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Ricordo del dott. 

Ottavio Vidoni

di Ermes Santi

 

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La via che dal centro di S. Stefano porta alle case degli industriali e prosegue poi fino al cimitero è dedicata al dottor Ottavio Vidoni e nella sala consiliare campeggia sulla parete centrale un disco bronzeo col suo ritratto, opera del nostro Giampaoli.

Chi fu quest’uomo che è stato così onorato dalla comunità bujese, che ha voluto consegnarlo in tal modo alla memoria storica del nostro paese?

Soltanto i concittadini di una certa età hanno avuto il privilegio di conoscerlo perchè è mancato nel 1965.

Dieci anni dopo ebbi modo di commemorarlo nell’edizione di “monede di buje” e rileggendo ora quell’articolo ritrovo la commozione che avevo provato nello scriverlo. Indubbiamente era un personaggio che incarnava lo spirito migliore del tempo. Era un tempo in cui esistevano valori sociali e umanitari in cui credevamo e che in gran parte sono andati persi, sommersi dall’indifferenza figlia della tecnologia che ha stravolto i modi di vivere d’un tempo, fortemente legati all’uomo e alla natura, forse più duri ma certamente più sereni e disponibili alla socialità.

I miei ricordi sul dottor Vidoni spaziano dalla mia infanzia alla maturità perchè egli per lunghissimo tempo fu l’unico medico di questo comune in cui era giunto dalla vicina Artegna nel 1923. E questi ricordi sono mescolati tra l’uomo pubblico ed il privato che disegnano un personaggio dalle mille sfaccettature, il che giustifica la ricca aneddotica che gli è fiorita intorno.

Come unico dottore conosceva bene tutte le famiglie bujesi e questo lo aiutava molto nelle sue diagnosi. Da bambino, avevo cinque-sei anni, malato un giorno sì e uno no, conoscevo benissimo il rito di ogni frequente visita: l’orecchio appoggiato alla schiena e al torace per auscultare i sibili delle mie bronchiti, il manico del cucchiaio per tenere abbassata la lingua ed ammirare le orride tonsille, le tonnellate di pastiglie di “formitrol” succhiate (ora dicono che la formaldeide è tossica e forse io sono morto ma non me ne sono accorto...). E poi fui seguito sempre, su su da ragazzo, da uomo sposato ed infine per i miei figli.

Questi pensieri mi offrono lo spunto per parlare di un dottore che si era creato la fama di eccezionale diagnostico ed oltre alla testimonianza di tutti quelli che affollavano la sua sala d’aspetto, molti dei quali venivano da altri paesi e anche da altre Provincie, ne ho una personale.

Avevo 16 anni e tornavo dal Piemonte, dove allora viveva la mia famiglia, per trascorrere un lungo periodo di convalescenza nel salubre clima di Buja. Mi accompagnava mia madre che volle fermarsi a Mestre dove aveva lo studio medico uno dei maggiori internisti italiani per aver conferma sulla diagnosi e le cure che mi erano state consigliate. Dopo la visita il professore preparò una lettera accompagnatoria. “Questa la darete al medico curante. Di dove siete ?” “Di Buja, un paese a nord di Udine.” “Buja... il dottor Vidoni; siete in buone mani.” Non so come né dove l’avesse conosciuto, ma il giudizio espresso da una tale personalità certamente riempì il cuore di mia madre.

A proposito della sala d’aspetto: affollata tanto che non tutti potevano sedersi e il più delle volte il clima diventava ‘salottiero’ pur se non mancavano motivi di preoccupazione. Un giorno una signora, visibilmente agitata soltanto perchè doveva farsi visitare, disse: “Cuant che i jentri i dîs: ch’al sinti dotôr, che no mi misuri la pression. Al è inutil parceche apene che i soi chi mi va su a dusinte.” Infatti con la sua aria seriosa incuteva un certo timore reverenziale. Parlava poco, faceva precise domande, visitava e poi sedeva al tavolo per scrivere una ponderata ricetta che consegnava con le opportune raccomandazioni e poche, semplici ma confortanti parole rassicuranti. Ad una certa ora usciva nella sala d’aspetto per raccomandare (ordinare) di far passare prima tutti quelli che dovevano rientrare a casa con le corriere. Spesso, verso le nove di sera si affacciava di nuovo per scusarsi con quelli rimasti: “Non ce la faccio più. Per piacere, se non è un caso urgentissimo, tornate domani.”

