CAPITOLO V - Militarizzazione di Roma
Militarizzazione di Roma
Lo Stato pontificio necessita in quanto tale di apparati militari che ne garantiscano la difesa le l’autonomia. La politica militare postridentina si allinea così a quella degli Stati italiani, potenziando le opere di difesa, con la costruzione di fortezze, l’armamento di una flotta, il controllo sulle soldatesche arruolate e con la formazione di una riserva di massa, le milizie (o battaglie) dello Stato ecclesiastico. Il sistema di reclutamento degli apparati di comando coinvolge in modo considerevole le nobiltà dello stato, creando una piramide di rapporti informali; tra questi spiccano i membri del baronaggio, il patriziato delle città di provincia e i consanguinei di prelati di spicco della corte di Roma [1]. Tra Cinque e Seicento la riorganizzazione degli ordinamenti sul territorio ha favorito un esteso coinvolgimento delle nobiltà dello Stato della Chiesa nelle forze armate; tuttavia mentre l’istituzione si consolida, viene meno la propensione del papato per il ricorso all’opzione militare. Una straordinaria militarizzazione della città occorse durante l’Anno santo del 1625, che portò a Roma seicentomila pellegrini. Questa occasione fu segnata da una concentrazione di truppe per un costo di circa 200.000 scudi, dal rafforzamento delle strutture difensive, mura e porte della città, a causa anche del pericolo di epidemie, si formò una grande armeria all’interno dl vaticano e vennero fortificati il Quirinale e Castel S.Angelo [2]. In questo periodo, come del resto per tutta la durata del pontificato Barberini, esistevano seri pericoli di conflitto. |