CAPITOLO I - Contesto storico
Dinamiche interne alla Curia papale. Conclave e fazioni.
Il carattere peculiare della corte papale è dato innanzitutto dal principio del celibato legato al carattere elettivo della monarchia, che rendeva più instabili le posizioni al suo interno, con una più frequente ridistribuzione delle cariche e delle reti di patronato a ogni nuovo pontificato. Questa situazione spiega il ricorso sempre più frequente ad alleanze di tipo familiare e matrimoniale tra le famiglie cardinalizie e il pontefice, e ad operazioni beneficiarie di “scambio” che intendevano assicurarsi l’appoggio dei cardinali in vista del futuro conclave. La fazione è considerata in generale come un insieme di rapporti e di relazioni parentali e clientelari, e riconosciuta come una modalità fondamentale del funzionamento di un sistema politico che ha nella corte uno di centri più vitali, che agisce nell’interazione tra lo Stato e le forme dell’organizzazione locale [1]. A Roma le fazioni non si formavano naturalmente, erano gruppi che si organizzavano nell’occupazione sistematica dei luoghi di potere, e si compattavano per l’elezione del sovrano. Dal momento che i momenti di transizione tra un pontificato e l’altro erano frequenti e piuttosto ravvicinati, ogni nuovo conclave era occasione di messa alla prova delle fazioni, che si modificavano rafforzandosi o disgregandosi. I secoli XVI e XVII furono decisivi per quanto riguardava il problema della riforma dell’elezione papale, esito di processi dispiegatisi in un lungo periodo, che sfociarono nel mutamento istituzionale introdotto da Gregorio XV con la Bolla Aeterni Patris Filius del 5 novembre 1621, che regolamentava le modalità generali di elezione, e la Bolla Decet Romanum Pontificiem del 12 marzo, riguardante il cerimoniale [2]. Questi provvedimenti erano rivolti a contenere in particolare la crescente ingerenza della Spagna, infatti i conclavi ravvicinati di fine Cinquecento erano importanti nella lotta politica di Filippo II, soprattutto rispetto ai contemporanei eventi francesi. L’ordinamento gregoriano imponeva procedure formali più rigide e severe, dettava le regole per la stretta clausura del conclave, precisava le modalità dello scrutinio, rendeva molto meno accessibile il ricorso all’elezione per acclamazione. In ogni caso la Bolla non poteva tradursi automaticamente in garanzia di libertà nella scelta dell’eletto, perché ogni cardinale aveva interesse a giovarsi dell’appoggio di altri, ma soprattutto poiché la nuova costituzione non vietava di dichiarare l’intenzione di voto, antica consuetudine del conclave. Un altro condizionamento era rappresentato dal “diritto di esclusiva”, o jus exclusivae, che originariamente era stato concesso agli imperatori di Bisanzio a partire a Costantino, che consisteva nel diritto di confermare l’elezione del papa. Questo privilegio venne esercitato nuovamente a partire da Carlo V, che si era recentemente proclamato Advocatus Ecclesiae Romae riallacciandosi alla tradizione bizantina, dall’Imperatore e dai re cattolici di Spagna e Francia. “Dare l’esclusiva” poteva significare non dare il voto ad un cardinale papabile da parte di un gruppo di elettori, e in questa accezione i provvedimenti legislativi di Gregorio XV prescrivevano di astenersene se fosse stata esito di accordi o promesse. Nel corso del Cinquecento però, il ricorso sempre più frequente a questo “diritto”, lo trasformò in una sorta di diritto di veto all’elezione papale [3]. Il ruolo delle ambasciate spagnola, francese e imperiale a Roma non è da sottovalutare per quanto attiene alla difesa della giurisdizione regia, il conseguimento della grazia del pontefice, e il ruolo attivo nel Sacro Collegio in previsione dell’elezione papale; il comportamento degli ambasciatori doveva sempre essere funzionale al raggiungimento di questi obiettivi. Il compito dell’ambasciatore è quello di raccogliere informazione esatta riguardo tutti i cardinali e gli officiali di curia, e su chi di loro potesse essere considerato servitore del re, in modo da poter formare una fazione fedele al proprio sovrano in vista del futuro conclave. Una figura chiave nelle dinamiche interne alla Curia romana è quella del cardinal nepote, vero intermediario per negoziare col papa, il cui favore è indispensabile per avere un punto di osservazione privilegiato sul Sacro Collegio, poiché di fatto dipendono da lui le nomine cardinalizie. Durante la Sede Vacante, prima e durante la clausura del conclave, avvengono gli incontri – scontri decisivi tra i capi delle fazioni, che negoziando su più fronti cercano di ottenere la certezza del voto su una maggioranza certa, tenendo conto soprattutto degli elementi indipendenti o neutrali rispetto i partiti, che spesso risultano decisivi [4]. Spesso a queste contrapposizioni si aggiunge quella tra collegio vecchio e collegio nuovo, ovvero tra i cardinali creati durante i pontificati precedenti a quello del papa appena morto e le creature legate al cardinal nepote. Al momento cruciale dell’elezione papale la soluzione passa sempre attraverso una mediazione tra segmenti dei due collegi. [1] VISCEGLIA M.A., Fazioni e lotta politica nel Sacro Collegio nella prima metà del Seicento. In G.SIGNOROTTO e M.A.VISCEGLIA (a cura di), La corte di Roma tra Cinque e Seicento “teatro” della politica europea, Roma, Bulzoni Editore, 1998, pp. 55-59. [2] DEL RE, La curia Romana, pp. 467-500; VISCEGLIA, Fazioni e lotta politica nel Sacro Collegio, pp. 46-47. [3] DEL RE, La curia Romana, pp. 470-472; VISCEGLIA, Fazioni e lotta politica nel Sacro Collegio, pp. 48-50; LUTZ, Urbano VIII, pp. 298-300. [4] DEL RE, La curia Romana, pp. 480-484; MELLONI A., Il conclave, storia di una istituzione, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 57-58; MENNITI IPPOLITO A., Il tramonto della curia nepotista: papi, nipoti e burocrazia curiale tra XVI e XVII secolo, Roma, Viella, 1999. ROSA M., Per “tenere alla futura mutatione volto il pensiero”. Corte di Roma e cultura politica nella prima metà del Seicento in SIGNOROTTO e VISCEGLIA (a cura di), La corte di Roma tra Cinque e Seicento, pp. 32-33; VISCEGLIA, Fazioni e lotta politica nel Sacro Collegio, pp. 48-50. |