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Luigi Vriz

di Ermes Santi

 

 

— Signor maestro, salga.

— No, grazie. Preferisco camminare.

Quante volte incontrai sulle strade di Buia, di Artegna, di Gemona il maestro Vriz, viandante solitario, figura un po' anacronistica nel nostro tempo di motorizzazione, in cui ci parrebbe strano non incollarci al sedile di un'automobile per spostarci di poche centinaia di metri. Un po' ingobbito in quel suo incedere sicuro, tranquillo, uguale da montanaro, immerso in chissà quali pensieri che, fedeli compagni, non gli facevano pesare la solitudine del suo cammino, lo vedevo e mi fermavo per offrirgli un passaggio. La risposta era sempre la stessa: - No, grazie.

Era anche questo uno degli aspetti della sua natura, del suo carattere per metà carnico e per metà friulano. Del carnico aveva l'amore per i monti, il piacere della solitudine pensosa e creativa, il pathos genuino, la riservatezza, la chiarezza e la proprietà dell'espressione, del friulano gli slanci improvvisi, il piacere della compagnia e dell'eclettismo, la timidezza. Stati d'animo contrastanti coesistevano in lui, e si determinavano in una specie di compensazione che aveva formato un uomo affabile, buono (anche se burbero, a volte), sincero, dalla battuta imprevedibile, che esprimeva la ricchezza del suo mondo interiore soprattutto con la musica.

La musica, il suo grande amore.

Un giorno, quando ci aveva già lasciati, mi fermai, pellegrino di ricordi, a casa sua. Cercavo qualcosa che mi parlasse di un Vriz inedito, c'era in me, segreta, la speranza di scoprire un fatto, un particolare ancora ignoto.

Fra tanti fogli, fotografie, che in parte già conoscevo, musica e musica; e un librone, raccolta delle più famose composizioni musicali friulane e delle sue villotte, da lui trascritte pazientemente, diligentemente nelle ore del mattino, trascorse solo in casa da quand'era in quiescenza; ed i versi che gli inviavano i suoi «parolieri» con affettuose esortazioni e caldi auguri.

Mentre indugiavo su queste carte mi giungevano le voci di Teresa, la figlia del maestro, e di mia moglie che, sfogliando gli album, si soffermavano su qualche fotografia. - Ti ricordi... ? - E quella volta... Tante piccole cose, episodi insignificanti (o non è forse vero che proprio questi, a volte, sono significativi per chi non è superficiale o distratto?).

La vita di Vriz è scorsa così senza episodi salienti, eppure di lui ci resta l'immagine di chi ha lasciato un'impronta durevole.

Non è facile analizzare il perchè è diventato un personaggio del nostro Friuli. Non bastano a spiegarlo le sue belle composizioni certamente, ma senz'altro esse giustificano la sua notorietà.

Il momento ufficiale giunse nel 1967: al Festival della Villotta di Feletto il coro di Buia vinse il primo premio con la dolcissima «Balconela» di Vriz. Ricordo la commozione del maestro quando apprese il successo ottenuto.

Ancora commozione prende noi quando la risentiamo.

Il canto che si sviluppa dapprima lento, poi quasi concitato nel richiamo d'amore, si spegne nell'accorato lamento «... 'o soi massa bessol». Le note sembrano strappate dai nostri cuori, riempiono l'anima di ricordi, di tenerezza, di rimpianti. Ci parlano della nostra gente. Ci parlano di te, maestro Vriz.