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Enrico Pauluzzo medico di famiglia

omaggio al “miedi Ricut”

 

di Mirella Comino

 

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La serata del 2 maggio 2007 è quella di una tiepida giornata di primavera. La suggestione dei suoi profumi e delle sue atmosfere si moltiplica in cima al Monte, dove per tutto il mese, nella Pieve di San Lorenzo, si recita il Rosario ogni mercoledì. È quasi un trovarsi a due passi dal cielo. Monsignor Goi, commentando il mistero dell’assunzione della Vergine, richiama il difficile passaggio della morte e la speranza cristiana nella continuità della vita, promessa di eternità suggellata dalla resurrezione di Cristo ma anche, appunto, dall’entrata nella gloria senza tempo della Madre di Dio, chiamata in Cielo in corpo ed anima. E nel formulare l’augurio fiducioso che a ciascuno di noi sia destinato lo stesso cammino, invita ad accompagnare con la preghiera il ritorno al Padre del “miedi Ricut”, scomparso in giornata.

La sorpresa, il dolore frastornato e i ricordi rubano il posto alle restanti orazioni: il dottor Enrico Pauluzzo era il “mio” medico, colui che si era preso cura della maggior parte della mia vita, e ci aveva lasciati.

La prima immagine che mi torna in mente di lui è di tanti anni fa, quasi cinquanta.

Lo vedo seduto sulla sponda del letto, quei letti ancora alti dei mobili di un tempo che, anni più tardi, egli avrebbe ricordato nostalgicamente perché gli permettevano di accostarsi al malato e di fargli visita senza doversi curvare scomodamente su di lui. Sostituiva il mitico dottor Vidoni, il quale aveva da poco concluso la sua benemerita carriera, ed era presumibilmente alle prime esperienze nel curare la gente, dopo aver prestato servizio come capitano medico tra gli Alpini della Julia.

Quel giorno era venuto a visitarmi perché avevo la febbre alta.

Chiamare il medico richiedeva allora un preciso rituale: cambio di lenzuola e di biancheria qualsiasi fosse stato il loro grado di freschezza, riassetto della camera anche dove non ci fosse stato niente da riassettare, brocca colma d’acqua, saponetta, catino, asciugamano di bucato, cucchiaio da tavola. Tutto doveva essere pronto e pulito, perché il medico non aveva tempo da perdere, col lungo giro che lo aspettava.

Scrutatami la gola con l’aiuto del cucchiaio e stabilito che l’indomani non dovevo andare a scuola, il giovane dottor Pauluzzo, però, non aveva fretta di andare. Seduto sull’orlo del letto mi raccontava dei suoi studi, dei tanti sacrifici sostenuti dai suoi per permettergli di frequentare l’università a Padova, di come la consapevolezza di quei sacrifici l’aveva impegnato momento per momento a fare il meglio, per non protrarre più a lungo del dovuto il peso che sapeva gravante sulla famiglia. Non era un semplice raccontare per parlare di sé: era una testimonianza personale per dire a me, ancora scolara di condizioni più che modeste, che le difficoltà, specie quelle economiche, non devono mai mortificare l’impegno e i sogni di chi vuole costruirsi una strada attraverso lo studio.

L’ultima immagine che ho di lui è appena della primavera scorsa, forse dei primi di aprile. Un abbraccio lungo e senza parole sulla porta di casa mia. «E lui, cemût?» «Eh, i contarai un’altre volte…». Cambiò discorso, allora, ma quante volte avevamo considerato insieme, negli ultimi anni, di come sia difficile per un medico il passaggio attraverso la malattia, proprio perché la conosce e sa fare due conti!

Tra la prima e l’ultima immagine, mille altre occasioni di incontro.

