Un «antiromantico» alla ricerca del vero

Paul Hindemith, uno dei compositori più rappresentativi del nostro secolo

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Per uno che di Paul Hindemith conosce soltanto le tre Sonate per organo, non risulta facile parlare di questo musicista, considerato fra i compositori più rappresentativi del nostro secolo. Un compositore che ha al suo attivo dodici opere teatrali, ventidue composizioni per orchestra, trentacinque composizioni per strumenti solisti e orchestra, centinaia di altri brani musicali. Ma Hindemith non è soltanto un compositore: è una delle personalità più complete che si conoscano: musicista, caposcuola, ricercatore, esecutore, uomo dalle infinite capacità, teorico, docente. Un uomo che «ha sintetizzato le culture di un millennio e mezzo di musica occidentale». Un uomo sempre accompagnato dal successo.

Personalità complessa e, forse, perfino contraddittoria. Talento sanguigno, poneva tutta la sua passione in ogni cosa che gli capitava tra le mani. Discutere del canto gregoriano o diffondere i valori del jazz, aveva per lui uguale importanza. Né si preoccupava delle reazioni positive o negative della critica. A chi lo accusava di essere un sovvertitore delle antiche regole dell'armonia, rispondeva: «Nessun accordo può essere giudicato non grammaticale, se il compositore lo considera essenziale». In tal modo è riuscito a creare un linguaggio musicale nuovo: linguaggio che è stato seguito e applaudito in tutto il mondo.

Questo personaggio era nato cent'anni fa, il 16 novembre 1895, a Nanau, presso Francoforte sul Meno. Bambino prodigio, a quattordici anni suonava il violino e componeva pezzi pianistici e per violino. A vent'anni è stato nominato direttore d'orchestra dell'Opera di Francoforte. Si dice che sapesse suonare bene tutti gli strumenti. La viola era il suo strumento preferito. Per tutti gli strumenti ha composto brani concertistici, perfino per quegli strumenti che sono considerati meno concertistici, quali il contrabbasso e il trombone.

Fu osteggiato dal nazismo: la sua musica venne considerata «arte degenerata», il suo stile troppo «internazionale», la sua teoria «corruzione della musica tedesca». Lasciò l'Europa. Si trasferì negli Stati Uniti. Dopo la guerra passò a vivere in Svizzera. La morte lo colse in clinica di Francoforte il 28 dicembre 1963.

Hindemith si considerava un antiromantico. Per lui non è l'ispirazione la fonte primaria della musica, ma la tecnica. A chi immagina che un musicista che possiede appena un quarto della tecnica di Beethoven, possa scrivere pagine come quelle del grande sinfonista grazie alla sua ispirazione, ribatte: «Quel piccolo uomo parlerà con disgusto della fatica del comporre e parlerà della sua ispirazione, del suo sentimento e del suo cuore, come se fosse questo che marca il cammino delle sue manipolazioni».

Non c'è dubbio che amava essere provocatorio. Le istruzioni che suggerisce per eseguire il quinto brano della sua «Suite 1922», hanno fatto epoca: «Non badare per nulla a quello che hai imparato a scuola di pianoforte. Non fermarti a pensare se devi suonare il re diesis col quarto dito o col sesto. Suona questo brano in modo selvaggio, ma osserva rigorosamente il ritmo, come una macchina. Considera il pianoforte come una batteria e agisci di conseguenza». Addio alla diteggiatura, alla morbidezza del tocco, all'agogica, all'interpretazione romantica.

In effetti Hindemith era un tedesco concreto. Nella sua ansia di precorrere i tempi, si è trovato a costruire le sue composizioni su elementi musicali che avevano preceduto il movimento romantico. Nella ricerca dell'arte della linea, della perfezione della forma, dell'efficacia del ritmo, scopre che il modello del comporre è Bach. Così nelle sue composizioni compaiono sempre più spesso contrappunti, fughe, canoni, imitazioni. Non per nulla è stato salutato come il massimo esponente del «bachismo» contemporaneo.

Non era il tipo che potesse ridursi a ripetere ciò che era stato già fatto. La tecnica lo ha aiutato a trovare nuove formulazioni. Aveva proclamato: «Tutto è tecnica». La tecnica gli fece superare il pericolo dell'imitazione sterile. «È diffusa oggi l'impressione che ci sia troppa tecnica. Io invece penso che non ce ne sia abbastanza».

Nel 1943 pubblicò il «Ludus Tonalis», cioè una raccolta di esercizi contrappuntistici, tonali e di tecnica pianistica. L'opera consiste in dodici fughe collegate con undici interludi, un preludio e un postludio. L'accostamento al «Clavicembalo ben temperato» è più che evidente. Però la tecnica fa evitare il plagio. «Essere un compositore, nel senso moderno della parola, richiede anni di giornaliero contatto con musica di ogni genere, e non solo il processo di eseguirla o di assimilarla, ma di investigarla e di studiarla».

Ha passato tutta la vita nell'appassionata ricerca di novità o, me, alla ricerca della verità.

Conclude la sua attività creatrice in austera pietà, con la composizione della Messa per coro a cappella. Termina di scrivere questa Messa nel settembre 1963, a due mesi dalla morte. In questa Messa, la tradizione spirituale del canto gregoriano si accoppia al contrappunto più dissonante. Non a caso il «Dona nobis pacem», che chiude la Messa, chiude anche la vita terrena di questo spirito irrequieto, di questo ricercatore instancabile, di questo genio audace.

Dopo il travaglio, la Pace.