Splendeva il sole Tra ciambelle, numeri unici, Filologica e primule: do you remember Andreina? di Enos Costantini | |
Il sole, uccelli e ciambelle Splendeva il sole, i miei tre figli gramolavano incuranti del mondo tre ciambelle più grandi della loro testa in senton sul verde praticello quando Daria la più grande lanciò un urlo di guerra: “La Ciceri, La Ciceri!!”. E in mezzo al popolo in via di srarimento per l’ora ipoglicemica di quella Sagra degli Uccelli di Tricesimo vedemmo incedere La Ciceri con una sporta da spesa solennemente brandita. Tentammo di darci un contegno chè anche noi genitori avevamo zucchero fino alle orecchie, mani bisunte e un numero di tovagliolini insufficiente. La Ciceri ci lampò subito e fu decisamente contenta di trovarci in quel frangente così poco ufficiale. - Oh, Costantin – mi disse come sempre. Penso sia stata l’unica persona a chiamarmi così. Ma quella volta non aggiunse: - Ch’al fasi alc pai siei paîs! - (non la smetteva mica mai di incoraggiarmi e spronarmi a raccogliere informazioni ed a scrivere sulla mia zona). Si parlò, invece, di quotidiane banalità (non le dispiaceva affatto), fece qualche battuta coi figli che rispondevano a bocca piena guardandola dal basso in alto infastiditi dal sole negli occhi, salutò Daria con particolare calore e al commiato pensammo bene di non darle la mano per via dell’unto e del tacadìç consistenti impertinenti e renitenti d’ogni ciambella di sagra. Daria aveva conosciuto La Ciceri all’età di tre anni che eravamo in pieno traffico per il volume Val dal Lâc. La Ciceri piombava spesso a Trasaghis e ancor più spesso telefonava: Daria rispondeva al telefono e, con pronuncia oxfordiana-clautana dovuta all’età e ai due palettoni rotti da una caduta, mi chiamava: “La Thitheri, la Thitheri!”. Devo dire che Andreina si divertiva molto a sentirla. Forse si sarebbe divertita anche a vedere l’imitazione di lei che faceva la piccola, gonfiando le guance e tentando di camminare come la signora. Ma preferii non renderla edotta di questa performance infantile. Non faccio nomi Il volume Val dal Lâc è uno dei più meglio dei cosiddetti “numeri unici” della Filologica, forse inaugurò anche una nuova serie, dove si dava ampio spazio ai “locali”. Ecco, Andreina non aveva la puzza sotto il naso; mai l’ho sentita criticare o disprezzare un autore locale, per quanto modesto o impreparato o privo di metodo. Mai. Altro che certi professoroni che non valgono un’unghia di lei e si permettono di salire in cattedra a disprezzare il lavoro altrui. Farei anche i nomi, ma il responsabile di Buje Pore Nuje! ha detto che per stavolta è meglio di no. Noi “locali” si andava spesso, in quell’estate del 1987, in casa della Ciceri; per via delle bozze, delle correzioni, delle foto e per il semplice gusto di andarci. La Ciceri aveva tre grandi qualità che io non ho e che mi pare di vedere poche volte riunite in una persona: intelligenza, metodo e grande capacità di lavoro. Il tutto condito da curiosità e umiltà nel senso più cristiano del termine. Altrochè gli arrivismi e i personalismi e i narcisismi di certi lacchè della cultura (no, caro direttore responsabile, no che non faccio nomi). E quando che si andava da lei non mancava mai una merenda, di quelle di lusso, con un tai (Costantin, ch’al provi a disniçâ chest tocai...). Anche quello faceva parte del “metodo”, e ditemi voi se era sbagliato. E fra tante cose scientifiche ci scappava sempre qualche peteç e peçot sulla gente del posto, qualche battuta su quelli del paese vicino: uno degli interessi di Andreina erano proprio i “blasoni popolari”. Io non sapevo neanche cosa fossero e allora mi chiese come noi di Trasaghis chiamavamo quelli di Braulìns e io dissi Mànis di ronche. Ecco, Costantin, ce ch’al è un blasone popolare. Forse le erano rimasti ben impressi i Ambui e Cuargnui della sua infanzia. Figuratevi se non mi divertii a raccogliere i blasoni popolari della mia zona: ma lo sapevate che per dire “miseria nera” si dice pôr como la glêsia di Trasâgas? E che Alesso si chiama anche Città del Capo? Si divertiva, Andreina, anche sulle piccole cose, e in modo molto candido, ingenuo. - Ma cemût Costantin, cemût clamial sô fie?! – - Cudumar, parcè? – - Ma, ma …- - Cualchi volta ancja “cudumarut”, e s’al passa par lì un francês ancja “mon petit cornichon”. Poi per farle un piccolo dispetto: - Ancja “cucumber” par inglês; ch’a sinti ce pronuncia: chiuchiumbar! – - Ah, cheste po! – Andreina, come tanti della sua generazione, non aveva molta simpatia per l’inglese. E un’unica volta mi disse qualcosa di “non positivo”: - Costantin, chel articul pal Sot la Nape a nol veve di finîlu cun “Help!”