CAPITOLO III - Le fazioni e il cardinal nipote

Ruolo del cardinal nipote e del Segretario di Stato.

 Il ruolo del cardinal nipote quale elemento fondamentale della vita di Curia si andò delineando a partire dal pontificato di Pio IV, assumendo via via connotati sempre più sicuri. Se il cardinal nipote diveniva in forma sempre più ufficiale una sorta di alter ego del pontefice, in determinate circostanze era il Segretario di Stato ad assumere quella veste e talvolta anche quella di alter ego del nipote. Il Segretario di Stato fu per lungo tempo un collaboratore discreto del pontefice e del suo più stretto parente, e il suo ruolo rimase piuttosto defilato. Nel corso del Seicento questa figura si riservò compiti sempre maggiori, rivelandosi un serio competitore del nipote [1].

Il ruolo del cardinal nipote era fondamentale soprattutto perché, nell’esercizio delle sue funzioni correnti, egli doveva pensare a garantirsi un futuro una volta che lo zio fosse passato a miglior vita, curando attentamente i rapporti con le fazioni amiche e ostili, risolverne i contrasti, esercitando un ruolo di mediazione.

Il cardinal nipote veniva dotato dal pontefice, oltre che di una base materiale patrimoniale significativa, di uno strumento politico, una fazione di creature all’interno del Collegio cardinalizio che potesse sempre sostenerlo, anche in vista del conclave al momento della sua morte. Il congiunto del pontefice dunque era garanzia di un intreccio di relazioni indispensabili per l’andamento dell’attività curiale [2].

Nel settembre 1638 su convocazione di Urbano VIII, si incontrarono alcuni esperti interrogati in materia di quantità e qualità dei doni concessi dal papa ai suoi nipoti. In quell’occasione il pontefice venne nominato quale “Dominus bonorum Ecclesiasticorum”, e in quanto tale poteva disporre l’alienazione del patrimonio della Chiesa anche senza addurre giustificazioni al suo operato.

Un secondo consulto nel 1642 si interrogò sulla disponibilità che il papa potesse avere sulle rendite ecclesiastiche, concludendo che egli potesse applicarle a sua discrezione.

 Le fazioni.

La specificità della corte di Roma sta oltre che nella particolare forma politica e nella precarietà delle posizioni interne di potere, nell’influenza, quando non nell’ingerenza, delle potenze cattoliche europee al momento della scelta del successore al soglio pontificio. A partire dalla prima metà del XVI secolo, ogni conclave fu caratterizzato dall’influenza esercitata sugli elettori da parte della fazione predominante, imperiale o francese, cui si aggiunse quella spagnola. I cardinali creati dal defunto pontefice vennero a raccogliersi sempre più spesso attorno al cardinal nipote e ai suoi parenti, formando un nuovo partito, per cercare di innalzare uno di loro [3].

La fazione spagnola  a Roma si formò  nel primo Seicento grazie al sostegno delle grandi famiglie e alle ricchezze che la corona spagnola era in grado di ridistribuire in termini di benefici. La politica tradizionale della Spagna consisteva nell’attirare le famiglie papali nel sistema degli onori e della concessione dei feudi napoletani. Un altro elemento che favoriva il consolidarsi di alleanze interne alla Curia era il ricorso ad unioni matrimoniali tra famiglie papali e cardinalizie.  Il crearsi di un fronte più vicino alla Francia dipese invece dal coagulo di risentimenti antispagnoli o di elementi indipendenti.


[1] MENNITI IPPOLITO, Il tramonto della curia nepotista.

[2] VISCEGLIA, Fazioni e lotta politica nel Sacro Collegio,  pp. 42-66.

[3] Ibidem, pp. 70-91.