Enrico Pauluzzo, il miedi Ricut, è stato il mio medico e quello dei miei figli, della mia famiglia di nascita e di quella acquisita col matrimonio. È stato il medico delle mie tonsilliti di ragazzina e delle mie maternità, delle ansie per i miei bambini e di quelle per i miei genitori e suoceri, dei quali si è interessato sollecitamente fino al loro ultimo respiro, anche quando ormai non esercitava più la professione. È stato il medico delle certificazioni “ad uso ufficio”, come scriveva redigendo gli incartamenti previsti dalla burocrazia, e dei suggerimenti discreti e fraterni nel difficile momento della malattia più importante, quella dal nome inquietante che si era annunciata per me e per lui nello stesso periodo, nel 2003, e che per lui avrebbe preso la strada peggiore.

Come me, centinaia di famiglie hanno conosciuto a Buja la sua presenza puntuale  e silenziosa.

Si diceva che avesse un carattere difficile. Può darsi. Ma non ho memoria di una scortesia che mi abbia mai rivolto, né di un gesto di insofferenza o di indisponibilità. E se i parametri di valutazione della professionalità e dell’umanità sono altro che le parole, ebbene, i fatti dicono che quando doveva esserci, lui c’era.

C’era di giorno e di notte, di sabato, domenica e nelle feste comandate. Ricordo un capodanno in cui, dopo aver lasciato a metà il brindisi augurale che si teneva nel palazzo del municipio, accorse a controllare l’evoluzione di un’infezione che pareva cocciutamente determinata a non mollare uno dei miei familiari. C’era, se necessario, nonostante talora accadesse che le chiamate notturne fossero più d’una, a volte sollecitate da situazioni oggettivamente gravi, altre volte richieste sull’onda di suggestioni e paure dovute all’incapacità dei pazienti di valutare adeguatamente il rischio in corso.  

Infatti, i tempi in cui il dott. Pauluzzo e i colleghi della sua generazione e di quelle precedenti erano chiamati a prestare servizio di medicina di base non erano ancora i tempi della guardia medica, figura istituita proprio per coprire gli orari festivi e notturni, così da garantire giustamente il diritto al riposo degli stessi medici di famiglia. E non erano nemmeno i tempi in cui la gente ricorreva facilmente al pronto soccorso degli ospedali, stando il fatto che erano ben più scarsi di oggi i mezzi per raggiungerli e soprattutto perché un ricovero in ospedale era considerato di per sé un evento funesto. Erano anche i tempi in cui il medico doveva contare quasi esclusivamente sulle proprie forze e capacità, con scarso conforto di esami strumentali e specialistici, cui si ricorreva solo in casi di massima necessità. In altre parole, il medico di allora era solo davanti a scelte spesso difficili, di cui aveva e sentiva tutta la responsabilità dell’urgenza e della precisione. Ce n’era abbastanza per giustificare stanchezze e condizioni d’umore non sempre brillanti.

Il miedi Ricut in genere parlava comunque poco: lo stretto indispensabile a riferire una diagnosi, ad illustrare, anche dettagliatamente e pazientemente, i meccanismi evolutivi della malattia o della cura, a dare i suoi consigli. I sorrisi gli sfuggivano, più che sceglierli come modalità di comunicazione, ed erano sempre adombrati da una tristezza inespressa.

Ma quante cose c’erano, dentro i suoi occhi, che non trovavano espressione? Quante apprensioni dietro la sua ruvidità? Quante struggenti sofferenze che, nella parte difficile di chi deve essere punto di riferimento e sostegno per i pazienti, non poteva mettere allo scoperto?

Non era sempre stato così.

Nel suo piccolo studio di Madonna, fatto da una stanza poco illuminata come sala d’attesa e da un locale attiguo, spartano, per le visite, aveva ancora tempo e voglia di continuare il suo racconto di sé, inframmezzandolo con domande, riflessioni da condividere, suggerimenti. Intanto il lavoro aumentava in modo proporzionale al numero degli assistiti, anche perché gli si riconosceva sempre più diffusamente la capacità di capire ed affrontare i più svariati tipi di malanni. Nel giro di alcuni anni aveva poi trasferito l’ambulatorio nella bella casa nuova costruita sotto il bosco di Monte, a Sottofratta, ed era opinione comune  che si profilasse per lui un avvenire di brillante e stimato professionista.

