CAPITOLO IV - Il confessore gesuita

Il confessore gesuita

Nel corso del Quattrocento l’attività politica del clero secolare e regolare all’interno della corte papale si va precisando in ruoli sempre meglio definiti, accanto alle figure legate a funzioni cortigiane e compiti amministrativi del segretario di stato, del cardinal nipote, del maestro di camera, si trovano elemosinieri, cappellani, predicatori, teologi e confessori che ricoprono incarichi nell’ambito della gestione dello stato. In particolare l’attività diplomatica dei regolari ha il favore dei sovrani, soprattutto negli anni quaranta del Seicento, quando la loro presenza a corte è determinata dall’incombenza delle trattative di pace.

In generale gli uomini di corte vengono ad assumere una posizione preminente a riguardo della formazione delle decisioni politiche del sovrano, grazie al vincolo personale assiduo e diretto che li lega e in relazione al grado di confidenza, rispetto a quella esercitata dagli organi preposti agli incarichi di governo dello Stato. Quando il personale di corte non orienta direttamente le scelte del sovrano, viene tuttavia inserito nella composizione di quegli organismi o assunta in posizioni di vertice [1].

La carica di confessore in particolare viene monopolizzata dai regolari, in particolare nell’Europa cinque-seicentesca da domenicani, gesuiti e cappuccini. I tre ordini giungono a conquistare la fiducia delle corone quasi dividendosi le aree di influenza. I domenicani sono attivi presso la corona spagnola, non è casuale la continuità domenicana in questo regno dominato dal ruolo dell’Inquisizione spagnola e dal rigorismo teologico dei padri predicatori, nel quale è diffusa l’opposizione ai gesuiti. Questi ultimi sono attivi in area imperiale e presso la corona francese, per approdare alla Spagna con l’arrivo dei Borboni a Madrid. I cappuccini sono in concorrenza per questo ruolo nell’ambito di tutte le maggiori potenze [2].

Nel caso spagnolo in particolare, il ruolo di confessore del re comporta incarichi di carattere politico-istituzionale, è spesso anche supremo inquisitore, siede nei principali consigli e ha competenza in diversi settori: finanziario, di politica matrimoniale, dei benefici ecclesiastici e in materia giurisdizionale. I poteri che esercita invece il confessore gesuita alla corte di Francia sono molto inferiori, sottoposti alla preponderanza del cardinale reggente, primo ministro dello Stato [3].

Il confessore può essere considerato una figura di mediazione tra il sovrano e il papa, il suo ruolo si istituzionalizza perdendo alcune prerogative di tipo pubblico, per addentrarsi in una funzione più politica, di consigliere, che gli conferisce una influenza notevole in ambiti diversi. Il suo legame con il principe e la sua dedizione alla causa regia, che si fondano sulla fedeltà e fiducia personale,  mettono in discussione il grado di obbedienza a Roma.

Analizzando ciò che viene detto del confessore all’interno del manoscritto, emerge l’importanza attribuita alla sua funzione, non solo spirituale di amministrazione del sacramento, ma di consiglio e confronto. All’interno del conclave il confessore gesuita viene consultato da alcuni cardinali in merito alle esclusioni, e il suo parere risulta avere una


certa rilevanza, dal momento che una errata interpretazione, o il fatto che non venga riportato correttamente, provoca contrasti tra i cardinali.


[1] RURALE F., Introduzione, in RURALE F. (a cura di), I religiosi a corte. Teologia, politica e diplomatica in antico regime, Roma, Bulzoni editore, 1998.

[2] MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, sub voce confessore del conclave.

[3] RURALE, Introduzione.