” n.7, 1988 e Sant Josef vent’anni di sagra di A. Cragnolini in “Buje Pôre Nuje” n.20, 2001 [6] 25 ains di cjant a Buje, numero unico del Gruppo corale “Buje” nel venticinquesimo anniversario della fondazione, 1991 |