"Radiose": storia di un'orchestra bujese di Enore Pezzetta | |
Per raccontare la storia dell'orchestra "Radiose", vorrei per prima cosa far conoscere la vita che conduceva la gente di Tomba nel periodo da prima della guerra 1940-1945 a subito dopo e com'era il luogo in cui viveva. Tomba, il luogo e la gente Tomba di Buja, nata in pianura nel periodo medioevale, aveva sviluppato una conformazione particolare, una architettura raccolta e chiusa adatta per la difesa, collegata ai traffici di quel tempo, al trasporto delle merci su carriaggi e diligenze che dall'Austria passando per Venzone raggiungevano Codroipo (Quadrivium) per Venezia; era probabilmente una stazione di sosta con una osteria per rifocillarsi e pernottare e stalle capienti per i cavalli. Si raccontava infatti che di notte venivano chiusi i portoni di accesso al paese, in maniera tale che tutti potevano dormire tranquilli; a testimonianza, sino al terremoto si potevano ancora notare sui muri a fianco degli archi di accesso i fori scavati nella pietra come sede per i perni dei portoni. Ai miei tempi Tomba era un piccolo paese di 200 anime, un susseguirsi di cortili e piazze racchiuse da case, in cui tutti si conoscevano ed i segreti non esistevano uno per l'altro, le gioie e i dolori che si succedono nella vita erano divisi e risolti con più facilità. Erano quasi tutti contadini, piccoli proprietari; quando gli uomini più validi mancavano alla famiglia perché costretti a cercare fortuna altrove, perlopiù all'estero, le donne con i giovani rimasti e gli anziani prendevano il loro posto aiutandosi a vicenda per sbrigare in tempo utile il lavoro nei campi, per la semina, la fienagione, il raccolto e le bestie nelle stalle. Fra gli altri qualche impiegato, qualche intellettuale, mentre una gran massa erano fornaciai e muratori, di quest'ultimi alcuni impegnati nelle costruzioni a Udine. Noi giovani seguivamo con interesse il loro peregrinare giornaliero, in maniera particolare io che li vedevo passare davanti a casa mia in bicicletta ogni mattina presto ed alla sera tardi, infagottati, con una sporta fatta di foglie di mais legata al manubrio piena di arnesi di lavoro e dei tegamini per il pranzo preparato la sera prima; poche volte li ho incontrati a piedi in paese durante la settimana. Era gente robusta e infaticabile, appassionata del lavoro che neanche il brutto tempo fermava. Sentivo le loro voci festanti allontanarsi salutando i compaesani sulla piazza. Altri ricorderanno come me queste figure: Agnul Pezete detto "Testôr", Gjovanin Pezete detto "Zaneto Fancjut", Massimo Covassi detto "Jan", Tilio Pezete e altri. Nelle belle giornate, noi giovani ci trovavamo in piazza per passare qualche ora assieme, spesso trascinati dalle voci dei più bravi cantavamo in coro le ultime canzoni in voga. Poi si rientrava nelle case racchiuse nei vasti cortili di Tomba; i più grandi erano chiamati "curtîl disòre" e "curtìl disòt". Il primo era ad ovest della piazza della chiesa, mentre il secondo era accessibile da due passaggi a sud che attraverso un arco di pietra l'uno ed un sottoportico passante l'altro conducevano ad una piazza interna su cui si affacciavano le case e altri cortili di uso più privato sempre racchiusi da costruzioni. Da questa piazza interna nasceva una strada caratterizzata da un largo "pedrât" (marciapiede a ciottoli) in collegamento con gli ingressi delle case, mentre al primo piano un ballatoio in legno seguiva per lungo tratto la via. Le stalle con i relativi portoni d'ingresso erano invece sul lato opposto lungo la strada perimetrale che chiudeva il paese verso la campagna. Non fu la guerra, ma il terremoto a ferire il paese, a farlo sparire e a renderlo ai posteri anonimo e brutto furono gli uomini preposti alla ricostruzione che dimenticarono Tomba e salvarono solamente il centro di Saletti. Era allora un mondo in cui coesistevano