Poi la scomparsa della giovane moglie in un incidente stradale aveva probabilmente innescato tra lui e la maggior parte dei suoi pazienti quei sofferti meccanismi comunicativi fatti di riservatezza, quasi pudore reciproco, nell’esprimere a voce alta i rispettivi sentimenti di fronte ad un evento troppo tragico, troppo inaccettabile per poterne parlare.

Da allora ho memoria delle sue visite taciturne, attente ad ascoltare ogni indicazione utile e a rispondere ad ogni necessità, ma senza più gioia: solo con un grande, puntuale spirito di servizio.

Uno spirito di servizio che, nonostante i numerosi problemi ed impegni che lo occupavano, non negò anche al di fuori della professione, ad esempio nell’amministrazione civica, dove prima del terremoto del ’76 ricoprì per un certo tempo l’incarico di vice sindaco, e nella frazione di Madonna, che gli fu sempre cara come cuore del paese. Proprio alla sua borgata dedicò una speciale sollecitudine, sia come membro del consiglio pastorale della parrocchia, sia come fondatore e componente di un comitato che dal 1982 ebbe il compito di provvedere al ripristino degli immobili devastati dal sisma, tanto che, non a caso, la stampa locale ha salutato in maggio la sua scomparsa come quella del “medico che salvava anche le chiese”.  

E proprio nelle ore sciagurate del terremoto il dottor Pauluzzo, ancora una volta stringendo i denti, non negò di fare la sua parte. Scrive di quel periodo[1]: “Immediato post sisma. Cronaca breve. Emergenze? Sì, tante, paratesi dinanzi a noi improvvise. Impreparati nella mente, nel fisico, nel cuore, nella professione, nell'abbigliamento, nell'alimentazione. In quel tragico caos, sconvolti, frastornati, non perfettamente lucidi, riemerse in noi la professionalità, il dovere, la dedizione al prossimo”. E continua: “In un lampo il nostro habitus mentale di medici passò a quello umano con le sue debolezze: altrettanto rapidamente ricomparve l’uomo medico.”

La prosa telegrafica di questa sua rara testimonianza scritta è specchio efficace non solo dell’essenzialità del suo comunicare, ma anche dell’etica rigorosa, inderogabile che assegnava alla sua professione: metter da parte le urgenze personali dell’uomo, anche quando gli eventi lo trascinavano traumaticamente nel vortice di debolezze e paure, per riappropriarsi immediatamente della responsabilità di riportare negli altri vita e salute. Ed è stata verosimilmente sempre questa la linea di principio del suo essere medico di famiglia, medico nel paese. Una linea che cominciò a disegnarsi in progressivo contrasto con i dettati della burocratizzazione professionale, che andava facendosi strada di riforma in riforma, di legge in legge, e che egli mal sopportava perché riteneva sottraesse al medico tempo e risorse spettanti al malato.

Poi, nei primi anni 90, dovette misurarsi ad un tratto con la propria salute e diventare medico di se stesso. Annunciò allora ai suoi pazienti che non avrebbe più potuto esercitare la professione nella sanità pubblica. Da quel giorno in avanti diventò cosa consueta, passando davanti a casa sua, vederlo armeggiare con cesoie e tagliaerba, impegnato a curare il giardino anche riscoprendo il gusto di barattare talee e germogli e comunque di riappropriarsi di esperienze radicate nel suo passato.

Due volte alla settimana, il martedì e il giovedì, riponeva  tuttavia gli attrezzi dei passatempi, indossava di nuovo il camice bianco ed apriva l’ambulatorio per tornare ad essere “il miedi Ricut”.

