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Un altri Italico 

nol vegnarà plui!

di Tito Cancian

 

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Dal 1910 al 1950 circolava a Buia la frase: “Un altri Italico nol vegnarà plui!”.

L’Italico del quale si parlava  soprattutto al ritorno degli emigranti, attorno al focolare, nelle piazze, nelle osterie, era nato ad Urbignacco nel 1891 ed era figlio di Luigi Pauluzzi, un modesto proprietario terriero che, con il fratello Andrea, dirigeva una fabbrica di laterizi a Linz in Austria. La sua manodopera era quasi esclusivamente formata da emigranti buiesi (maschi e femmine) da lui reclutati nei frequenti viaggi in Italia.

I buiesi erano allora molto apprezzati in Austria e si diceva che lo stesso imperatore Francesco Giuseppe, conoscendone l’abilità, li preferiva per certi lavori piuttosto impegnativi. Erano anche molto richiesti i Buias  per l’organizzazione di licôvs (merende di fine lavoro) e di feste di ogni genere, soprattutto di quelle nelle quali ci fosse da riscuotere a fini di beneficenza.

Il grande caseggiato dei Pauluzzi (Lugans  di soprannome), come si può vedere dalla riprodotta cartolina d’epoca, occupava buona parte della Piazza di Urbignacco.

Tra i personaggi illustri di nome Pauluzzi, troviamo l’ingegnere civile Enrico Pauluzzi (1831-1909) che dimorò prevalentemente a Tricesimo e che, per quasi cinquant’anni prestò la sua opera per i Comuni di Buia, Tricesimo, Tarcento e Treppo Grande. Collaudò ponti, fece sistemare strade poco agevoli, contribuì allo sviluppo dell’agricoltura tanto che lo troviamo citato, quale applaudito relatore, allo storico Congresso dell’Associazione Agraria Friulana, tenutosi a Gemona nel 1867. Sempre nello stesso anno egli progettò per Buia una grande fabbrica di laterizi con il forno a fuoco continuo per sfornare ininterrottamente mattoni, tegole e altri manufatti, utilizzando l’innovativo metodo del berlinese Hoffmann.

Da una famiglia con questo nome Italico non poteva non assorbire una gran passione per il disegno, per la scultura, per tutto ciò che avesse a che fare con l’edilizia e col mal dal clap  tipico dei friulani. Suo padre se ne avvide ben presto e, benché Italico fosse il più giovane dei suoi figli (gli altri erano Giovanni, Enrico e Carlo e le sorelle Noemi, Elvira e Angelina) volle metterlo subito alla prova. Così, dopo avergli fatto frequentare le scuole elementari a Buia, lo portò a continuare gli studi in Austria per utilizzarlo, durante i giorni di vacanza, anche se aveva solo tredici anni, nella sorveglianza degli operai, facendosi  via via sostituire da lui nelle mansioni direttive. Ebbe ben presto la completa fiducia e stima sia dei padroni che degli operai e operaie. Era infatti un attento osservatore, dotato di grandi capacità organizzative, ingegnosissimo, di poche parole ma di molti fatti, sempre pronto ad aiutare chi avesse problemi economici. Aveva uno stile inconfondibile: girava nei cantieri vestito a tutto punto con giacca, cravatta e pantaloni bianchi, che gli permettevano di nascondere meglio la polvere e che faceva lavare quasi quotidianamente. Per gli spostamenti da un punto all’altro del cantiere utilizzò, per tutta la vita lavorativa, una bicicletta da corsa che, per allora, era qualcosa di straordinario. Aveva avuto prestissimo la prima bicicletta da corsa dal padre come ricompensa della sua collaborazione e nel 1906, a soli 17 anni, arrivò quarto in una gara vinta dal suo concittadino Barnaba e da allora, fino al 1911, scese più volte da Linz per disputare corse ciclistiche : arrivò ben 7 volte primo su  undici gare.

Nel 1911, a vent’anni, ritornò in Italia per adempiere all’obbligo del Servizio Militare. Fu trattenuto sotto le armi fino al 1913, a causa della Guerra di Libia. Nel 1914 si sposò con Pierina Del Rosso, nata in Brasile, dove il padre Angelo, emigrato da Osoppo, aveva creato un’impresa di costruzioni di strade. Dopo il matrimonio, Italico portò con sé la moglie a Linz, riprese il suo incarico ma, nel 1915, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria, rientrò in Patria e fu immediatamente arruolato. Gli venne riconosciuta la sua abilità in campo amministrativo (già collaudata durante il precedente servizio militare di leva) e, come sergente maggiore di contabilità, prestò servizio in zona di guerra, nel Quartier Generale di Corpo d’Armata.

