Per Gino Molinaro Sindaco della Ricostruzione Pieve di San Lorenzo in Monte, 13 luglio 2007
di Gianfranco Ellero | |
Un anno fa alcuni amici di Buja mi posero un quesito, quant’altri mai stimolante: come si sarebbe potuto ricordare Gino Molinaro nel decennale della morte? Un libro, risposi senza esitazione, ci vuole un libro, non un monumento, non una lapide o l’intitolazione di una strada, documenti retorici, che funzionano da richiamo soltanto se chi guarda o legge conosce il personaggio celebrato: soltanto un libro, infatti, un volume di documenti, cioè una memoria artificiale facilmente consultabile, consente al lettore di risalire dal nome del personaggio alla storia che lo riguarda e giustifica la celebrazione. E questa sera, dopo un lungo lavoro di ricerca e di studio, noi presentiamo il libro “Ho amato Buja”, frutto di tante collaborazioni da parte di persone ricordate in fondo al volume, che – come sull’invito – si firmano collettivamente “Amici di Gino Molinaro”.
Che senso ha l’incontro di questa sera? Ci siamo riuniti nel cuore storico, religioso e artistico di Buja, splendente nell’estate e nella festa di Sant’Ermacora, per un esercizio di memoria, cioè per ricordare la figura e l’opera del Sindaco della Ricostruzione: la memoria, infatti, non quella mitica o ideologica, intendo quella basata su fatti controllabili, è l’unica forma di giustizia a disposizione degli uomini quando vogliono rendere onore a chi ha fatto del bene e quando decidono di restituire l’onore a chi è stato vittima di ingiustizia e di incomprensione. Noi siamo qui proprio per ricordare, e quindi per conoscere o riconoscere il bene che Gino Molinaro ha dato alla comunità di Buja in un tempo fra i più tragici della sua storia, e abbiamo voluto che la memoria rimanesse scritta in un libro perché siamo convinti che si tratta per lo più di un bene incompreso nella sua reale portata, incompreso anche da buona parte di coloro che gli diedero il voto di preferenza nelle ripetute rielezioni al Consiglio comunale: quanti, infatti, nei giorni tragici dell’emergenza e della ricostruzione spesero qualche minuto per rispondere alla domanda: “Che cosa significa essere sindaco oggi a Buja?” In una lettera al Messaggero Veneto pubblicata il 20 luglio 1997 richiamai l’attenzione dei lettori proprio su quest’argomento:“Il sindaco, - scrissi, e mi scuso per l’autocitazione - a Buja come a Gemona, a Venzone come a Osoppo, ad Artegna e Tarcento, dovette compiere scelte in tempo reale nell’apocalittico accavallarsi dei bisogni delle popolazioni, delle priorità, delle scadenze burocratiche, ma anche nell’orrore ambientale prodotto dal terremoto e nel terrorismo verbale delle opposizioni”: è ciò che accadde, giorno dopo giorno, per molti anni. Nel caso di Gino Molinaro per quattordici, cioè per circa 5.200 giorni. Di fronte a tanto dobbiamo riconoscere che Gino Molinaro, fra altre virtù, ne possedeva una rara e straordinaria, della quale poco si parla anche in ambito cristiano: la fortezza. Se non la si possiede, non si accetta scientemente una simile croce, e non la si porta per quattordici anni superando ostacoli di ogni genere, resistendo anche a sospetti, maldicenze e polemiche pretestuose. Se non la si possiede non si esce a testa alta da un’inchiesta giudiziaria condotta con estrema durezza e senza l’adduzione di prove per gli illeciti addebitati. Ho adoperato la parola “accettazione” perché Molinaro non fu uno dei tanti sindaci del Friuli centrale, eletti nel 1975 per amministrare i Comuni in un quinquennio di normalità: quando il terremoto cambiò la storia di Buja e del Friuli era già membro della Giunta municipale in veste di Vicesindaco, e accettò di diventare Sindaco quando il titolare lasciò l’incarico, cioè dopo aver ben compreso l’immenso carico di lavoro e di responsabilità che sarebbe ricaduto sulle sue spalle di uomo trentaquattrenne: era il 19 febbraio 1977, una data che, a mio giudizio, dev’essere considerata storica per Buja per alcune