Fu un’opportunità preziosa, quella, per i pazienti rimasti disorientati senza il “loro” medico. Significava, per coloro che lo volevano, affrontare il passaggio a nuovi ambulatori senza quei tagli che nella fragilità della malattia diventano spesso traumatici. Il conforto di un parere, che egli esprimeva per altro con massima, rispettosa discrezione, li aiutava a superare interrogativi e diffidenze tanto più resistenti nelle persone anziane, che avevano ormai stabilito con “Ricut” (la lunga frequentazione faceva spesso saltare anche il titolo di qualifica professionale!) un rapporto di confidente, pieno affidamento. E proprio per gli anziani, ma non solo, trovava anche il tempo di fare periodicamente un giro di visite a domicilio. Se non trovava nessuno in casa, non di rado lasciava un biglietto nella cassetta della posta: “Saluti, il miedi”. Ma i suoi vecchietti, dei quali conosceva ogni disturbo ed ogni paura, lo aspettavano anche senza appuntamento e casomai, soprattutto nei periodi in cui aveva dovuto diradare le visite per curare la propria salute, lo rimproveravano del troppo lungo silenzio accogliendolo egoisticamente con un «Dulà îsal stât, po, che no si lu à viodût par tant timp?». Compariva veloce e silenzioso, entrava con sicurezza nella stanza giusta, trovava un appoggio al suo cappello, si informava della situazione ed era pronto a ripartire. Difficile strappargli qualche minuto in più del necessario, impossibile fargli accettare un caffè o un bicchiere di vino.

Eppure, in ambulatorio o a domicilio, quelli della sua quiescenza furono certo i momenti in cui egli poté riappropriarsi di tempi tutti suoi, per scambiare una parola senza l’assillo del programma giornaliero da concludere e senza dover per forza ricadere nell’ambito delle tematiche professionali. L’amarezza per un mondo che gli sembrava di gran lunga distante dalle più modeste speranze o i fatti del giorno erano gli argomenti su cui trattava più comunemente qualche riflessione, spesso con lo sguardo lontano ed un inesprimibile pessimismo; solo occasionalmente, se sollecitato dalla rituale domanda “cemût stano a cjase sô?”, rivelava con poche battute che la vera consistenza della sua vita erano le amatissime figlie Giulia e Michela, la nuova scintilla di gioia nata con la nipotina Sofia e la presenza preziosa di Edda.

C’erano in realtà brevi parentesi in cui sapeva ritrovare frammenti di spensieratezza forse rimasti nei ricordi giovanili. Stando alle testimonianze degli alpini di Buja, che lo hanno avuto talvolta per compagno di vicissitudini nelle adunate annuali o in qualche incontro locale, nelle ore trascorse insieme la sua tristezza si stemperava a poco a poco, per rivelare insospettate capacità umoristiche quando riusciva ad abbandonare i discorsi più impegnativi sul senso del dovere, la solidarietà, la Patria, la riconoscenza e gli altri valori condivisi nello spirito delle penne nere.

Ricordo che l’ultimo Natale mi chiamò al telefono per dirmi quanto era stato contento di una piccola icona che gli avevo mandato per augurargli buone feste. Apprezzava in verità ogni pur minimo segno di gratitudine, perché riteneva che, tra i grandi valori in via di obsolescenza, questo sentimento fosse ormai ampiamente giunto a livelli sempre più insignificanti. Gli dissi che l’immagine sacra aveva non solo il compito di esprimergli la mia riconoscenza di tutta una vita, ma anche di richiamare per lui l’aiuto della Madre Celeste.

Mi rispose: «Eh, sì, i ai bisugne…»

La prova più difficile era dietro l’angolo, con il carico di fatiche portate dalla sofferenza e con le inquietudini esistenziali che soprattutto negli ultimi anni aveva fugacemente manifestato nel suo parlare. Un rapido giro, l’ultimo, tra le famiglie delle quali aveva condiviso luci ed ombre: quasi un saluto consapevole del grande momento che stava arrivando.

Certo non l’ha affrontato da solo, quel grande momento. Migliaia di pazienti, di qua e di là del confine della vita che aveva fedelmente servito secondo il giuramento di Ippocrate, hanno accompagnato con pensieri di riconoscenza e di affetto il suo passaggio oltre questo mondo così povero di gioia.

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[1] Emergenza sanitaria a Buja, 6 maggio 1976 di Enrico Pauluzzo in “Buje Pôre Nuje” n. 15, 1996, pag. 69