INDIETRO A GENTE

INDIETRO AD ALPINISMO

 

Angelo Ursella

una vita per la montagna

di Armando Sant

 

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A trent'anni dalla sua tragica morte sentiamo il bisogno di ricordare Angelo Ursella; non perché lo riteniamo un eroe dei nostri tempi o un esempio da imitare, ma perché a lui abbiamo dedicato la Sottosezione di Buja del Club Alpino Italiano, nel suo nome abbiamo preso l'impegno di continuare a testimoniare che l'amore per la montagna oltre ad essere desiderio della conquista, della scoperta, della conoscenza, dell'avventura, deve e può significare amore per la natura, rispetto per l'ambiente, solidarietà per il prossimo e soprattutto gioia per il bene più prezioso che ci è stato donato, la vita!

Il ricordo di Angelo, in tutti questi anni, non è quindi stato fine a se stesso, ma è servito per crescere e per vivere la montagna con lo spirito di chi è sempre cosciente dei propri limiti, di chi sa rinunciare e questo si è completamente espresso con un risultato di cui la Sottosezione può andare certamente orgogliosa e che porta il nome di «Alpinismo Giovanile».

Ma torniamo a quella notte tra il 16 e il 17 luglio 1970 quando, ferito gravemente dopo un volo di trenta metri dovuto al cedimento di un terrazzino, moriva sulla parete nord dell'Eiger, tra l'infuriare di una tremenda bufera, Angelo Ursella, una delle più promettenti e fulgide speranze del nostro alpinismo.

Aveva solo 23 anni, l'età in cui lo slancio giovanile comincia a trovare il conforto dell'esperienza, della maturità; era nato a Buia e aveva iniziato ad arrampicare giovanissimo nelle palestre della zona, imparando tutto da sé. Ben presto, come lina meteora, entrò nell'olimpo del sesto grado.

Pur nella sua breve attività, dotato com'era di una grinta e di una volontà non comuni, riuscì a collezionare (principalmente sulle Dolomiti e sulle Alpi Carniche e soprattutto in «solitaria») una strepitosa serie di successi alpinistici. Ma cerchiamo brevemente di capire, senza avere la presunzione di riuscirci, le ragioni dei suoi sentimenti e scavare alle radici dei suoi ideali, della sua voglia di bruciare le tappe, attraverso la rilettura del suo diario alpinistico e attraverso la testimonianza di un suo amico d'infanzia.

Angelo, cresciuto in una semplice famiglia friulana, dedita al dovere ad alla fatica, ricca di Fede e di buona volontà, aveva iniziato molto presto a lavorare, un lavoro duro, muratore-carpentiere, sottoposto a tutte le intemperie, un lavoro che lo costringe spesso a stare lontano dalla famiglia per tutta la settimana (Monfalcone, Lignano, Trieste ecc).

Così il giovane ragazzo, già caratterialmente schivo e solitario, si tempra e acquistata una certa indipendenza economica, coltiva i suoi progetti e le sue ambizioni che il destino, quasi casualmente, gli aveva fatto nascere nel cuore: la grande passione per la montagna.

Probabilmente tutto scaturisce a seguito di un incidente che gli capita giocando a calcio e che lo costringe a rimanere definitivamente fuori dal «gruppo».

Dal Diario: «Con un pianto convulso diedi sfogo alla mia disperazione. Finchè qualcosa si ribellò dentro di me. A casa, cercai una qualsiasi cartolina di montagna, e dinanzi all'immagine che mi si offriva dissi a me stesso: la montagna ti aiuterà a rivivere».

L'amico prende parte agli stessi progetti, passa serate a fantasticare, a studiare, lo segue nelle prime uscite, prima come compagno e quindi, inevitabilmente, come spettatore: Angelo è una furia della natura, non può attendere.

Dal Diario (Marcello Rossi): «Angelo parte per le sue montagne, sognando le grandi imprese. Il mito del chiodo lo afferra fin dall'inizio. Ha scelto il volto più duro delle pareti, ha scelto gli strapiombi. E dove cercare gli strapiombi se non nel regno allucinante e incantato delle Tre Cime? Comici, Cassin, Hasse, Desmaison: ecco i nuovi eroi. Ma quante volte si trova a vagare al piede delle pareti, solo con i propri sogni, disperato per la mancanza di un compagno?» ed ancora «Arrampicava bene, troppo bene forse per i miei gusti. Mi metteva i brividi addosso la sua disinvoltura lungo gli strapiombi. Diciamo sinceramente: preferii non legarmi alla sua corda. Ma la mia presunzione fu punita. Due giorni dopo, sul Piccolo Dain, Angelo portò a termine in bellezza il suo capolavoro ...».

Poi un altro colpo del destino, la visita di leva: rivedibile a causa di un leggero soffio al cuore.

Dal Diario: «La cosa non riesce proprio ad andarmi giù. Il pensiero di essere un mezzo uomo diventa per me un'ossessione».

Ed ancora la ripresa più ostinata di prima, le delusioni, le incomprensioni.