fondamentali ragioni: 1. innanzi tutto perché Molinaro si trovò ad amministrare più di cento miliardi di lire italiane, che furono tutte spese secondo preventivi e consuntivi scrupolosamente controllati, e quindi con la massima onestà possibile; 2. un’onestà che lo indusse a delegare ad altri funzioni che potevano destare sospetti di interferenza e collusione fra la sua funzione pubblica e la sua attività professionale di perito edile; 3. un’onestà che lo indusse a rinunciare anche all’indennità di carica, alla quale pur aveva diritto; 4. un’onestà che lo indusse ad accettare l’incarico soltanto perché si sentiva culturalmente e tecnicamente attrezzato per affrontalo. L’onestà, tuttavia, non basterebbe per farlo emergere fra gli eroici sindaci della “ricostruzione alla friulana”, perché per nostra fortuna si trattò di una virtù praticata da quasi tutti i suoi colleghi in quegli anni di tragedia e di speranza. Gino Molinaro emerge e si staglia sulla schiera degli amministratori onesti perché fu attento e propositivo non soltanto alla ricostruzione edilizia – stiamo parlando di 1.583 case riparate e di 1.089 rifatte –, ma anche alla ricostruzione culturale, che realizzò concretamente in tre modi: - preservando e migliorando l’assetto urbanistico del Comune, considerato giustamente come la filigrana della banconota storica; - ricorrendo all’applicazione dell’articolo 8 per salvare edifici di elevato valore ambientale, cioè per ripristinare almeno alcuni tratti del volto tradizionale di Buja, come possiamo vedere ad Andreuzza, Ontegnano e Saletti; - impostando un vasto programma culturale, realizzato a cavallo del Millenario del toponimo Buga, celebrato nel 1983. Sull’urbanistica scrisse parole illuminanti: “I nuclei abitati erano nati là dove la morfologia del terreno l’aveva consentito e le colline, pur omogenee nel paesaggio e percorse dalla stessa storia, avevano continuato a proteggere l’individualità dei borghi. Questa da sempre, nel bene e nel male, era stata la storia di Buja. Più che in altri paesi tra quelli colpiti, l’ipotesi di razionalizzare la ricostruzione accentrando migliaia di persone in un unico agglomerato urbano avrebbe trovato nella gente un’opposizione motivata da secoli di vita”. Quei secoli di vita avevano prodotto anche la “bujesità culturale”, che doveva essere memorizzata in un quadro coordinato di iniziative, tracciato sulla base di un pensiero di fondo. Ecco le sue parole: “Una comunità che, per destino o per necessità, è costretta a rinunciare ai segni fisici lasciati dall’uomo nella sua storia, può continuare ad essere se stessa se riesce ad individuare i segni interiori della propria identità nei princìpi, nei valori e nei comportamenti che hanno messo radici fra la sua gente.” Da queste e altre possibili citazioni si deduce che nel pensiero di Molinaro Buja doveva avere una ricostruzione culturale, il più possibile agganciata all’eredità storica. Conseguentemente, una volta superata l’emergenza e finiti gli interventi prioritari, Egli decise di creare l’assessorato alla cultura, per consentire al Comune non soltanto il monitoraggio e possibilmente il coordinamento delle varie iniziative, ma soprattutto per dar vita a una propria politica culturale, che si manifestò in tutto il suo spessore nel 1983, quando in un solo anno furono portate a compimento le seguenti manifestazioni: - Concorso di idee per la sistemazione della piazza di Santo Stefano; - Manifesto per le celebrazioni del Millenario; - Mostra di fotografie intitolata “Buja cent’anni”, con catalogo curato da Giuseppe Bergamini; - Mostra di pittura con catalogo, intitolata “I colori del Friuli nella pittura di Enrico Ursella”, curata da nomi prestigiosi: Aldo Rizzi, Licio Damiani, Luciana Marioni Bros, Giuseppe Bergamini, Gian Carlo Menis e Andreina Nicoloso Ciceri; - Incarico a Carlo Pirola, musicista di Milano, per la composizione dell’opera “Friuli millenario”, eseguita nella Casa della Gioventù di Santo Stefano e al Palasport “Carnera” di Udine. (E’ stata riproposta in Monte il 6 maggio 2006, per il trentennale del terremoto); - Ciclo di lezioni per insegnanti, in collaborazione con la Direzione didattica; - Ciclo di conferenze in collaborazione con il Circolo Culturale Laurenziano, sulla storia istituzionale, economica e culturale di Buja; - Incarico a Pietro Giampaoli per la Medaglia del Millenario; - Compartecipazione del Comune di Buja, tramite l’Assessorato alle attività culturali, ad altre iniziative di rilevante importanza: pubblicazione del romanzo “Cjase di Dalban” di Maria Forte; stampa della monografia “Castello di Buja” di Gian Carlo Menis, a cura del Consorzio per la Salvaguardia dei Castelli Storici; patrocinio concesso a diverse iniziative proposte da associazioni locali. - Incarico a chi vi parla in questo momento per un libro sulla storia di Buja, stampato con il titolo di “Buja. Terra e popolo”, presentato il 4 giugno 1984 a conclusione delle manifestazioni indette dal Comune per il Millenario, ristampato con aggiornamenti, per volontà dei Sindaci Calligaro e Marcuzzo, nel 1996 e nel 2002. Fatte le debite proporzioni, si può dire senza tema di smentita che il Comune di Buja fece, per il Millenario, molto più del Comune di Udine! Questa, in sintesi, l’eredità umana, culturale e politica di Gino Molinaro, documentata in un libro scritto da Lui stesso: noi ci siamo infatti limitati a riunire, per facilitare i lettori, testi scritti di suo pugno, già pubblicati. Naturalmente, abbiamo dovuto considerare anche le vicende più drammatiche dalla sua vita, quelle dell’incriminazione e della carcerazione preventiva, ma per le ragioni chiaramente elencate in appendice ci siamo limitati sostanzialmente a una elencazione emerografica, perché ci premeva soprattutto ricordare il coraggio e la fermezza dimostrati da Gino Molinaro nel proclamare la sua innocenza e le quattordici “violazioni di legge” che, secondo il suo difensore Sergio D’Orlando, furono compiute nella conduzione dell’inchiesta. Una di queste irregolarità di procedura – ma non dimentichiamo che in diritto la forma è sostanza –, fu riconosciuta dal Tribunale di Pordenone, che il 5 febbraio 1996 si dichiarò incompetente a giudicare e trasmise gli atti dell’inchiesta al Tribunale di Tolmezzo. Questo è un capitolo giuridicamente chiuso, perché la morte fu più lesta della giustizia, ma rimane storicamente aperto, anche perché molto più ampio di quel che si può desumere dalle fonti giornalistiche da noi citate. La giornata terrena di Gino Molinaro si chiuse il 14 luglio 1997, appena qualche mese dopo il suo cinquantaquattresimo compleanno. Poi, dopo l’applauso scoppiato fragoroso nel Duomo di Santo Stefano il 16 luglio, ci fu un lungo e per certi versi inspiegabile silenzio, rotto soltanto il 6 maggio 2003 dalle parole di Armando Sant, stretto collaboratore di Molinaro, che di fronte a una targa affissa nella sede municipale disse: “Crediamo che il primo riconoscimento ufficiale che, a sette anni dalla sua scomparsa, gli viene attribuito renda finalmente giustizia alla memoria del Sindaco e soprattutto dell’uomo Molinaro, che è stato, per Buja, il vero artefice e simbolo della ricostruzione”. Anche alla luce di questa accorata testimonianza, a me sembra che il senso della sua vita sia racchiuso nel titolo del libro, “Ho amato Buja”, deciso alla luce dello studio di tutta la documentazione disponibile, e sono convinto che il giudizio definitivo sulla sua azione politica sia quello contenuto nelle parole dell’onorevole Giuseppe Zamberletti, stampate sull’ultima di copertina: “Gino Molinaro fu uno di quegli uomini meravigliosi capaci di rappresentare un esempio luminoso non solo nella storia della sua comunità, quella di Buja, ma anche in quella più vasta degli uomini che hanno rafforzato le nostre istituzioni repubblicane dimostrando dedizione e senso del dovere al servizio della gente, contribuendo a dare un’immagine dello Stato di cui i cittadini potessero andare orgogliosi”. |