Ha riscoperto il folclore musicale magiaro

Béla Bartók, uno dei maggiori compositori ungheresi del nostro secolo

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

Anche i musicisti possono essere folgorati da un'idea e da quell'idea venir guidati per tutto il resto della vita. È il caso del compositore ungherese Béla Bartòk. Bambino prodigio, studente modello anche se timido e fragile, diplomato in composizione a pieni voti, intraprende la carriera concertistica. A ventiquattro anni ascolta una domestica di campagna che canta antiche melodie ungheresi. Ecco la folgorazione. Allora si dedica allo studio del folclore musicale della sua terra e lo porta avanti con rigore scientifico. Viaggia con un rudimentale apparecchio d'incisione, raccoglie oltre seimila canzoni popolari originali. Scopre un tesoro inesplorato, una musica quasi preistorica, basata su scale pentatoniche o su modalità gregoriane: musica con ritmi originali difficilmente conducibili alle moderne battute, musica autoctona o inquinata da influenze europee.

La scoperta eserciterà un'influenza decisiva sul suo personale linguaggio musicale e su tutta la sua arte.

Béla Bartòk, e l'amico e collega Zoltan Kodaly, sono i maggiori compositori ungheresi del nostro secolo. Con loro il nazionalismo musicale ungherese vive la sua splendida stagione.

Abbandonati i vecchi idoli di Wagner e Listz, di Brahms e di Strauss, Béla Bartòk si dedica appassionatamente alla etnomusicologia magiara. Profondo conoscitore delle più smaliziate tecniche musicali moderne, riesce a fondere il linguaggio etnofonico in un gusto decisamente attuale. I risultati della fusione dell'antico fondo musicale magiaro con le esplorazioni più avanzate sono sorprendenti, non solo e non tanto per la riscoperta dell'antico fondo folcloristico nazionale, ma più e meglio per il libero impiego della creazione artistica e per la spregiudicata esperienza delle moderne tendenze musicali europee.

Ne risulta una musica diversa dalle altre, musica dalle armonie aspre e barbare, dai ritmi impossibili: musica di una originalità impensata.

Altri compositori piuttosto superficiali, s'accontentano di inserire melodie antiche in brani strutturati modernamente. Si tratta di una truffa, col risultato che, fondendosi male il vecchio col nuovo, lo stile si manifesta ibrido, inconcludente, contraddittorio.

Nell'utilizzo delle musiche e dei ritmi antichi in composizioni moderne, Bartòk si lascia guidare da questi principi: «L'uso appropriato di materiale folcloristico come base per una musica nazionale non è limitato alla sporadica introduzione o imitazione di vecchie melodie, all'uso tematico arbitrario di queste in composizioni di tendenza estera o internazionale. Si tratta piuttosto di impadronirsi dei mezzi di espressione musicale nascosti in esse, proprio come è possibile assimilare le più sottili sfumature di ogni linguaggio. È necessario che il compositore giunga a dominare questo linguaggio musicale così completamente, da farlo divenire l'espressione naturale delle sue idee musicali».

Un allievo di Bartòk, il pianista Panni Nagy, ci ha tramandato un ritratto fisico e morale del maestro, per nulla entusiasmante: «Era piccolo, snello, ben proporzionato; così etereo o trasognato da sembrare sempre vagante tra le nuvole. A parte l'insegnamento, non si curava molto dei suoi allievi. Viveva interamente in un suo mondo particolare».

Nel 1940, dopo i mutamenti politici avvenuti in Ungheria, Bartòk si trasferì negli Stati Uniti. Visse gli ultimi anni quasi dimenticato, ai limiti dell'indigenza. Minato dalla leucemia, morì a New York il 26 novembre 1945, all'età di sessantaquattro anni.

Questo musicista ha il grande merito di aver riscoperta e manifestata al mondo l'anima musicale dell'Ungheria. Nei grandi concerti per orchestra con violino e pianoforte come nei piccoli pezzettini del «Mikrokosmos» per lo studio del pianoforte, ha saputo fondere lo spirito delle antiche melodie magiare con le tecniche più avanzate del linguaggio. Per lui la riscoperta degli antichi moduli musicali è risultata una conquista di libertà. «Lo studio di tutta questa musica contadina era per me di decisiva importanza, perché esso mi ha reso possibile la liberazione dalla tirannia dei sistemi maggiore e minore fino allora in vigore. Infatti la più gran parte, e la più pregevole, del materiale raccolto si basava sugli antichi modi ecclesiastici o greci, o perfino su scale primitive». Si rese conto allora che i modi antichi ed ormai fuori uso nella nostra musica d'autore, non avevano perduto nulla della loro vitalità: il loro impiego gli permetteva combinazioni armoniche di nuovo tipo.

Dalla schiavitù della tonalità, Bartòk è passato alla libertà di usare indipendentemente tutti i dodici suoni della scala cromatica, senza tuttavia cadere nella nuova schiavitù della dodecafonia. Piena libertà di timbro, di ritmo, di armonia: solo la forma resta legata a un saldo criterio strutturale.

Béla Bartòk ha scoperto il nuovo andando alla ricerca dell'antico. Ma la musica nazionale inevitabilmente mostra i suoi limiti: una certa povertà dovuta alla ristrettezza di orizzonti, che la può rendere angusta o ripetitiva. Bartòk volle riesumare l'autentica musica del popolo per portare il popolo alla musica: il popolo non si è lasciato sedurre. Tanto è che la sua musica figura sempre meno nei nostri programmi concertistici.