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Ricordo di Mario Monasso a cura della Redazione B.P.N. | |
Alla fine di giugno dello scorso anno 2009 è scomparso il nostro concittadino Mario Monasso, storico direttore della Cantoria parrocchiale di S. Stefano, appassionato cultore del bel canto e della musica. Se la Comunità cristiana di Buja deve sentirsi doverosamente obbligata nei suoi confronti per il prolungato servizio prestato da Mario in parrocchia come direttore della Cantoria e organista del duomo, la società civile bujese deve esserGli altrettanto riconoscente per quanto ha fatto nel periodo (1967-1983) in cui fu direttore del Gruppo Corale “BUJE” e anche dopo. Succeduto nella guida del gruppo corale a don Luigino D’Agostini, Mario seppe portare il sodalizio ai migliori risultati arricchendo il repertorio dei brani interpretati, affinando magistralmente l’interpretazione, incrementando la partecipazione del Gruppo alle principali e più autorevoli rassegne corali tenutesi in Regione e fuori di essa. Una particolare sottolineatura merita il tormentato periodo vissuto dal Gruppo Corale bujese e dal suo Maestro dopo il terremoto del 1976. Passata la fase acuta dell’emergenza, la corale “Buje”, alla pari di altre realtà associative locali, si rese prezioso e autorevole interprete dei migliori sentimenti di gratitudine della nostra comunità verso il mondo del volontariato italiano e straniero che, generosamente intervenne in nostro aiuto in quei terribili frangenti. Orbene, il Gruppo Corale Buje, sotto la guida di Mario Monasso, in quegl’anni fece numerose trasferte per ringraziare con le sue esibizioni canore quanti, nei modi più disparati, avevano alleviato le innumerevoli difficoltà abbattutesi sul nostro paese in generale e sullo stesso sodalizio corale. Fu quello un arco di tempo molto impegnativo per l’associazionismo bujese e dobbiamo essere memori verso queste persone per quanto si sono prodigate in tal senso. Superata la fase post-emergenza e avviata decisamente la ricostruzione, Mario Monasso lasciò la direzione del Gruppo Corale Buje, dove sentiva di aver dato il meglio di sé, e si dedicò amorevolmente a coltivare la “sua” Cantoria che mai aveva lasciato e a suonare l’organo nel duomo ricostruito, rimanendo sempre disponibile a prestare la sua professionalità quando richiesta. Non possiamo dimenticare in questo momento l’annuale e atteso appuntamento dell’Epifania Alpina, quando i suoi coristi, da Lui diretti, facevano riecheggiare nel Duomo le struggenti melodie dei più delicati e cari canti alpini puntigliosamente preparati e perfettamente interpretati. La redazione di “Buje Pore Nuje”, come atto di omaggio a Mario Monasso ritiene opportuno pubblicare su queste colonne l’estremo saluto rivolto al caro Amico, il giorno dei suoi funerali, a nome di tutti i coristi che, nel Gruppo Corale Buje e nella Cantoria parrocchiale, lo ebbero come Maestro e la lettera inviata da una classe di ex allievi dell’Istituto “Bretoni”.
Mi faccio interprete del dolore, dell’affetto, della stima, della riconoscenza di tutti i coristi che, qui presenti o da lontano, oggi salutano il Maestro di tanti canti e salutano soprattutto l’Amico di tanti giorni. Mario se n’è andato e inevitabilmente mille immagini delle nostre esperienze comuni si affollano in mente, a riempirci della struggente tristezza dei ricordi: quante centinaia di ore passate a provare e riprovare un repertorio, un brano, una singola frase musicale che nelle sue attese doveva riuscire perfetta! Quanti momenti di ansiosa preoccupazione affrontati insieme prima che le voci del Gruppo Corale Buje o della cantoria Parrocchiale sprigionassero le prime note di un brano sotto la sua direzione sicura e precisa! Quante soddisfazioni raccolte, - lui sempre con misurata riservatezza e perfino con ritrosia - quando gli apprezzamenti del pubblico confermavano la certezza di un’esibizione ben riuscita! Quanti momenti di gioiosa distensione alleggerivano infine ogni tensione dovuta agli impegni appena affrontati: e bastava allora un suo cenno per passarci l’invito a cantare di nuovo insieme, sempre con doverosa diligenza, ma finalmente solo per il piacere di cantare, di condividere nell’armonia delle voci i sentimenti di tutti. Sì, abbiamo vissuto con Mario Monasso i momenti più belli della nostra vita di coristi. La musica è stata certamente il primo mezzo espressivo con il quale Egli ha saputo partecipare a noi che cantavamo, ma