felicemente gli spazi domestici dei cortili e quelli pubblici delle piazze e così era anche per la vita di noi giovani che serenamente passavamo il tempo dall'intimità delle case al ritrovarsi negli spazi aperti delle corti. Tempo di guerra Questo piccolo mondo ebbe una brusca fine con l'inizio della guerra e la partenza della gente, prima per il fronte, poi per qualcuno anche per i campi di prigionia; io fui tra quelli catturati nel settembre del 1944 nel famoso rastrellamento di Tomba. Scappai per due volte dalla prigionia: prima dalla Polonia con l'arrivo delle truppe russe nell'alta Slesia, poi dall'Austria dove soggiornai per un breve periodo con il gruppo degli internati di Buja. Riunitici poi in Italia, saranno loro a raccontarmi che dopo la fuga ero ricercato dalla "Gestapo" e che per poche ore ero riuscito a sfuggire all'arresto. Verso il dopoguerra Mi ritrovai a casa due mesi prima della Liberazione, costretto ancora a passare le notti fuori di casa, nascosto con l'amico di avventura Liborio Covasso che era rientrato pochi giorni dopo me. Spesso era nei covoni di grano sparsi per la campagna che cercavamo rifugio per passare la notte, finché, una mattina ventosa, quello prescelto non sparì d'incanto divorato dalle fiamme: la causa erano le scintille sprigionate dal "tabacco furbo" delle nostre sigarette. Ritornammo così nello scantinato di quella che era chiamata "casa nuova", ubicata a nord della ex latteria di Tomba ed oggi abitata dalla famiglia Taboga. Quella casa ci dava sicurezza perché, oltre che essere isolata, aveva a quel tempo una scala in cemento, chiusa da un portoncino, che con pochi scalini raggiungeva il fondo dello scantinato in cui c'era, sempre stagnante, mezzo metro d'acqua. Per chiunque non conoscesse la casa era quasi inevitabile finire a bagno: si pensava naturalmente che il bagno lo avrebbero fatto i tedeschi, sempre così irruenti. Noi stavamo nascosti addossati ad un lato vicino alla porta, dove la parete si ritirava lasciando libero uno spiazzo all'asciutto; da qui, con un balzo, potevamo metterci in salvo e sparire: meno male che non sono mai venuti. Quelle notti lunghe e incerte ci portarono a progettare il nostro futuro; si parlava spesso della liberazione ormai imminente e degli impegni che questo avrebbe comportato per ognuno di noi. Pensando all'orchestra Così nacque pure Fidea di ricostituire l'orchestra che era già in embrione prima della guerra, una orchestra che ora sognavamo più grande, capace di riannodare il nostro passato musicale con il presente dettato dalle orchestre d'oltre oceano; il nostro modello era Glenn Muller. Avevamo già raccolto alcune partiture, scelte dal mucchio che era stato gelosamente preservato nel granaio di Liborio e fratelli. Tra queste scegliemmo "Gelosia" (pubblicato già nel 1919), tutta la partitura per grande orchestra dal film "Biancaneve e i sette nani", swings famosi come "Cherokee, Caravan" e tra i nostri italiani "Autostrada, Elettrotreno", particolarmente ritmati nel descrivere il movimento della corsa e poi "Jazz in fiamme" che entusiasmò i nostri primi "fans" ed altre ancora. La base musicale c'era e spaziava ormai dai tanghi argentini, ai valzer classici degli Strauss e alle nostre canzoni più in voga. Ci mancavano le partiture dei successi musicali d'oltre oceano, introvabili prima per l'autarchia fascista e poi per le sanzioni e la guerra. Il dopoguerra Fu in una serata musicale di gala indetta dal comando americano ed inglese nel castello di Colloredo che entrammo finalmente in possesso di un grande pacco di musica per "grande orchestra" che ci era stata promessa in regalo se l'avessimo saputa suonare a prima vista e tra questi pezzi c'erano anche quelli che sognavamo di avere. Fu un successo coronato da molti applausi e anche fischi; per questi ultimi rimanemmo un po' delusi. Più tardi, nel constatare che fra i fischiatori