Un semplice musicista boemo

Decisamente figlio della sua terra, Dvorak, coniugò in modo mirabile tradizione e modernità

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Gli è andata male, quest'anno, a Antonin Dvorak. Offuscato dal bicentenario della morte di Mozart, è passato quasi inosservato il 150° anniversario della nascita del grande musicista boemo. Non c'è da darsi pensiero: Dvorak mai si è lasciato vincere dagli insuccessi, anzi ne è uscito sempre vittorioso.

Merita però di essere ricordato questo grande e simpatico artista. È considerato il più grande musicista che abbia dato la Boemia, maggiore dello stesso Smetana. Perché è vero che la musicalità del popolo boemo è proverbiale, è vero che infiniti sono i cantanti e suonatori boemi, è vero che il fiume Moldava suscita sempre in noi gradite risonanze di canali e di suoni e di danze popolari, ma è altrettanto vero che pochissimi sono i nomi noti di grandi musicisti di questa regione. La musica boema è venuta alla ribalta nel secolo scorso, quando i boemi hanno preso coscienza di costituire una nazione con lingua e letteratura propria.

La musica di Dvorak s'inserisce appunto nel movimento nazionalista boemo, che ha portato alla scoperta delle caratteristiche proprie della tradizione musicale boema e, con la fondazione a Praga del Conservatorio musicale e con l'erezione della Società degli Amici della musica, ha dato vita a una splendida primavera musicale di Praga. Dvorak nacque a Nelahozoves l'8 settembre 1841. La sua fu una carriera che, partendo dalla classica «gavetta», arrivò brillantemente ai galloni di generale. A otto anni suona nell'orchestra del suo paese; a sedici si iscrive alla scuola d'organo di Praga; a diciotto anni ottiene il diploma in organo; per guadagnare qualche soldo, suona il violino in un'orchestrina da ballo; a vent'anni è assunto come violinista nel Teatro Nazionale; a trentadue anni finalmente ottiene il primo grande successo con un inno patriottico, per coro e orchestra, che gli merita una sovvenzione statale. Lascia l'orchestra per assumere l'incarico, più a lui confacente e meglio retribuito, di organista della chiesa di S. Adalberto a Praga.

Non gli mancano difficoltà e delusioni. Compone un'opera teatrale «Il re e il carbonaro», ma dopo quattro settimane di prove, alTeatro Nazionale, viene ritirata per le troppe difficoltà vocali e strumentali. La situazione però volge al meglio. Compra un Campetto in Boemia, vi costruisce una bella villetta, vi trascorre tranquillamente le sue vacanze. Intanto si è sposato con la cantante Anna Cermak, che gli darà ben dieci figli. Aveva ricevuto dall'Editore, per le «Danze Slave», la somma di trecento marchi; dopo qualche anno, dallo stesso Editore, che gli offriva tremila marchi per Sinfonia in re minore, pretenderà e otterrà il doppio. A cinquantanni gli viene offerta la direzione del Conservatorio di New York: compenso annuo quindicimila dollari.

Quella di Dvorak è stata, nel complesso, una vita felice: buona salute, liete ore trascorse la sera in osteria con gli amici, la cura del giardino, la passione per i treni. Il suo carattere semplice, quasi infantile, gustava di quella vita: «Io sono quello che sono: un semplice musicista boemo».

Quel «semplice musicista boemo» ha lasciato il suo nome legato a una decina di opere teatrali, a nove sinfonie, a numerose composizioni per orchestra, per pianoforte e per altri strumenti. Ma il nome Dvorak è legato soprattutto, nella fantasia del popolo, a quella Sinfonia «Dal Nuovo Mondo», che è l'opera sua più eseguita, più conosciuta, più gustata.

Questa sinfonia è il frutto della permanenza di Dvorak negli Stati Uniti, per circa tre anni. Scritta con tecnica europea ma con «spirito» americano, può essere di buono auspicio per le prossime celebrazioni della scoperta dell'America. Il successo della prima esecuzione di questa Sinfonia, nella Carnegie Hall il 15 dicembre 1893, fu enorme. Il secondo tempo, il celebre Largo, induce a porre Dvorak non solo accanto ai nomi più prestigiosi della musica slava, ma addirittura ad accostarlo a Beethoven. Quel tema caratteristico, preceduto dai misteriosi accordi dalle impreviste modulazioni, presentato prima dal corno inglese e quindi ripreso e sviluppato dagli altri strumenti, è semplicemente un incanto.

Ma il nome di Dvorak rimane unito ancora a stupende pagine di musica sacra. Il vecchio organista della chiesa di S. Adalberto di Praga ha continuato, per tutta la vita, a comporre musiche sui testi della liturgia cattolica, con intima adesione di fede e con profonda coscienza d'artista. Il celebre Stabat Mater, che gli ha aperto le porte della notorietà, l'Oratorio Santa Ludmilla, la Messa in re maggiore, il Requiem, il Te Deum.

L'America non è presente soltanto nella Sinfonia «Dal Nuovo Mondo» ma, forse più e meglio, nel Te Deum, op. 103. Questo Te Deum gli era stato commissionato nel 1891 in vista delle celebrazioni del quarto centenario della scoperta dell'America.

La coincidenza fa sorgere spontaneo un augurio. Benché il sesquicentenario della nascita di Dvorak non sia stato celebrato come si conveniva, possa almeno la sua Sinfonia «Dal Nuovo Mondo» significare la pacifica simbiosi operata nella musica tra il Vecchio e il Nuovo Mondo; e quel Te Deum, scritto per commemorare il quarto centenario della scoperta dell'America, valga ancora quale inno di ringraziamento a Dio, in occasione del quinto centenario dello storico avvenimento.