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Meni Susìn 

di Pierluigi Calligaro

 

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"Mandi mularie". Sono ormai più di dieci anni che non si sente più a Buia questo allegro saluto che con voce giovanile e ferma un anziano signore rivolgeva ai giovani e meno giovani che lo incontravano durante le sue passeggiate a Santo Stefano.

Certo assieme a me, suo figlio, molti dei lettori ricorderanno questa sua consuetudine. Era così schietto, franco, aperto, che comunicava agli altri con questo saluto un piacere di vivere coinvolgente, quasi una forma di umana solidarietà. Scriverò qualcosa su di lui, riferendo gli aneddoti che più mi sono rimasti impressi nella memoria.

La sua fanciullezza era trascorsa in Baviera nei freddi e scuri inverni, dove aveva acquisito quella tempra che lo avrebbe sostenuto per lunghissimi anni. Infatti suo padre era "capuciat" e faceva una vita dura, accompagnato dalla moglie e dal figlio. Di quei tempi Meni Susìn amava ricordare la piccola processione che aveva accompagnato il sacerdote che portava l'olio santo alla mamma colpita da una grave bronco-polmonite, risoltasi per fortuna favorevolmente.

Oppure quando stava con suo padre in una fredda notte d'inverno in un ambiente chiuso, dove i grandi giocavano a carte ed egli, bambino, ebbe un'emorragia dal naso, dando così l'allarme a tutti sugli effetti di una stufa surriscaldata, che minacciava la vita di tutti i presenti a causa dei gas che si erano formati. Poi il ritorno in Italia, dove ha imparato l'italiano frequentando l'Istituto Tecnico Zanon.

Quindi vengono i suoi ricordi dell'Università di Berlino, dove il padre volle mandarlo pensando che un'ottima preparazione è il miglior investimento per l'avvenire dei figli. I soldi che servivano erano stati guadagnati con grandi fatiche; mio padre raccontava i primi viaggi come emigrante del nonno, che, in mancanza di ferrovie, raggiungeva a piedi Villacco in Austria, per poi proseguire in treno per la Germania.

 Ricordava spesso l'episodio del ritorno del nonno dalla Romania con il colbacco pieno di monete d'oro guadagnate lavorando nella costruzione delle prime ferrovie. Era anche avvenuto che i contadini del luogo avevano attaccato gli operai che stavano portando "il diavolo" nelle loro campagne ed era intervenuto il fortissimo "Barbe Giuanon" che brandendo il "tamon" di un carro aveva messo in fuga gli aggressori.

 Altri aneddoti che mi sono rimasti nel ricordo riguardano la collaborazione di Meni con Arturo Malignani nelle costruzioni dei primi impianti idroelettrici in Friuli. L'inventore gli aveva raccontato per esempio, che quando era andato negli Stati Uniti per fare a Edison la dimostrazione del suo procedimento per creare il vuoto nelle lampadine, la dogana di Nuova York aveva preteso il pagamento del dazio sul valore delle attrezzature.

Non ritenendolo giusto, il Malignani minacciò di buttare a mare il tutto, potendolo facilmente ricostruire per Edison, ma si ebbe per risposta che avrebbe pagato lo stesso, trattandosi di acque territoriali degli Stati Uniti. Uno degli argomenti preferiti di Meni Susìn era la critica alla burocrazia lenta ed  inefficiente e ricordava con orgoglio la sua "vittoria" di fronte alle lentezze delle Ferrovie dello Stato.

 

Come direttore delle Tranvie del Friuli (chi fra i sessantenni non ricorda il tram bianco che ci portava a Udine da ragazzi?) aveva promosso la costruzione del tratto Tricesimo-Tarcento, che comportava un sovrappassaggio sulla ferrovia Udine-Tarvisio. Finiti i lavori, venne il giorno dell'inaugurazione della linea, senza che si fosse ottenuto il benestare delle ferrovie all'utilizzo del sovrappassaggio. Il tram si trovò quindi sbarrata la strada dai carabinieri che erano stati chiamati dalla direzione della Ferrovia. Ma a bordo del tram, fra le autorità invitate, c'era anche il Prefetto, che ordinò il via libera con grande soddisfazione del direttore e di tutti i partecipanti.
 

Nel 1928 l'"Ingignir" riceve un'offerta di lavoro a Buenos Aires e, nella tradizione delle famiglie di Buia, sceglie l'estero per costruire il suo futuro.

Come Presidente della "Famee Furlane" locale (i Fogolars Furlans sono nati più tardi) ha pro­mosso un'intensa opera di solidarietà fra gli emi­granti, adoperandosi per riunirli nella comunione del ricordo e della nostalgia del lontano Friuli, anzi lontanissimo in quegli anni trenta, in assenza degli attuali mezzi di comunicazione.

Dopo il ritorno nella sua amatissima Buia, visse serenamente gli ultimi anni circondato dall'affetto della moglie, dei figli, nipoti e bisnipoti, e dalla stima di tanti amici, che lo consideravano un grande esempio di rettitudine e correttezza. Così lo ricorda anche il nostro caro Tarcisio Baldassi che, ha scritto per lui una poesia, dal titolo "Mandi Menùt".