c'era anche l'americano che ci aveva dato le partiture e che spesso si portava vicino all'orchestra per esprimere con il gesto del pollice e indice congiunti il proprio ok, capimmo che il fischio era un modo per esprimere entusiasmo ed approvazione. L'orchestra era così composta: violino, fisarmonica, tromba, trombone, trio sax, contrabbasso e batteria. Mi piace ricordare fra le migliori sale del Friuli, dove suonavamo accompagnati dai nostri fedeli tifosi, quella di Tarvisio, il teatro di Pontebba che celebrava ogni anno la festa dei ferrovieri con gli ospiti che venivano dal compartimento di Venezia a quello di Trieste, quello di Moggio, il "Ciconi" di San Daniele con "La Cavalchina" che allora si svolgeva in due sale (come a Pontebba), Tricesimo per le sue "notti alpine", poi il "Tabeacco" con la gestione del dinamico Zeno Della Schiava che più tardi andrà a gestire il "Castello di Gorizia". Da notare che il "Tabeacco" a quel tempo rappresentava un'attrazione non solo per Buja, ma per tutta la provincia con la felice distribuzione degli spazi, la spaziosa taverna per il gioco del biliardo, la sala da ballo dove si svolgevano i veglioni annuali e più tardi la sala del cinema. Un altro centro che nelle serate del dopoguerra rispondeva con entusiasmo era Socchieve, un paese molto ospitale dove l'orchestra andava volentieri e dove il comitato organizzatore era impegnato per ristrutturare una casa per la gioventù. Fra tante serate ne ricordo una un po' movimentata, a Osoppo: su richiesta dei "fans" abbiamo suonato "Jazz in fiamme" che aveva creato già dei grattacapi a Buja. Era un pezzo davvero "infiammante" anche per i ballerini, ma portagrane; l'eccitazione proveniva dal suo ritmo incalzante in continuo crescendo che portava in sala una diffusa eccitazione. E purtroppo, anche quella sera ci furono nella sala disordini che ben presto degenerarono: gente che ondeggiava e si spingeva, oggetti che volavano incontrollati assieme a qualche bicchiere. In quel trambusto abbiamo dovuto usare i nostri strumenti non per suonare, ma per farci scudo; ritornata la calma, ci siamo guardati e abbiamo capito. Da quella sera "Jazz in fiamme" sparì per sempre dal nostro repertorio. Con l'andare del tempo, gli impegni crescenti creati dal ritorno alla normalità dopo la guerra, ci resero difficile l'organizzazione di un complesso così grande. Bisognava sostituire quelli che partivano a lavorare all'estero con principianti che avevano necessità però di molte prove per amalgamarsi con il resto della formazione musicale. Decidemmo così di ridurre la formazione originaria che normalmente era di undici elementi con una cantante e un cantante-ballerino che veniva dalla famosa compagnia di "Macario", la "Radiosa" andò avanti ancora per alcuni anni e poi si passò prima a un sestetto, poi a un quartetto. All'inizio degli anni '60, viste le difficoltà di ricomporre l'orchestra, anche questi la lasciarono mentre qualcuno andò con altre formazioni. Fra questi da ricordare "Ricut", nativo di Madonna, che era suonatore di rara capacità con svariati strumenti musicali e che fece delle "tournées" all'estero con una sua orchestra per vari anni. Oggi rimangono in noi e in chi ci seguiva i ricordi, i bei ricordi anche per i componenti dell'orchestra che non ci sono più. Formazione dell'orchestra iniziale: violino fisarmonica tromba trombone 1° sax contralto 2° sax tenore 3° sax contralto contrabbasso batteria Gino Spizzo Enore Pezzetta Ernesto Pezzetta (Pinci) Giuseppe Scruzzi Enrico Felice (Ricut) Ugo Spizzo Nino Bortolotti Umberto Danelutti (Bondanse) Liborio Covasso Formazione dell'orchestra ampliata con: violino 3° sax contralto tromba tromba solista tromba solista chitarra hawaiana pianoforte Cantanti: Palma Majer Franco Cozzi Eno Bortolotti Carlo Venir Zago Vicedomini Giuseppe Sarcinelli Ettore Donato (Spic) Vittorio Angelini Mario Floreani. |