Autoritratto dì un neurochirurgo di Corrado Cecotto | |
Nel lontano 1936 avevo 10 anni; vivevo nella frazione di Strambons a Buja, ultimo di 6 figli con la mamma vedova che faceva i miracoli per darci da mangiare. Ricordo che non raramente quando ci sedevamo a tavola a mezzogiorno, la mamma ci diceva che per la sera non c'era nulla nella credenza e che quindi bisognava invocare la Provvidenza Divina perché qualche cosa più o meno miracolosamente comparisse sulla nostra povera mensa. Devo dire che non siamo mai rimasti senza niente anche se la dovizia o il surplus non hanno mai varcato la soglia della nostra dimora di allora. A quel tempo avevo 10 anni e percorrevo strade e sentieri di Buja scalzo o con zoccoli, costantemente in calzoni corti con ginocchia sbertucciate e croste che ricoprivano ferite meno recenti. D'inverno i geloni alle dita procuravano sofferenze che si potevano sopportare solo pensando alla speranza; speranza che a ben valutare era l'unica cosa che abbondava nella nostra casa. Tutto il resto era poco, molto poco se si tiene presente che mia madre, morta tre anni fa, rimase vedova nel 1931 con 5 figli minori e senza alcuna risorsa economica. Il problema per la sopravvivenza venne risolto grazie alla saggia decisione della nonna materna che, dopo la morte del papà, concesse a sua figlia Angela (mia madre) di traslocare dalla Cocule alla casa di Strambons di proprietà della nonna: nelle vicinanze vi erano dei terreni che la mamma avrebbe potuto coltivare e col ricavato agricolo mantenerci. E così mia madre fece, riuscì a comperare una mucca con la quale potevamo avere del latte quotidiano e spesso anche del formaggio. In questa situazione non era per me facile programmare un futuro; vivevo, come del resto tutti all'età di 10 anni, alla giornata cercando di dimenticare la realtà e vivere di illusioni. Frequentavo la 5a classe elementare. Il mio maestro allora era il maestro Caramaschi, che sicuramente da molti a Buja è ancora ricordato. Il partito fascista aveva organizzato per gli alunni delle 5 classi elementari, la proiezione di films di produzione italiana. Fu così che, assieme a tutti i compagni, per la maggior parte ancora viventi (per quelli non più con noi un memore ricordo), guidati dal maestro Caramaschi andammo alla sala cinematografica del Tabeacco ad assistere alla proiezione in tempi successivi dei tre films: «Luciano Serra pilota», «La maschera di ferro» e, per ultimo, «Un viaggio intorno al mio cervello». Quest'ultimo film era stato tratto da un romanzo scritto da un neurochirurgo americano di nome Ody (buon romanziere ma non altrettanto buon neurochirurgo, come venni a sapere dopo). Rimasi profondamente impressionato, emozionato ed entusiasta della avvincente storia raccontata in esso e quello che più mi colpì fu l'esecuzione di un intervento sul cervello, intervento che salvò la vita al protagonista. Fu in quel momento che io decisi dentro di me che avrei consumato tutto il mio futuro e tutto il mio tempo per diventare un neurochirurgo. Non mi confidai con nessuno, non ne feci parola con i miei compagni, non dissi nulla al mio maestro e ancor meno a mia madre la quale mi avrebbe sicuramente detto se ero diventato matto. Avevo degli amici che frequentavano le scuole a Udine, li invidiavo in senso buono e stavo vicino a loro per cogliere tutto ciò che loro potevano darmi per poter io poi avere alcune cose in mano e in mente per iniziare anche io la scalata alla scuola media inferiore. Nonostante l'opposizione di alcuni dei miei fratelli e quella materna anche se affettuosa, studiavo di notte e nei giorni di pioggia (nei giorni di sole e bel tempo dovevo andare ad aiutare mia madre nei campi). Per le necessità didattiche sono stato aiutato da Don Pacifico Durisotti e dalla maestra Marsilli che hanno avuto sempre fiducia in me e, generosamente e gratuitamente, mi hanno insegnato, guidato, corretto e rimproverato. Da privatista feci gli esami di ammissione alla 1° liceo, corso che frequentai l'anno successivo per poi nuovamente ritirarmi dalla scuola e fare privatamente (sempre con l'aiuto di Don Pacifico) il 2° e il 3° corso del liceo scientifico. L'esame di maturità venne sostenuto nel 1945 dopo un anno circa di guerra partigiana. Mia madre non sapeva che titolo fosse stato quello della maturità; pensava che fossi diventato maestro e che quindi avrei potuto iniziare il lavoro e sollevare così le sorti economiche della famiglia. Quando le dissi che con questo titolo altro non potevo fare se non l'università, scoppiarono tragedie familiari, improntate naturalmente sul fatto che la mia frequenza all'università avrebbe comportato spese che sicuramente la nostra famiglia non avrebbe potuto sopportare. I sacrifici della famiglia invece di diminuire aumentarono ma per poco. Dal secondo anno d'università infatti fino alla laurea fui in grado di mantenermi grazie a borse di studio ed all'aiuto sistematico di alcuni parenti e grazie al fatto anche che, per la discreta media, avevo vinto un posto gratuito con vitto ed alloggio alla Casa dello studente di Padova. Dopo la laurea, la specialità in neurologia, indi la frequenza in divisione neurochirurgica diretta prima dal Prof. M. Quarti e quindi dal Prof. P. Frugoni. Nel 1957 divenni aiuto di quest'ultimo e docente in neurochirurgia. Quindi nel 1961 primario neurochirurgo a Udine, posto che tutt'ora ricopro. Dall'inizio della mia attività chirurgica ad oggi, gli interventi da me eseguiti in prima persona, fra piccoli, medi e grandi, sono circa 10.000 e così posso concludere che, risultati a parte, il sogno dell'infanzia è diventato realtà. Da queste pagine un grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno aiutato in questa impresa e che in me hanno posto fiducia e mi hanno creduto. |