anche a chi ci ha ascoltati sotto la sua direzione, l’intensità di sfumature, emozioni, sentimenti e valori che sono patrimonio unico e prezioso dell’anima popolare e religiosa della nostra terra e della nostra gente. L’ha fatto assumendosi coraggiosamente nel 1967 la direzione di una corale nata da poco e troppo presto rimasta priva del suo fondatore, don Luigino D’Agostini. L’ha fatto dedicando a questo gruppo sedici anni della sua vita, con particolare assiduità e intensità nel periodo del post terremoto, quando la Corale Buje era incessantemente impegnata in Italia e all’estero come ambasciatrice delle necessità della comunità locale colpita dal sisma. L’ha fatto anche dopo avere lasciato la direzione del gruppo corale e fino a poche settimane or sono come direttore della Cantoria parrocchiale, continuando a portare nelle nostre chiese l’armonia delle più belle Messe e canti religiosi della tradizione musicale, specialmente friulana. Ha fatto tutto questo con non comuni capacità di direzione corale, con rigore tecnico e al tempo stesso con una sensibilità interpretativa capace di rivelare quanto profondo fosse il mondo dei suoi sentimenti, della sua fede, del suo amore per la comunità di Buja; una sensibilità capace di attestare quanta nobiltà di percezioni ci fosse nel suo animo, al di là dei modi riservati e silenziosi. A tutta la sua amata famiglia va oggi il nostro abbraccio. A te, Mario, il nostro grazie. Troverai cori di inimmaginabile bellezza nei Cieli che tante volte hai cantato e in cui hai sempre riposto la tua fede e la tua speranza. Troverai sempre nell’animo dei tuoi coristi la memoria affettuosa e commossa che si conserva intatta per gli Amici senza tempo, quale tu sei e resterai per ciascuno di noi.
Lettera alla famiglia di Mario Monasso dalla Quinta A del Bertoni, Maturità del 1971
Carissimi, forse queste poche righe che vi mandiamo con il cuore dolorante non potranno darvi conforto, dal momento che spesso (o forse sempre) in simili occasioni le parole rivelano tutta la loro impotenza. Sì sono sincere. Certo, scaturiscono da dentro. Ma è difficile, molto difficile, che riescano per davvero ad esprimere compiutamente quel vuoto, quello sconcerto che uno si porta dentro. E’ insomma difficile che possano andare a colmare in ogni sua ansa, in ogni suo interstizio, quella sorta di stampo, quel nulla crudele, quello spazio venutosi ad aprire di colpo nella materia tenera di cui sono fatti i ricordi, gli affetti, i sentimenti. Per noi che vi scriviamo con il magone dentro, per noi ex ragazzi del ’52, per noi che tra le mura del Bertoni abbiamo passato gli anni più importanti e formativi delle nostre vite, crescendo sì nei muscoli e nelle ossa, ma soprattutto in quello che fa di noi oggi – almeno lo speriamo! – degli esseri maturi e pensanti, Mario ha rappresentato ben più di quello che era il suo ruolo istituzionale e professionale. Come altre persone a noi carissime e che non ci sono più, autentici “mattoni” e “cemento” delle nostre vite, da don Baltieri a don Miori, passando per don Colitti... Beh, proprio come loro, il vostro e nostro Mario era “il” Bertoni stesso. Ne era l’anima così come ne era stato per tanto tempo il testimone, lo storico, ma anche una delle pietre angolari, quelle portanti. O meglio, tutto questo per noi Mario lo è e lo sarà sempre, perché il passato è l’unico tempo del verbo “essere” che non gli si addice. Non sappiamo chi abbia scattato quella fotografia di Mario che l’amico Pezzetta ci ha inviato insieme con l’email in cui ci dava una notizia che non avremmo mai voluto ricevere. Ma quello scatto, con l’insuperabile magia di sintesi che soltanto le fotografie riescono a volte ad avere, c’è davvero tutto Mario. La sua sintesi. C’è sì il particolare esteriore, fisico, della testa tenuta leggermente inclinata, quasi volesse andare sempre a scrutare in profondità – e ci riusciva, accidenti se ci riusciva! – fin sotto le pieghe della semplice apparenza. Ma c’è anche quell’indimenticabile sorriso intelligente, al tempo stesso dolcissimo e amabilmente ironico. E c’è quello sguardo tutto suo, inconfondibile, sospeso a metà tra la curiosità ed il disincanto di chi della vita, ma soprattutto degli uomini, aveva visto e appreso tanto. Una saggezza esistenziale che a noi, allora soltanto futuri uomini, lui aveva saputo trasmettere, dare. Anche se sarebbe più giusto usare un altro verbo: “regalare”.
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