Nel 1918, a guerra finita, con i fratelli Giovanni ed Enrico, creò un’Impresa a Buia che lasciò nel 1920 per trasferirsi in Francia per un prestigioso incarico: la direzione e la ristrutturazione di una delle più grandi fabbriche di laterizi d’Europa di proprietà della Società “Tuileries et Briqueteries” (tegole e mattoni) della Lorena. La fabbrica si trovava a Morhange, città che, prima della sconfitta della Germania, era in  territorio tedesco e si chiamava Murshingen. In soli tre anni, dal 20 maggio 1920 al 1° aprile 1923, riuscì a rimodernare gli impianti, aumentando la produzione che superò gli 80.000 pezzi al giorno (26 milioni l’anno) e, nello stesso tempo, riducendo il numero degli operai da 480 (400 maschi e 80 femmine) a soli 150, molti dei quali buiesi. Un vero trionfo se si pensa che, all’inizio del secolo scorso, le fabbriche friulane di mattoni, numerose ed efficienti, producevano mediamente due milioni di pezzi l’anno e che, la più grande di esse, collocata a Pasiano di Pordenone, ne produceva non più di 7 milioni, impiegando 200 operai.

Nonostante il successo, il lauto stipendio, la stima dei proprietari e l’affetto degli operai, Italico Pauluzzi non era pienamente soddisfatto: la sua vera passione era la costruzione di opere soprattutto in cemento armato, tanto che, per saperne di più, nel 1921, si fece dare una licenza speciale e, per pochi mesi, frequentò, ottenendo un lusinghiero diploma, un corso in materia edilizia, tenuto dal professor Giuseppe Pischiutti. Fu così che, nel 1922, lasciò Morhange per trasferirsi a Reims. Gli industriali, proprietari della fabbrica, gli rilasciarono preziosi attestati di benemerenza  e assunsero al suo posto il fratello Giovanni. A Reims, dopo aver riunito in una grande baracca dormitorio 50 operai italiani (la maggior parte di Buia, Osoppo, Forgaria) creò un’efficientissima impresa edilizia e, in poco tempo, ricostruì i palazzi contigui alla cattedrale, palazzi completamente sventrati dai bombardamenti.

Nel 1923 gli venne affidato un grandioso progetto: la costruzione del monumento-ossario dedicato ai morti della Champagne, un immenso tempio-cripta piramidale sormontato dalle tre gigantesche statue di tre soldati: uno francese, uno inglese e il terzo americano. Per tutta la vita a Italico rimase il dispiacere che in cima a quel monumento non ci fosse un quarto soldato, quello italiano che, d’altra parte non era presente sulla linea della Marna, impegnato com’era a difendere il nostro patrio suolo.

In uno dei sopralluoghi effettuati dai generali Gouraud e Joffre, quest’ultimo volle conoscere l’impresario e, rivolgendosi a Italico chiese: “Voi siete italiano, dove avete lavorato prima di venire in questa regione, così dolorosamente colpita?” “Ho lavorato a Morhange”. A questa risposta Joffre esclamò tristemente: “A Morhange, a Morhange, conosco bene quel luogo!”. Infatti nell’agosto del 1914 Joffre, nel suo piano di battaglia che contemplava l’invasione del suolo tedesco, aveva subito una doppia sconfitta, il 18 a Sarrebourg e il 20 a Morhange, contro il generale tedesco Molte.

Il monumento “Ai tre soldati” fu costruito nel terreno della fattoria “Navarin” vicino alle trincee tedesche, luogo famoso perché lì ebbe luogo il primo combattimento in Europa della guerra di posizione. I tedeschi sacrificarono circa 75.000 uomini mentre le truppe alleate (francesi, inglesi, marocchini, americani) ebbero ben 150.000 morti. Di questi circa 100.000 ancor oggi riposano nell’ossario-monumento costruito con straordinaria bravura e dovizia di ferro e cemento, da Italico Pauluzzi.

Altri importanti lavori lo aspettavano: la costruzione di due ponti sulla Marna per la Compagnia des Chemins de Fer de l’Est, ville signorili in Costa Azzurra  e la ricostruzione, a Montaubau di edifici distrutti da una rovinosa inondazione. Trasferì infine la sua Impresa a Tolosa, per permettere ai suoi due figli di completare gli studi universitari. Una delle costanti della sua vita fu quella di portare sempre con sé la famiglia, dalla quale si allontanò solo per alcuni mesi nel 1930, quando ad Algeri ebbe l’incarico di restaurare, abbellendoli, alcuni edifici, tra i quali il Casinò, in vista di grandiosi festeggiamenti per il centenario della conquista della città da parte dei francesi.

A 59 anni, nel 1950, sciolse l’Impresa e, dopo essersi costruito una villetta ad Osoppo, rientrò con la moglie definitivamente in Friuli, dove morì nel 1972. Fino alla vigilia della morte -scrissero allora i giornale dell’epoca- era stato visto pedalare con vigore sulla sua leggerissima bicicletta da corsa ultimo modello: nella vita ne aveva cambiate molte. Le sue pedalate erano ancora energiche e il suo fisico asciutto e forte, tanto che la gente del luogo continuava a chiamarlo affettuosamente “Bartali”, soprannome questo che egli si era portato dietro dalla Francia, solo che lì, alla francese, si pronunciava “Bartalì”.