Dal Diario: «Sono deluso! Nulla può ferire il mio orgoglio come questa sconfitta. Avevo giurato di raggiungere la vetta e mi ritrovo aggrappato a pochi metri dalla base, incapace di muovere un solo passo verso l'alto. Ridiscendo. Non penso a nulla, ho il morale distrutto ... mi sento umiliato fino ai talloni ... potessi almeno piangere. Trascorro una settimana tenebrosa ... corro in palestra a Tolmezzo. Mi alleno intensamente riuscendo a vincere in libera passaggi mai nemmeno tentati. Torno a casa con il morale alto e fiducioso. Ho anch'io il diritto di vivere. Voglio essere un ragazzo normale. Sono disperatamente solo ed ho paura di non farcela!.». Le vittorie, l'orgoglio, la grinta, la volontà, la solitudine.

Dal Diario (Marcello Rossi): «Quante volte se ne tornerà da solo tra le sue montagne? Le pareti più pazze lo vedranno ancora a lungo arrivare sulla sua moto, raggiungere in silenzio l'attacco, adottare i più strani sistemi di autoassicurazione, guadagnare la vetta in muto colloquio con il suo coraggio, con la paura, con la roccia ... per Angelo non è il sesto grado il limite delle possibilità umane, ma l'incontro con i propri simili».

Ed infine il sogno più grande, la mitica parete nord dell'Eiger. La ricerca disperata di un compagno; la scarsa attrezzatura; il poco tempo a disposizione, che obbliga i due ad un piano basato sulla rapidità d'azione; la sfortuna di una violenta bufera, che li blocca in parete alcuni giorni, li spossa togliendo loro le forze; il gelo, il buio, la mancanza di viveri, la rabbia, la fatalità di un terrazzino che crolla a 30 metri dal nevaio sommitale, a difficoltà ormai superate.

Dal Diario (Sergio De Infanti suo compagno di cordata): «... incomincio a singhiozzare per la mia incapacità di fare qualcosa. Neve, lacrime, sangue, poltiglia gialla, diventano tutt'uno, tra un urlo mio ed uno suo, senza capire le parole, causa il vento, ma sapendo io e sapendo lui cosa ci stava aspettando ... agli ultimi miei urli, rispondeva il silenzio. Ero solo, il mio caro Angelo di nome e di fatto, arrampicava su quelle montagne dove il tempo non cambia mai, e dove non si può cadere».

Ci siamo convinti, attraverso gli scritti degli alpinisti che lo hanno conosciuto, che Angelo era tecnicamente pronto e fisicamente preparato ad affrontare la sua ultima avventura; aveva all'attivo imprese eccezionali, che dimostravano la sua audacia, il suo coraggio.

Il destino e la fatalità lo hanno strappato da quell'avvenire roseo e sperato, fatto solo di montagne e di arrampicate (un futuro più tranquillo lo stava attendendo, inquadrato nei ranghi del corpo della Guardia di Finanza, una vita più regolare e fra gente che avrebbe condiviso le stesse passioni).

La sua morte aveva scosso la comunità Buiese (altri lo avevano preceduto, nel '47 Ciriaco Tondolo in Grauzaria, nel '69 Gianni Londero in Coglians) ed i giovani di Buia, che già da alcuni anni avevano iniziato a frequentare la montagna, ne presero coscienza; era ora di dimostrare ai propri paesani che l'alpinismo era una cosa «sana» e non necessariamente temeraria: fu così che nel dicembre del 1970 nacque la Sottosezione di Buia dedicata ad «Angelo Ursella».

Non vogliamo fare della retorica, ma in tutti questi anni, nella nostra comunità, di giovani vite spezzate in altri tipi di «incidenti» ne abbiamo avute purtroppo a decine e rispecchiano in qualche modo la società in cui viviamo, la solitudine interiore, lo scarso dialogo che abbiamo con i nostri ragazzi; e poi veniamo assaliti dai rimorsi; siamo stati buoni compagni o buoni genitori? abbiamo fatto il nostro dovere? tutte queste tragedie devono servirci da monito, per non cadere negli stessi errori, per permetterci di distinguere i veri nemici, i veri «assassini» che si chiamano droga, alcool, cattivi compagni ecc. da quelli che non lo sono, e la montagna certamente non lo è!

In questo 2000 in cui siamo costretti a guardare «solo» verso il futuro, in questo tempo in cui tutto cambia troppo velocemente, in questo periodo in cui non riusciamo a cogliere i veri valori della vita è necessario fermarsi e voltarsi a riflettere, a riconsiderare il nostro passato, a riscoprire le nostre radici, le radici più profonde, le radici del nostro cuore.

Ed è per questo che ti diciamo grazie Angelo, grazie per la tua semplicità ed umiltà, per la tua lealtà ed onestà, per il tuo senso del dovere e responsabilità, grazie per averci lasciato un esempio mirabile di giovinezza interamente votata ai tuoi ideali.

 

AGENDA:

MONTAGNE ... E VOLONTÀ - diario alpinistico di Angelo Ursella

1A edizione aprile 1973; 2A edizione giugno 1973; 3A edizione maggio 1977;

6 agosto 1978 inaugurazione bivacco fisso alla memoria di Angelo Ursella e Mario Zandonella (nel circo Cadin Alto nel gruppo dei Brentoni - Alpi Carniche) Sottosezione di Buia e Sezione Val Comelico;

20 luglio 1980 posa targa ricordo sotto la parete Nord dell'Eiger;

Angelo Ursella - IL RAGAZZO DI BUIA - Appunti di un alpinista - Edizioni L'Arciere - Vivalda Editori 1994.