CAPITOLO I - Contesto storico

Rapporto politico e istituzionale tra Stati e Chiesa.

Sul piano istituzionale, la formulazione giuridica dei poteri esercitati da un’autorità statale sul territorio o derivava da un accordo stipulato con la Curia Romana – formalmente tradotto in concordato o concessione papale -, oppure nasceva dall’autonoma volontà dei governi. In questo caso il potere civile intendeva occuparsi solo della “temporalità” delle Chiese locali (patrimoni e relazioni economiche) senza ingerenze nella dimensione “spirituale”. La Curia romana manteneva, nonostante questo, l’esercizio di un’ampia giurisdizione sulle Chiese locali, sia relativamente beni che alle persone. I governanti miravano soprattutto ad impedire che le rendite ecclesiastiche fossero godute da chierici appartenenti a famiglie a loro avverse, e ad assicurare ai propri familiari e clienti i benefici più redditizi e gli uffici più importanti. Già nel corso del Quattrocento, sull’esempio delle monarchie ultramontane che godevano da tempo questi privilegi, i sovrani riuscirono ad ottenere ampi poteri di controllo sulla collocazione dei principali uffici ecclesiastici locali. Il fatto che la nomina formale dei vescovi spettasse al pontefice non impediva al potere politico di influenzare le designazioni [1].

Con Sisto V il ruolo del collegio cardinalizio aumentò in prestigio e rilievo politico, trasformandosi in un corpo di alti funzionari della Chiesa, impegnati in carriere burocratiche, nel governo temporale del patrimonio di S.Pietro e nel governo spirituale di tutto il mondo cattolico. La Curia romana con le sue congregazioni, uffici, tribunali, sevizi diplomatici, offrì un apparato burocratico – ministeriale non inferiore a quello dei maggiori Stati europei. Le Nunziature furono utilizzate, oltre che con funzioni diplomatiche e finanziarie, per stimolare l’attuazione della Riforma disciplinare promossa dal Concilio di Trento.

Il numero di cardinali nominati da uno stesso pontefice, e dunque il numero assoluto di componenti all’interno del Collegio cardinalizio, crebbe costantemente durante tutto l’età moderna e al suo interno la componente italiana acquistò sempre maggior peso, dal 1523 al 1978 il conclave elesse tutti pontefici italiani [2].

In particolare per quanto attiene all’età moderna, Roma fu punto di convergenza di interessi politici e operazioni finanziarie, luogo di incontro e di tensione, mediazione e alleanza per le potenze europee in conflitto. La prima metà del 1600 vide accrescersi l’impegno politico dei pontefici, con la creazione di Nunziature stabili alla corte imperiale, a Madrid, Parigi, Bruxelles e in Svizzera, con l’opera diplomatica svolta durante la guerra dei Trent’anni e il ruolo di mediazione esercitato tra Francia e Spagna per la questione della Valtellina.

Con Urbano VIII si apre a Roma una nuova fase in cui la centralità della politica viene ad assumere connotati diversi da quelli attraverso i quali si era espressa fino ad allora, e vengono a galla interessi di tipo scientifico, artistici e letterari. Con il suo pontificato si ha inoltre un’inversione di tendenza rispetto alla tradizionale  propensione della Chiesa alla Spagna, per la “grande inclinazione” del pontefice alla Francia. Ciò nonostante fino al 1635, quando si passò alla fase di guerra aperta tra Francia e Spagna, il pontefice tentò di mantenere un’equidistanza e un ruolo di mediatore nei confronti delle due potenze [3].

 

[1] GRECO G., La Chiesa in Italia nell’età moderna, Bari, Laterza, 1999, p. 105.

[2] Ibidem, pp. 107-108.

[3] LUTZ G., Urbano VIII, in Enciclopedia dei papi, vol. III, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2000, p. 302.