Questo personaggio buiese, Italico Pauluzzi detto Bartali, innamoratissimo del suo Friuli e  della sua famiglia curò, con affettuosa lungimiranza l’educazione e la formazione dei suoi figli, assecondando le loro predisposizioni e facendoli studiare nei migliori collegi e scuole francesi.

Oggi come oggi, a ragion veduta, chi ha la fortuna di conoscere i suoi due figli, Luigi ed Aldo, può ben dire che hanno pienamente risposto alle sue aspettative.

L’ottantacinquenne Luigi, medico-veterinario, ha esercitato la sua professione prima in Francia  (dal luglio al dicembre del 1939) quale direttore della Clinica Julien di Tolosa, poi in Friuli fino a non molti anni fa. Vive attualmente a Gemona dal 1950 circondato da stima e venerazione: è di una vivacità intellettiva straordinaria.

Numerosi i suoi titoli: il baccalaureato in Scienze nel 1934, quello in Filosofia nel 1935 e la frequenza a Tolosa di una delle tre francesi Facoltà di Veterinaria, alle quali si poteva accedere solo dopo un difficilissimo esame (200 posti per 1200 candidati). Nei primi mesi del 1940 ha frequentato l’Università di Milano per convalidare i suoi titoli e, nel giugno del 1940, si è laureato con la tesi “Assorbibilità degli antigeni ed emolisine”, che ha entusiasmato il professor Finzi, suo relatore, che gliela ha pubblicata  e che ha cercato di convincerlo, senza riuscirci, a intraprendere la carriera accademica.

Nel 1941 è stato  chiamato sotto le armi e, nel 1942, con l’ARMIR è partito per la Campagna di Russia, col grado di sottotenente–veterinario del Battaglione Tolmezzo. Ha partecipato alla tragica ritirata prodigandosi per i suoi uomini e per i muli. Quest’ultimi, se feriti gravemente, venivano uccisi e fornivano un po’ di cibo alle affamatissime truppe.

Rientrato a Udine nel 1943 durante l’invasione nel 1944-45 ha lavorato ad Ampezzo,  passando ogni giorno dalla zona occupata dai tedeschi a quella libera dei partigiani cambiando la fascia attorno al braccio ed esibendo due distinti lasciapassare. è riuscito ad evitare, rischiando la deportazione, il sequestro da parte dei tedeschi di molte mucche, certificando falsamente che erano gravide. Dopo la Liberazione ha lavorato a Tolmezzo e dal 1950 a Gemona, contribuendo allo sviluppo della zootecnia e alla lotta contro l’afta epizootica.

Nel 1976, nel periodo post-terremoto è stato nominato ispettore, per il territorio del Gemonese, dell’Igiene Pubblica, compito questo che ha svolto egregiamente: ha fatto seppellire 129 bovini, ne ha fatto trasferire 1445 nella bassa friulana, ha immunizzato i 3000 rimasti in loco Per evitare lo scoppio di epidemie tra la popolazione ha controllato ispezionandole le improvvisate mense e i depositi di viveri, analizzando acqua, carne e latte.

Per i suoi meriti, nel 1980, l’allora Ministro della Sanità Altissimo lo ha insignito della medaglia d’oro come benemerito della salute pubblica. E non è tutto: più volte ha avuto grossi riconoscimenti dalla Società Veterinaria Italiana per i suoi contributi ai congressi e per le decine di pubblicazioni in prestigiose riviste italiane e francesi.

Il secondo figlio di Italico, l’ottantatreenne Aldo, laureato in ingegneria elettrotecnica, vive a Parigi, dopo aver ricoperto prestigiosi incarichi all’Università di Parigi e in molte Società industriali, tra le quali l’I.B.M.. Avendo ereditato dal padre la passione per gli sport e un’invidiabile costituzione fisica, da studente è stato più volte campione  dell’Accademia di Tolosa  non solo nelle gare ciclistiche, ma anche nel salto con l’asta, nei 400 metri, nel salto in lungo, nel lancio con il disco.

Entrambi i fratelli, Luigi ed Aldo, sono fieri delle loro radici buiesi e del loro padre Italico che ricordano con orgoglio e con affettuosa riconoscenza.

  

BIBLIOGRAFIA

Atti della sesta riunione della Associazione Agraria Friulana, Udine 1867.

Le Monde illustré nro 3485 del 4 ottobre 1924, 68° année, Paris

Valentina Piccinno, Luoghi, architetture e imprenditori. Fornaci a “fuoco continuo” in Friuli. Ed. Il Campo 2001.

Valentina Piccinno, Le fornaci per “cucinar mattoni” nel Comune di Buja, sta in “Buje pore nuie!”, n. 18, anno 1999.

Amedeo Tosti. Storia della Guerra Mondiale vol. 1° (1914-1916), A. Mondadori, Milano 1937