Così forse terminava la sua giornata lavorativa. Iniziava al mattino con le visite a domicilio, prenotate da chi aveva bisogno presso alcuni bar dislocati nei vari borghi. In questi giri si permetteva una ‘trasgressione’ ad esempio al bar di Ursinins Grande, di cui conosceva da lungo tempo la simpatica proprietaria, e beveva un caffè. E in quegli istanti si rilassava conversando piacevolmente con i presenti. In un giorno d’inverno un tale, carico di raffreddore e conseguente voce nasale, gli chiese: “Dotôr, ce puedio cjoli par fâmal passâ.” Dopo averlo squadrato ben bene e analizzato il tipo “Beva un bicchierino di grappa ogni mezz’ora.” “Guarìssio svelt ?” “No, ma almeno stai allegro.” E questo appartiene al lato ironico del dottor Vidoni.

Ho detto prima ‘forse’ perchè in effetti andando al Tabeacco a trascorrere un’ora con gli amici se non era troppo stanco e infine a letto dopo una parca cena non era certo di poter fare una bella e riposante dormita fino al mattino. Capitava che nel cuor della notte una scampanellata lo destasse. Si affacciava ad una finestra: “Chi è e che succede ?” Veniva chiamato solo in casi gravi ed egli si precipitava dove c’era bisogno di lui, si fermava fin a che era necessario, dava le dovute disposizioni e, se andava bene, tornava a casa a tentare di riprendere il sonno interrotto.

Erano i tempi in cui chi operava nei servizi essenziali per la comunità era attivo per tutto il giorno ed i cittadini si sentivano ben protetti. Ora che ci sono le tabelle con gli orari ‘per il pubblico’, soltanto certe particolari ‘prestazioni’ propagandate dai mass-media sono assicurate 24 ore su 24.

Le persone che venivano da fuori, sentendo parlare dell’attività del nostro dottore, domandavano: “Ma quando si riposa?” Intendendo proprio riposo e non sosta dal lavoro. Ed era una domanda pertinente perchè non si limitò al pur impegnativo compito professionale. Godendo del massimo rispetto da parte dei concittadini e per il suo innato desiderio di dare una mano alla comunità, fondò la Sezione Bujese dei Donatori di Sangue (una delle prime in Friuli) che diresse finché ce la fece. Venne poi chiamato a dirige la Cooperativa Elettrica Bujese, creata per fornire energia elettrica a tutto il Comune.

Un saggio vecchio bujese diceva: “Politics, predis e miedis e an simpri reson!” E a questa legge non sfuggiva neppure Vidoni. A questo proposito Fausto Piemonte, che fu a lungo suo segretario nella società elettrica, raccontava che una volta all’anno i soci erano convocati per la relazione annuale. Una di queste volte si presentò ai convenuti il direttivo, contento perchè le cose erano andate bene ed era prevista una diminuzione del canone. Il presidente dottor Vidoni presa la parola dopo alcuni argomenti introduttivi esordì: “Ed ora parliamo dell’aumento del canone...”. Fausto Viu lo interruppe tirandolo per la giacca: “Dotôr nol aumente al diminuìs!” Bruscamente Vidoni gli si rivolse: “ Non mi interrompa, so bene quel che dico. Taccia e mi ascolti.” Poi rivolgendosi al pubblico riprese: “A proposito dell’aumento diminutivo del canone...” Nessuno osò ridere, ma appena fuori della sala le sbaccanate furono infinite.

