Nèa dal Bandâr un protagonista della storia recente del Congo di Otello Gentilini | |
"Nèa dal Bandâr" si lega ad un passato bujese non lontano. I meno giovani lo ricordano aitante corridore in bicicletta o fra "stagni e chiodi" nella bottega di suo padre Andrea o dietro al banco d'angurie di mamma Enrica. Nel dopoguerra, Buja fu segnata da partenze individuali dei primi emigrati e, più tardi, da partenze di interi nuclei famigliari. Tonino Tite, di Ursinins Piccolo, aprì la strada di Enea Nicoloso verso Parigi presso l'impresa J. Rossi dove egli maturò le prime esperienze di imprenditore edile. Dopo questa prima tappa Nea si lanciò verso una meta più lontana: il Congo. Questa sua scelta nacque dal suo sogno di poter vivere in un luogo diverso ed allo stesso tempo simile al suo paese natale. Un luogo dove poteva ritrovare la propria libertà individuale. Nel Congo, vicino alla sua terra d'origine per i sentimenti radicati nelle persone più semplici, poteva sentirsi un indigeno africano pur avendo un'altra terra d'origine e una diversa cultura. Ebbe parte attiva alle vicissitudini sociali del Congo che nel 1960 si rese indipendente dalla Francia ed ebbe per capi di stato il religioso cattolico F. Youlou, poi M. Dabat ed infine il Gen. M. Ngouabi, presidente fino al 1977. In circa 15 anni Nea portò a compimento diverse opere edili che lo uniscono al celebre friulano: l'architetto D'Olivo. Le costruzioni più rinomate sono: l'ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, le sale dell'aeroporto di Libreville, la Cattedrale di Fort-Rousset, la residenza del presidente a Brazzaville ed altre... La personalità di Nea la ritroviamo soprattutto nella bontà di un uomo amico del popolo e degli esponenti del mondo economico-politico del Congo. Il presidente congolese Nguoabi definì il Nicoloso: "Il Savorgnan di Brazzà che ha costruito questa giovane nazione". Ebbe dal presidente diversi incarichi: fu mandato in Cina e Giappone per l'apertura del mercato del legno congolese, trattò contratti commerciali con il Canada e con l'Italia (SIM-AGIP) e con la Radionica di Montreal. Gli interessi commerciali non gli facevano però dimenticare l'aspetto spirituale, per il quale si dedicò con passione e disinteresse per aiutare le comunità religiose locali. La gente umile e povera ebbe molta importanza per il nostro Nea! Lo ricordo, in una domenica del marzo 1976, dopo la S. Messa nella Cattedrale di S. Anna a Brazzaville, attorniato dalla folla gaudente per salutare "papa Nicoloso", rientrato dal Friuli. Aiutava e consigliava i giovani indigeni nel passaggio difficile dalla vita primitiva al primo impatto con il progresso. La sua impresa edile era una scuola di arti e mestieri per circa trecento operai. Quanta calma, quanta pazienza ci voleva in quel luogo! Ogni mattino si avviava verso il suo stabilimento all'Avenue Intendance. Per giorni insegnava ai falegnami ad usare le macchine per la lavorazione del legno, apprendimento difficile per il congolese allergico alle novità tecniche. Dopo un po' di tempo gli indigeni non solo non avevano imparato nulla, ma avevano fatto sparire tutte le macchine per non cadere nella tentazione di dover imparare a maneggiarle! In quell'occasione, da parte di Nea non ci fu una reazione arrabbiata, ma una bonaria e rassegnata esclamazione: "Cosa vuoi? Io ho il dovere di dar loro un progresso e loro hanno il diritto di restare congolesi". Qui si può cogliere il vero ritratto di "Nèa dal Bandàr": ha cercato di dare una cultura europea ai congolesi senza distruggere la loro identità indigena. Nel marzo 1976 il presidente Ngouabì ci aveva offerto l'aereo per un viaggio al suo paese natale Fort-Rousset a circa 900 chilometri da Brazzaville: il Nicoloso avrebbe dovuto fare dei lavori di restauro nella residenza del presidente ed accompagnare due professori francesi nel cuore della foresta equatoriale per eseguire dei rilevamenti. Furono, per Nea e per lo scrivente, delle giornate cariche d'interesse: distese di foreste, feste tribali, culti dei feticci, un mondo meraviglioso! Il 19 marzo, dall'elicottero che sfiorava la foresta a bassa quota, il presidente Ngouabi, intravide un bufalo che stava pascolando in un acquitrino. Lo uccise. Discendemmo per raccogliere l'animale nel veicolo, ripartimmo, ma dopo pochi minuti, forse a causa del sovrappeso, l'elicottero, precipitò al suolo. In pochi secondi ci trovammo avvolti nei rottami del velivolo. Riuscii ad uscirne facendo un balzo. Mancavano l'amico Nea ed il prof. Diamant. Mi avvicinai ai rottami per aiutare i due amici, ma all'improvviso prese fuoco la benzina che si spandeva sul terreno. Mi sentii strappare dal pericolo delle fiamme da una mano amica... Grondante sangue ed affranto per l'accaduto diedi l'ultimo saluto al bujese Nea dal Bandâr. Gli avvenimenti che accaddero dopo la fatale caduta, i morti, i feriti, lo smarrimento di 34 ore nella foresta equatoriale, la lotta per la sopravvivenza, restano per chi li ha vissuti la cornice tragica del ricordo di un Uomo e di un amico che per il Congo è già diventato storia. |