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Riflessioni

di Romano Martinuzzi

 

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Mentre cerco di scrivere qualcosa per presentare questa pubblicazione, il pensiero mi corre attraverso quel poco di musica o altre arti che conosco. Penso ai tanti, che oppressi da regole che non riuscivano ad esprimere il proprio mondo interiore, hanno cercato di sfilarsi di dosso, come un abito troppo stretto, tutta una serie di costrizioni che il passato o il comune senso del bello imponevano loro.

Mi è rimasta impressa nella mente una frase di un libro che lessi da ragazzo "... il primo passo verso la libertà è la sofferenza per la schiavitù e l'insofferenza di essa...". Il libro in questione non era senz'altro dedicato ad alcuna forma d'arte ma io trovo che questa citazione bene si adatti a quelle personalità che, pur conoscendo bene ed essendo perfettamente in grado di attenersi alle regole, in questo caso armonia classica o limiti delle voci o degli strumenti, si sentono in qualche modo tarpate le ali e, con questi mezzi, incapaci dei voli che il loro spirito vorrebbe. 

Ecco nascere gruppi sperimentali, strumenti nuovi, scale musicali, usi diversi, originali e personali delle forme armoniche. In questo esercito di "insoddisfatti" troviamo Luciano Turato. Non scriverò quando è nato o dove viva, lo troverete in altre parti del libro, cercherò solo di spiegare chi sia, o meglio, con che spirito leggere le sue composizioni. Turato non inventa strumenti nuovi, non gli interessa, è troppo innamorato della voce, soprattutto quella del coro, per la quale scrive la maggior parte delle sue opere. La sua ricerca di nuove sonorità si attua con le voci del coro e con una scrittura che, pur molto rispettosa della forma, stravolge e supera le regole dell'armonia classica. 

Il suo mondo interiore e soprattutto la sua religiosità sono pieni di sfaccettature diverse, di luci e di ombre, di momenti di calma ed abbandono alternati a momenti di grande tensione. Chi lo conosce facilmente si rende conto di come quelle poche e sclerotizzate regole non siano una tavolozza sufficiente a dipingere i suoi sentimenti. Chi si avvicina a lui ed alle sue opere dovrà dimenticarsi di alcune regole, non dovrà fare un'analisi fredda e scolastica per scoprire dove ha raddoppiato le quinte o le ottave, dove "ha sbagliato": può darsi che lo sappia da solo o magari l'abbia fatto apposta.. Per me, piuttosto carente in armonia, è stato facile avvicinarmi alle sue composizioni, lasciarmi attrarre dalle sue sonorità, così come è stato facile farle apprezzare ai miei coristi che, nonostante alcune difficoltà, le cantano volentieri.

Vorrei dire qualcosa anche a proposito delle difficoltà di alcuni brani, soprattutto quelli sacri: molti sono stati "pezzi d'obbligo" ai concorsi internazionali di Stresa in anni diversi; è ovvio che uno dei requisiti richiesti agli stessi era quello delle selettività.

Non so se questa sia la sede più adatta, ma questo discorso sulla difficoltà dei brani di Luciano Turato, mi dà l'occasione per rispondere a chi si chiede se valga la pena comporre in modo "difficile" o se sia meglio una scrittura molto più facile in modo che i brani, proprio per la loro semplicità, possano essere cantati anche da formazioni non molto preparate.

Una delle risposte possibili si trova nel "Manuale di armonia" di Schonberg "... una volta guariti dall'idea errata che l'artista crei in omaggio alla bellezza, una volta compreso che solo la necessità lo spinge a creare ed a produrre ciò che poi passerà forse per bello, si capirà anche che la comprensibilità e la chiarezza non sono condizioni che l'artista deve vedere realizzate nell'opera, ma solo condizioni che l'ascoltatore desidera veder soddisfatte...". In altre parole, all'artista non importa affatto di quanti eseguiranno le sue composizioni, la soddisfazione gli viene dal fatto di essere riuscito a scrivere ed a descrivere il proprio mondo interiore.

A questo punto, ritengo utile sottolineare che queste affermazioni rispecchiano solo un punto di vista del tutto personale e come tale non pretende di avere validità universale.

Chiudo unendomi al coro di auguri a Luciano e con la speranza che egli trovi in me e nel Gruppo Corale Bueriis degli interlocutori che, seppure impreparati, riescano a percepire e ad apprezzare lo sforzo di esternare il suo meraviglioso mondo.