Ogni anno si prendeva alcuni giorni di ferie che trascorreva molte volte anche all’estero, comunque lontano, come per un bagno purificatore atto a distogliere la sua mente dalla stressante quotidianità e ad eliminare le tossine appiccicategli dagli impegni e dalla seriosità impostigli dal suo ruolo. In tali periodi veniva sostituito da un medico, solitamente giovane e all’inizio della carriera. Un anno venne un dottore dalle parti di Mestre che m’è rimasto impresso anche perchè aveva la faccia butterata. Lo conobbi ed un giorno ci trovammo al Tabeacco a berci qualcosa (quando non c’era Vidoni i sostituti avevano più tempo libero perchè la gente per ammalarsi aspettava il suo ritorno!). Dopo alcune chiacchiere sbottò: “Io non capisco il vostro medico. Come fa a chiedere così poco. Con quello che si fa dare per una visita si riesce a stento a pagare mezzo litro di vino!” A parte l’indicazione sugli interessi enologici del mio compagno di taglietto questo è significativo per dimostrare quanto poco il dottor Vidoni tenesse all’aspetto venale della sua professione. La considerava una missione; questa affermazione non è demagogica ma dice la realtà dimostrata dai fatti che hanno accompagnato tutta la sua esistenza. Basta citare le tante volte che, entrato in povere case o dove difficoltà del momento creavano portamonete vuoti, non solo non si faceva pagare la visita ma lasciava qualche banconota per le medicine, per una alimentazione necessaria o per inviare l’ammalato in una casa di cura, specialmente se si trattava di giovani vite.

In tanti anni di frenetica attività riuscì soltanto a costruirsi l’abitazione-ambulatorio all’angolo della strada che ora porta il suo nome. Come curiosità: pur essendo il presidente della Cooperativa Elettrica Bujese non volle mai che i fili conduttori della sua casa venissero internati nel muro (allora la legge non lo imponeva). Considerava questa una cosa inutile e quindi una spesa non giustificata ancor più se sostenuta dalla cooperativa.

Una delle sue qualità innate era il senso della misura che gli dava la possibilità di essere agente pacificatore in particolari situazioni. Ricordo quando scoppiò l’”affare cimitero” che portò in piazza gran parte della popolazione bujese che non ne voleva lo spostamento e che determinò le dimissioni del sindaco. Il maresciallo dei carabinieri per essere certo di tenere in pugno la situazione voleva eseguire l’arresto di alcuni dei più scalmanati. Il dottore gli disse: “Lasci stare, non vede che sono qui per dire sì le loro ragioni ma anche per divertirsi a fare baccano. Vedrà che appena saranno rassicurati se ne andranno in santa pace.” e, tratto a sé uno dei giovani più turbolenti, con lui si affacciò, tra i consiglieri e il maresciallo, al balcone del palazzo comunale. Si rivolse alla folla: “State tranquilli che tutto si risolve”. La gente applaudì lui, il maresciallo, i consiglieri ed il giovane e se ne tornò a casa.

Dacché si costruì l’abitazione ebbe al suo servizio per la tenuta della casa una bujese, che trattò sempre signorilmente. A chi gli diceva: “I ai fevelât cule sô massarie” ribatteva: “E’ la mia governante”. Negli anni postbellici quando seppe che era stata colpita da un male inguaribile, per poterla curare assiduamente e ricompensarla adeguatamente per la sua dedizione pensò di darle una dignità maggiore di quella di dipendente e la sposò. Come sua moglie gli fu vicina in tutte le manifestazioni a cui era invitato finché potè uscire e poi fu curata amorevolmente fino alla fine.

Nel 1962 lasciò il servizio di medico condotto ma continuò ad esercitare per sentirsi ancora utile alla popolazione. Erano giunte le nuove generazioni di medici e a Buja operavano già alcuni di essi perciò il suo impegno sanitario si era di molto ridotto anche se molti ricorrevano ancora a lui. Questa nuova situazione lo convinse ad accettare l’offerta di entrare in lizza nelle elezioni comunali del 1965. Temendo la sua notorietà gli avversari, all’ultimo momento per non permettergli la replica, diffusero un manifestino maligno su di lui che lo amareggiò profondamente. Nonostante ciò fu eletto con un forte numero di preferenze. Come conseguenza della cattiveria subita, alla prima riunione del Consiglio Comunale dove venni eletto sindaco, rifiutò recisamente di entrare a far parte della Giunta nonostante i miei ripetuti inviti accompagnati dalle sincere dichiarazioni di stima. Però, dopo il cin-cin augurale mi prese a braccetto per intonare insieme a tutti gli eletti, con la sua vocina esile e in falsetto, le più note canzoni goliardiche.

