Sembrava un'Icona di Giorgio Ferigo | |
E’ stato nel ’95 (o nel ’96), a Percoto, ad un premio Nonino, in una fredda e limpida domenica di gennaio, che ho ballato il valzer con la Signora Ciceri. La Signora vi partecipava quale “ospite di diritto” (aveva vinto il premio nel 1983 - assieme a Leonardo Sciascia - con la gran summa del suo «Tradizioni popolari in Friuli»); io, invece, ero lì senza merito alcuno. Era arrivata in taxi; era molto elegante, col gran chignon dei capelli biondi (o aveva già smesso di tingerseli, ed erano - massima civetteria - candidi?) e una mantella patchwork giovanile e lussuosa; era matronale, attenta, intenta. Sembrava un’Icona. Così, terminati i discorsi di rito (che, a quel premio, non sono mai meramente di circostanza, ma spesso folgoranti sintesi di un’esperienza culturale durata una vita), concluso il pranzo, congedati gran parte degli invitati, quando l’orchestrina attaccò il valzer, mi sono azzardato - la conoscevo appena; e chissà se lei ricordava chi ero io: dunque, con imbarazzata temerarietà - ad invitare l’Icona a ballare. L’Icona accettò. Aveva allora 74 (o 75) anni. Ballava con la grazia di chi non ha più, forse, molto fiato, ma le cui membra conservano intatto il ricordo di numerosi e intensamente gustati balli dei tempi trascorsi, e adeguano prontamente i passi al ritmo ternario del liron. Due giorni dopo mi è arrivato un bigliettino. Mi ringraziava di essere riuscito a far danzare ancora una volta “cheste vecje balene”; mi diceva - con qualche rammarico? - che quello sarebbe stato l’ultimo ballo della sua vita. Alle edizioni successive del premio - finché venne - rifiutò tutti gli altri miei inviti. Non ho sempre apprezzato il lavoro della Signora. C’è stato un tempo in cui credevo - ma era convinzione di molti, tra quelli della mia generazione - che la ragione che muoveva il suo lavoro (e il lavoro di suo marito, Luigi Ciceri) fosse una ragione paternalistica, provinciale, regressiva - allora si diceva: reazionaria; che da quel lavoro fossero per scelta espulse le determinanti storiche, i conflitti di classe, le repressioni, violente e no, della cultura popolare; che si evitasse accuratamente di indagare le origini e i motivi di quella miseria, che peraltro veniva prudentemente relegata sullo sfondo. Il Friuli che quelle ricerche delineavano mi sembrava, insomma, un Friuli astorico pacificato edulcorato tautologico e, in buona sostanza, falso: il “popolo”, come Loro avrebbero voluto che il “popolo” fosse (e magari, continuasse ad essere)... - dicevo. Avevo - per quel poco che sapevo - qualche ragione; ma avevo principalmente torto - per il tanto che ignoravo. In realtà, i coniugi Ciceri avevano accumulato, con una passione vorace e totalizzante, materiale di studio che molte vite non avrebbero fatto in tempo a sviscerare, a catalogare, a studiare; e tanto meno due vite - o una vita sola (come purtroppo s’è veduto). Non era soltanto mania di collezionismo, fregola di antiquari. Salvare le memorie della vita “popolare” del Friuli, conservare le tracce di un’identità composita avvertita come irripetibile, ed amata con passione smisurata (e, forse, con qualche sciovinismo) era, per loro, un imperativo. Le donazioni a Musei - le ceramiche a Pordenone; il fondo Pasolini a Casarsa; le carte all’Archivio Notarile; le statue lignee a Udine; i vetri dipinti al Museo Diocesano; i ritratti al Museo di Tolmezzo: e trascuro qui le donazioni rifiutate per pavidità o per pigrizia da amministratori locali - cambiano segno nei fatti a quell’avidità collezionistica. Non era avarizia, era salvaguardia: non un accumulo di tesori per il godimento privato, ma per restituirli alla fruizione comune. In secondo luogo, dopo la morte del marito, la Signora tentò una sistemazione dei suoi studi e di (parte di) quel materiale, e videro la luce i due tomi di «Tradizioni popolari in Friuli». Gran libro: irrinunciabile, oggi, per chi si occupa di tradizioni popolari, o anche solo di Friuli. Piano e consueto nell’impianto (il “ciclo della vita”, il “ciclo dell’anno”...), rivelava una stupefacente varietà di lavoro e di letture, con sondaggi in molteplici direzioni, alcuni anche molto inusuali per l’epoca in cui erano stati condotti; nella comparazione meticolosa, la tradizione friulana diventava una delle “tradizioni popolari” del mondo; e il provincialismo e l’irrilevanza, che mi parevano cifra degli articoletti brevi di «Sot la Nape», erano spariti nel disegno dell’insieme. Grazie alla Signora, anche i contadini, gli artigiani, i friulani avevano il loro “monumento”, come la Sicilia di Pitrè... Dopo quel libro, e dopo i riconoscimenti che fioccarono, la Signora non si fermò. Continuò a lavorare infaticabile: qui ricordo soltanto i due volumi, molto preziosi, sulla Val Pesarina e i numerosi interventi a convegni, seminari, lavori collettivi. L’abbiamo invitata anche noi (noi del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia), ai nostri seminari itineranti in preparazione del convegno sulla «Religiosità popolare nella montagna friulana». Venne a Resia; accusava qualche doloretto allo stomaco, ci disse, rifiutando il caffè; tenne la sua relazione, rispose alle domande del pubblico - non pareva affaticata né sofferente; era ancora molto elegante, matronale attenta intenta. Era ancora l’Icona. Fu, quella - credo - l’ultima manifestazione pubblica cui partecipò. (Gli atti dei seminari preparatori - la Signora non fece in tempo a dettare la sua relazione - raccolti col titolo «L’incerto confine. Vivi e morti, incontri, luoghi e percorsi di religiosità nella montagna friulana», glieli abbiamo voluti dedicare). |