. Ma io ero della generazione dei Beatles... Il dialogo surriferito avvenne sulla piazza di Trasaghis. Quando c’era un numero unico in ballo Andreina percorreva la zona interessata in lungo e in largo, parlava con tutti e non solo con gli “informatori”, lei respirava l’”aura” del posto, entrava nello spirito e nell’anima di quella gente. Certamente così anche si ispirava. Trovatene un altro che sappia scrivere così, intendo così bene e così tanto e su tanti argomenti diversi. Buona parte di questa capacità le veniva senz’altro dalla “ispirazione” che prendeva sul posto: dalle vecchiette, dal maestro elementare, dal sindaco, da un passante: - Ch’al sinti... - Ch’al scûsi... Quer fattaccio brutto de Alesso E ricordo un’altra piazza: quella di Alesso nel freddo fine dicembre del 1973. Avevo accompagnato Andreina per un’inchiesta sui coscritti. Perbacco come affrontava quei giovinastri già avvinazzati di buon mattino e in vena solo di battute a doppio senso. Lì c’era tutto il suo “metodo” e la sua umana comprensione, ma emergeva il “carattere” tutto bujese di chi non si lascia certo intimorire e, men che meno, farsi mettere sotto i piedi. I giovinastri afferravano subito che avevano di fronte un “tipo tosto”. Ne ebbi la riprova quando, sul finire della mattina, si avvicinò il mio ex prof. di francese, Pierin di Braulìns, friulanista acceso. Saputo che la signora era della Filologica cominciò subito a dirle peste e corna della Filologica. Alla Ciceri non potevi toccare la Filologica e lì tirò fuori tutto il suo Buje pore nuje. Io ci rimasi male perché entrambi i contendenti mi erano simpatici ed entrambi avevano le loro valide ragioni. In compenso tanto i coscritti quanto quelli della verza sghignazzavano divertiti a sentire quella signora inviperita che gridava Ab ira Braulinorum, ab ira Braulinorum!!! Per anni, poi, quando l’incontravo, mi tirava fuori chel di Braulìns, chel Pierin Cjandel, ab ira Braulinorum , ab ira Braulinorum... Cabina Trasaghis L’avevo conosciuta pochi mesi prima del “fattaccio di Alesso”, quando al Convegno della Filologica a San Vito al Tagliamento mi avevano premiato per il concorso di poesia che avevo vinto. Ricordo che ero sceso a San Vito con tutta la “bandassa” degli amici del paese che si stufarono un sacco a sentire le relazioni. Nel periodo successivo la Ciceri mi telefonò parecchie volte, soprattutto per avere informazioni sulla mia zona, e non mancava mai di chiudere con Costantin ch’al fasi alc pai siei paîs! Non avevo il telefono a casa. In paese solo il medico aveva il telefono. Le telefonate erano tutto un numero. Arrivava in bici Tarciso, quello del Bar Sport che era anche telefono pubblico, con un avviso e soprattutto con una faccia tra il disgusto e il rimprovero e l’ordine caporalesco: “se non ti presenti tra mezz’ora ti fucilo”. E, conoscendo Tarcisio, sapevo che non mi avrebbe concesso neanche l’ultimo desiderio. Mi presentavo una decina di minuti prima (non si sa mai) e chiacchieravo con la sempre sorridente Marianna moglie di Tarcisio (quando si dice gli estremi...). Squillava il telefono sotto le bottiglie di “Stock 84” e sotto un gufo impagliato. Marianna si precipitava e con sussiego da centralinista provetta gorgheggiava “Pronto cabina Trasaghis”; poi con alta professionalità e con l’aria di chi sta salvando l’umanità: “Enos al è par te, tu pos lâ in cabina”. E mi immergevo in quella cabina tutta di legno odoroso di tabacco, con la luce che si accendeva grazie al tuo peso. Dall’altra parte la Ciceri, che avevo visto una volta e che mi chiedeva di questo e di quello e di come