I rapporti che il dottor Vidoni ebbe con la mia famiglia furono sempre affettuosi e ancorati ad un reciproco rispetto. Tanto stringate ed essenziali erano le sue parole nel momento professionale e altrettanto piacevole, colto, facondo era nei rapporti privati. E sapeva toccare anche i cuori in particolari momenti. Alla cena per la mia laurea tra gli invitati c’era anche lui. Verso la fine si alzò e mi rivolse i suoi complimenti e fece alcune considerazioni che toccavano anche la mia famiglia. Fu la prima e l’unica volta che vidi spuntare i lucciconi dagli occhi di mio padre.

Chi lo conosceva diceva di lui: “E’ un grande uomo ed ha solo due difetti: vuol sempre aver ragione e fuma, fuma troppo”. Buja allora era contadina e la maggior parte delle case erano coloniche con il piûl per entrare nelle camere al primo piano. Non occorreva domandare se il dottore era già passato, in caso di necessità di una sua visita, bastava guardare sul davanzale esterno della finestra. Se c’era una mezza sigaretta spenta era quella che aveva lasciato prima di entrare in camera. E che poi non riprendeva... per la gioia dei ragazzotti che non avevano soldi per coltivare il loro nuovo vizio. Ma razzolando male predicava bene: “Se vuoi vivere a lungo e sano, non fumare!”

E il fumo fu la concausa che abbattè la sua forte fibra. Era il 1965 ed ero stato inviato ad insegnare nel centro Italia. I miei amici mi scrivevano: “Siamo stati a trovare il dottor Vidoni che adesso è costretto a letto e ci ha chiesto quando farai ritorno e se ci muoviamo perchè tu sia di nuovo con noi.” Ritornai presto e naturalmente andai a trovarlo. Mi accolse con tanto affetto e volle che mi sedessi, non su una sedia ma accanto a lui sulla sponda del letto. Ritornai altre volte da lui che mi intratteneva sempre a lungo perchè aveva molte cose da raccontare. Una volta lo trovai in mezzo a tante “Domenica del Corriere” sparpagliate sul letto. Il settimanale stava pubblicando a puntate la cronaca documentata del primo conflitto mondiale: ricorrevano giusto i 50 anni dall’entrata in guerra dell’Italia. Mi fece sedere accanto e guardandomi scuoteva la testa. “Quanta demagogia e pressapochismo in questi scritti!” e per tre ore mi tenne inchiodato al suo racconto di quegli avvenimenti, come li aveva conosciuti e attraversati. Certamente era una sua interpretazione ma sapeva tanto di fatti vissuti e di avvenimenti cui aveva direttamente partecipato. Era anche questa la dimostrazione che non sì accontentava della narrazione generalizzata e piovuta dall’alto ma preferiva rapportare tutto alla conoscenza diretta dovuta ad esperienza personale.

A quel periodo risale la nazionalizzazione dell’energia elettrica e quindi la chiusura della Cooperativa Elettrica Bujese. Grazie alla sua autorità ottenni che l’edifìcio e il terreno della società venissero venduti ad un prezzo di favore al Comune di Buja. Era d’accordo con me di utilizzare il terreno per dare uno sfogo al centro di S. Stefano che già cominciava a sentire i primi sintomi di ‘chiusura’. Purtroppo la costruzione della caserma dei Carabinieri ha poi preclusa questa possibilità.

I medici curanti gli avevano nascosto la vera natura del suo male; egli stesso mi diceva; “Vede, è un enfisema che mi tormenterà chissà per quanto tempo. Lo so che è colpa mia per il fumo di troppe sigarette che ho mandato nei polmoni, ma ormai...”. Diagnostico infallibile per gli altri non lo fu per se stesso o forse non volle esserlo, chissà. Quando nell’ospedale di Udine il professore gli rivelò la verità cessò di lottare. Poche settimane bastarono per fargli concludere la sua vicenda terrena.

Chissà se dal paradiso dei giusti ha potuto vedere la folla che l’ha accompagnato nel suo ultimo viaggio fino al cimitero di Artegna. Certamente se ciò è stato possibile avrà avuto quella consolazione e quel conforto che diffìcilmente sono dati ad un vivente. La partecipazione di tante persone, importanti e umili, sinceramente commosse, venute da ogni parte non solo del Friuli, snodate in una processione che sembrava non finire mai, era la testimonianza dell’affetto e della riconoscenza che aveva saputo suscitare con la sua professionalità e soprattutto con la sua umanità.