Quelle note tra il sublime e la mediocrità

A cento anni dalla morte di Peter llic Ciajkovskij sono ancora discordanti le opinioni sulla sua musica

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Un infelice che continua a dispensare felicità a milioni di persone. È la grandezza di un musicista.

Il centenario della morte di Peter llic Ciaikovskij (6 novembre 1893) procede costellato di esemplari esecuzioni musicali, di frequenti trasmissioni radio, di originali pubblicazioni. Oltre che l'opera di questo grande compositore, si cerca di scrutare la sua vita privata.

Un'esistenza segnata da tanta amarezza. Perché Ciajkovskij avrebbe potuto, nonostante tutto, considerarsi fortunato. Figlio di buona famiglia, ha la possibilità di studiare legge e musica. A vent'anni ottiene un buon impiego al Ministero di grazia e giustizia. Lasciato quel posto, ottiene la cattedra di armonia nel Conservatorio di Mosca. Quando si trova in strettezze economiche, gli viene incontro una ricca vedova, amica solo per corrispondenza, che, per quattordici anni, lo solleva da ogni difficoltà. E poi i concerti e la vendita delle composizioni gli consentono di farsi una villetta in campagna, di viaggiare per mezza Europa e America, con gradite soste nelle sue città preferite di Firenze e Roma.

D dolore è la costante di questo musicista. Lavora per ammazzare il tempo: «Se non avessi il lavoro, sarei sopraffatto dalla malinconia. Penso di finire la mia vita in un monastero». Tormentato da tendenze che contrastano con i suoi principi morali, sente impulsi generosi di redenzione: «Rinnegherò in ogni caso e per sempre le mie infelici tendenze».

La sua è una malattia congenita. Nella famiglia esisteva una pericolosa predisposizione alla nevrastenia e alla epilessia. Non può fidarsi di se stesso: «Temo che la mia indolenza prenda il sopravvento», Soffre di ansia nervosa, di impulsi suicidi. Non riesce a formarsi una famiglia: «Ho deciso seriamente di prendere moglie. Vivere solo è l'ostacolo più grosso e insormontabile alla mia felicità». Ma è condannato a vivere solo. Alessandro Borodin ci descrive il disordine che regna nel suo appartamento da scapolo: «Sul tavolo sempre avanzi di cibo. Spesso desinava a mezzanotte. Ovunque seminati fogli manoscritti a matita, cosparsi di bianco d'uovo, perché le annotazioni non si cancellassero».

A trentacinque anni ha già i capelli grigi, l'espressione ostinatamente triste. Teme morbosamente la morte. Soffre di mania di persecuzione. Sono presenti tutti gli ingredienti caratterizzanti un musicista tardo-romantico.

Il musicista evade dall'urgenza di darsi una risposta agli eterni «Perché», che la vita pone ad ogni mortale, con lo scrivere. Scrive un'infinità di lettere (soffre di grafomania) e scrive tanta e tanta musica (forse anche troppa).

Scrivere musica è l'unico suo sollievo. E riesce a scrivere anche musica allegra. «Rallegrati nella gioia degli altri, e la vita continua».

Emotivo fino all'eccesso, piange mentre sta pensando a ciò che scriverà: «In viaggio ho spesso sparse lacrime, mentre componevo con la mente». E neppure la gioia degli altri, neppure l'abbandonarsi alla musica lo libera dalla sua tristezza: «Tutta la vita è solo un alternarsi di cupa realtà e di balenanti sogni di felicità».

Questo centenario, però, dovrebbe contribuire a far conoscere maggiormente la musica di questo grande compositore russo, per darne, possibilmente, un giudizio definitivo. Le opinioni, infatti, sono ancora discordi. Chi giudica la musica di Ciajkovskij un «abominevole frastuono» e chi la esalta come l'apice della espressività. Obiettivo il giudizio di Rosa Newmarch: «L'insieme peculiare di cose sublimi e di luoghi comuni che è la sua musica, conquisterà sempre l'ascoltatore medio, per il quale la musica è più una questione di sentimento che di pensiero». Riccardo Muti, da parte sua, esalta la bellezza dei temi, la sapienza assoluta della strumentazione orchestrale e il grandioso senso della forma di Ciajkovskij.

Scontata l'osservazione che la musica di Ciajkovskij è spesso superficiale e discontinua. È sufficiente mettersi ad ascoltare la Quinta Sinfonia, in mi minore: una delle sue opere più conosciute, scritta appena cinque anni prima della sua morte. È un'opera tenuta insieme soltanto dal «tema del destino», nella quale, alla sublime bellezza del secondo tempo (Andante cantabile), fanno seguito gli altri due tempi, che generano noia e stanchezza.

Il nome di Ciajkovskij rimane legato gloriosamente ai tre celebri balletti: La bella addormentata nel bosco, Il lago dei cigni, Lo schiaccianoci, Questa musica, a distanza di cent'anni, conserva intatta la sua genuina freschezza.

Gli è mancata la spinta religiosa. La fede l'avrebbe certamente aiutato a risolvere molti dei suoi problemi interni e gli avrebbe indicata la rotta sicura del suo cammino.

E se avesse finito la sua vita in un monastero?

I quindici brani per coro a cappella per la «Liturgia di S. Giovanni Crisostomo», i diciassette brani per i «Vespri», i nove «Cori liturgici» rivelano la profonda dimensione spirituale di questo compositore. La sua anima inquieta, ossessionata dal terrore di una misteriosa condanna, poteva trovare con la fede la via a quell'amore e a quella bellezza che, per tutta la vita, ha cercato invano.