avrei potuto fare un’inchiesta sul tale argomento, quali persone e con quale approccio avrei dovuto contattare. Non le fui di grande aiuto. Sì, avevo conosciuto la vecchia civiltà, ero anche andato a fare fieno in Montisél e sentito le chiacchiere delle vecchie. Ma avevo anche intuito che il mondo non sarebbe stato più quello e che tutto ciò non mi sarebbe servito. Molte cose le avevo rimosse o, più probabilmente, neppure “assorbite”. Bob Dylan cantava che i tempi stanno cambiando. Costantin, i siei paîs … Qualcuno ha scritto che la Ciceri è stata una studiosa (solo) di tradizioni popolari. Non vero. Ha fatto ottimi lavori in un sacco di altri campi, compreso quello linguistico. A me spiegò, per filo e per segno, come si fa un’inchiesta di tipo linguistico. Non feci né quello né altro, perché negli anni ’70 non bazzilavo tanto dietro di queste cose. Mi interessava di più (beata gioventù e beata ingenuità) di cambiare il mondo. Avevo solo timidamente incominciato ad interessarmi dei nomi di luogo. E anche lì la Ciceri mi incoraggiava e mi aiutava. Ma sì, anche sui nomi di luogo. Quando, sgarfando tra le sue carte, gliene capitavano sotto mano della mia zona me li faceva avere. Ho qui sottocchio una cartolina “Costumi friulani” che porta la data 31 dicembre (!) 1973: in essa ci sono gli auguri, ma soprattutto indicazioni su un toponimo di Tarnep che mi intrigava! Incontrai di nuovo la Ciceri dopo il terremoto, passando in Filologica. Pensavo neppure mi riconoscesse dopo tanto tempo. Invece si alzò e, con mia grande sorpresa, venne ad abbracciarmi - Costantin, i siei paîs ... - E, imbarazzatissimo, vidi che gli occhi le si gonfiavano di lacrime ... Pai miei paîs … Ben, alc i vin fat. Negli anni ’80, col comune di Bordano avevamo coniato il motto Pan e gaban e un libri ad an. E vi abbiamo tenuto fede. E cualchi bricòle anche per Trasâgas, i asìns, e Osôf e Cividât (brâfs, brâfs, complimenti). Ostia se ci tenevo al plauso di Andreina, anche perché non mancavano mai osservazioni intelligenti e, oserei dire, affettuose. - Ostia – je songeais - chissà mai se un giorno riuscirò a sorprendere La Ciceri con qualcosa su Buja! - Alla presentazione del mio primo libro dicesti che nella vita bisogna fare una casa un figlio un libro: e lui Costantin àjal fat la cjase? - Ben, sì ... - Poben, jo no ài fîs, mi sfoghi cui libris, vè -. Rosae rosarum Sarò un romantico, ma vorrei dedicare ad Andreina tutti i fiori che nasceranno sui monti di Trasaghis, quella selvatica Spagna a cui ha voluto tanto bene, questa primavera: le vereconde prime viole nei ricessi degli sterpi odorosi di vernino patùs su pas Cjaràndas di Trasâgas, le primule che gialleggiano convinte di essere belle sui rivali umidi degli Slacs, il grignon splendido e ruvido della più magra Mont di Dalés, i flavescenti cuarnolârs su par Tarnep, le lussuriose peonie di Peonis, i botton d’oro dei prati di Vasìnas, la Daphne mezereum dal solitario odor di cioccolato nei boschi di Vasìnas, gli anemoni del Riu da Bolp, i çupôrs di Fildipiâl ... fino alle rare preziose orchidee che, adolescente botanico, rimiravo sui prati di Braulìns e che, prima d’ora, mai avevo pensato fossero degne d’una donna. Ta-pum Tu, Andreina, hai scritto della Spagna e sai che noi spagnûi possiamo avere un po’ di tristèria. Tu hai dedicato buona parte della tua vita e delle tue tante energie alla Società filologica friulana. Orbene io dico che l’attuale summit che governa la suddetta Società deve provvedere a: 1) pubblicare un volume in cui siano contenuti un congruo numero dei tuoi articoli più significativi (quante cose sapevi dire anche in una sola paginetta!) e più introvabili; come fu fatto per G.B. Corgnali, ad esempio. 2) Curare la tua bibliografia con una almeno stringata biografia. Mi sento di chiedere tutto ciò dall’alto della mia anzianità di socio (mi sono iscritto che avevo 16 anni), ma ritengo che quanto sopra sia semplicemente doveroso e ti sia ampiamente dovuto. Sennò tiro fuori tutta la mia tristeria di spagnûl e, con essa, il vecchio glorioso 91 col quale aprire il fuoco contro il palazzo d’inverno. So long Andreina |