CAPITOLO V - Militarizzazione di Roma

Ducato  di Castro

 Un dissidio di interessi politico-finanziari e di prestigio sociale tra i Barberini e il duca di Parma Odoardo Farnese si inasprì alla fine degli anni trenta del Seicento, a questo sono da ricondurre estesi lavori nelle fortezze dello Stato pontificio e il rafforzamento delle opere di difesa del porto di Civitavecchia. Il ducato di Castro, situato all’interno dello Stato della Chiesa, feudo del duca di Parma e Piacenza, aveva una ricca produzione granaria di fondamentale importanza per il rifornimento annonario della vicina Roma. Il papa, che aveva manifestato un interesse di acquisto del ducato, era favorito nel suo intento dall’indebitamento del Farnese nei confronti della Camera apostolica.

Il conflitto sfociò, nell’autunno del 1641, nella guerra di Castro, o guerra Urbana. Nel 1640 una serie di trattative per la riduzione del tasso d’interesse dei debiti con la Santa Sede non andate a buon fine, e il rifiuto della proposta di un futuro matrimonio tra le case Barberini e Farnese, unite alla rinnovata offerta di acquisto del ducato di Castro da parte dei Barberini, causò sgarbi diplomatici aggravati dall’insolvenza del duca, che portava alla destabilizzazione di tutto il sistema “montistico” pontificio.

In seguito alla fortificazione della cittadella di Castro, da parte pontificia iniziò l’armamento e l’arruolamento di un esercito consistente che nell’ottobre del 1641 conquistò varie città fortificate del ducato, e infine anche Castro. Odoardo Farnese venne scomunicato e decaduto da tutti i suoi feudi, i suoi beni confiscati in territorio pontificio.

Nel luglio del 1642 Venezia, Modena e la Toscana, appoggiate dalla Francia conclusero un’alleanza difensiva, nel frattempo il Farnese entrò da Modena nello Stato Pontificio mettendone in fuga l’esercito.

Le ostilità ripresero nel 1643, per durare fino al marzo 1644, quando un’ultima disfatta subita dall’esercito pontificio a Ferrara permise di concludere un trattato di pace.

Gli accordi sottoscritti a Venezia riportarono la situazione allo status quo ante, il ducato di Castro rimase possesso feudale dei Farnese, e Urbano concesse perdono e assoluzione al duca, che dovette demolire le nuove fortificazioni. I debiti farnesiani non vennero menzionati nel trattato [1].

 Ripercussioni durante la sede vacante.

Nel 1643-44 la stessa Roma fu colpita dalla guerra, più volte rapine e tumulti misero a soqquadro la città in balia dei soldati ivi ammassati, che erano rimasti senza paga per mesi.

Alla morte del pontefice le truppe mercenarie arruolate durante la guerra di Castro, in prevalenza di origine francese, nonostante la fine del conflitto si trovavano ancora stanziate all’interno dello Stato pontificio, sotto il comando di Taddeo Barberini generale di S.Chiesa [2].

Al momento di deporre il Bastone di generale, e dunque alla dimissione da ogni incarico cui erano obbligati i funzionari attivi per conto del pontefice, Taddeo Barberini venne nuovamente confermato nella sua carica grazie all’autorità di cui godevano i Barberini all’interno del Collegio cardinalizio [3]. Il mantenimento del comando dell’esercito da parte di un membro della famiglia del papa defunto era non solo una forzatura nell’ambito delle norme vigenti in tempo di sedisvacanza, ma anche motivo di malumore per gran parte dei cardinali che intendevano opporsi alla fazione del cardinal nipote in sede di elezione.

A limitare il potere del generale di S.Chiesa intervennero i cardinali filospagnoli, guidati dal cardinal Albornoz, che in congregazione generale stabilirono di costituire una congregazione di 7 membri e di affiancare a Taddeo Barberini, per le decisioni in merito al suo incarico, i cardinali Lante e Roma, come previsto dalle normative vigenti [4].

E’ interessante notare che molti cardinali innalzati durante il pontificato di Urbano VIII hanno alle spalle brillanti carriere militari, e vengono coinvolti attivamente negli episodi bellici che lo caratterizzano: Carlo barberini, Capponi, Bentivoglio, Ginetti, Teodoli. Per tutta l’età moderna i cardinali, principi della Chiesa, mantengono e fanno propri incarichi diplomatici e di governo che sono strettamente legati alla dimensione temporale della loro “investitura”; presso la corte romana sono dei veri e propri funzionari al servizio del pontefice, che legano la missione spirituale universale della Chiesa assieme alle necessità di stabilire rapporti diplomatici e politici con gli altri stati europei. Presso le corti straniere, oltre a svolgere uffici di carattere spirituale, vengono ad assumere un ruolo politico decisivo come primi ministri della corona o consiglieri del re, stabilendo una forte relazione con Roma, ma allo stesso tempo creando conflitti di interesse che vengono alla luce durante i conclavi.


[1] LUTZ, Urbano VIII,  pp. 315-321.

[2] Ibidem,  pp. 318-321.

[3] Vedi trascrizione del manoscritto, carte 120, 120v.

[4] LUTZ, Urbano VIII, pp. 298-321. MORONI G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiatica, vol. LV, sub voce generale di S.Chiesa.