CAPITOLO III - Le fazioni e il cardinal nipote

Cardinal nepote e Curia romana.

Proprio nei decenni che seguirono la “riforma cattolica” tridentina, la figura del nipote del papa andò meglio definendosi e crescendo di rilievo piuttosto che ridimensionarsi, e l’istituzionalizzazione della figura che ne derivò non frenò per nulla gli abusi. L’osservazione del fenomeno del nepotismo, che si snoda tra una dimensione pubblica legata alle esigenze di governo della Chiesa, e una privata che riguarda i vantaggi derivati dall’avere un parente stretto sul trono di Pietro, rivela che quella del nepotismo non era affatto una prassi che legava esclusivamente il pontefice e i suoi consanguinei, bensì un sistema vero e proprio che caratterizzava e regolava i rapporti all’interno della Curia romana nel suo insieme. Si sviluppò proprio all’ombra del nepotismo quella rete di clientele detta patronage, ovvero quella serie di relazioni fondate su un rapporto di dare-avere e sulla fedeltà personale che caratterizzarono non soltanto il mondo curiale ma l’intero “universo politico”[1].

Il significato del termine “nepotismo” ha in genere una prima definizione nella pratica dei pontefici di premiare con cariche e benefici i propri parenti e nipoti,indipendentemente dalle loro capacità, una seconda, per estensione, che riguarda il favoreggiamento di consanguinei o amici nell’assegnazione di incarichi. La causa principale della pratica nepotista attiene a quest’ultima accezione del termine, ovvero all’esigenza dei pontefici di potersi avvalere di persone fidate nell’esercizio della propria sovranità, nel momento in cui il papa diventa un vero e proprio monarca. I pontefici post-conciliari non avevano più come naturale interlocutore il Senato cardinalizio, bensì si trovarono ad operare in un contesto che riservava loro diverse possibilità di azione e avvalendosi entro la Curia della struttura delle Congregazioni per la gestione degli affari.

Un altro elemento che favorì la diffusione di pratiche nepotistiche fu la proibizione, datata 1567 sotto Pio V, di infeudare i consanguinei; i parenti dei papi, non più premiabili con l’attribuzione di giurisdizioni, vennero sempre più spesso inseriti nelle cariche di governo e negli uffici curiali.

Sul finire del XVII secolo la giustificazione funzionale, istituzionale, del nepotismo pare posta in secondo piano, la burocrazia curiale divenne più stabile, e la figura del Segretario di Stato, dopo una lenta evoluzione, era finita con l’imporsi quale principale interlocutore del pontefice e suo tramite privilegiato con l’organismo curiale e con l’esterno. Il lento per quanto discontinuo accrescersi delle funzioni e della reputazione del  Segretario di Stato determinò una sorta di competizione tra questo e  il cardinal nipote, che portò all’eliminazione istituzionale della figura del nipote [2].


[1] MENNITI IPPOLITO, Il tramonto della curia nepotista.

[2] MENNITI IPPOLITO, Il tramonto della curia nepotista, glossario; DEL RE, La curia Romana, pp.  476-481.