Cinque note per svelare un genio Andrés Segovia, il più grande chitarrista dei nostri tempi
di Emidio Papinutti
Articolo inizialmente apparso sull'"Osservatore Romano
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La sala è stracolma: duemila persone. Grande l'attesa: un concerto di chitarra. Silenzio. «Re mi fa sol mi». La celebre «Aria con Variazioni» di Girolamo Frescobaldi. Bastano cinque note per svelare il genio. La bellezza pura sta nei dettagli. La quarta di quelle cinque note, quel Sol in tempo debole, resa con intensa luminosità, è una rivelazione. Nessuno potrà più dimenticare quell'originale interpretazione. Andrés Segovia, per oltre mezzo secolo, è stato considerato il più grande chitarrista del mondo. Inspiegabilmente oggi, ad appena sei anni dalla sua morte, non c'è chi parli di lui. Ma è giusto rievocare questo grande artista, almeno in occasione del centenario della sua nascita: Linares (Spagna), 12 febbraio 1894. Giovanni Paolo II, parlando al complesso folcloristico dell'Università di Lublino (19 agosto 1979), ha fatto l'elogio del dilettante: «L'arte più grande è sempre stata quella dei dilettanti». E Andrés Segovia è stato un dilettante: un grandissimo dilettante. Non aveva frequentato il conservatorio. Otterrà la laurea «Honoris causa» dall'Università di Santiago de Compostela, quando sarà già diventato molto famoso. Ricordava con soddisfazione la sua esperienza: «Nella mia infanzia né il violino né il pianoforte mi interessavano minimamente. Ma suonare la chitarra divenne ben presto il mio passatempo preferito». A quattordici anni la sua prima apparizione in pubblico. A venticinque un giro di concerti in America. Dopo il suo primo concerto dato negli Stati Uniti, il compositore e critico musicale Virgil Thomson sentenziò: «Non c'è altra chitarra che la chitarra spagnola, e Andrés Segovia è il suo profeta». Se la chitarra ha acquistato valore e considerazione; se, da strumento popolare, è diventata strumento di musica colta, il merito è di Andrés Segovia. Se in alcuni conservatori musicali è stato introdotto lo studio di questo strumento, il merito è di Andrés Segovia. Se oggi si può parlare della chitarra come di uno strumento da concerto, il merito è di Andrés Segovia. Ovviamente Andrés Segovia non è l'inventore della chitarra. Questo è uno strumento antichissimo, introdotto dai Mori in Spagna. Nel Medio Evo figurava come strumento solista molto diffuso in Europa, accanto al liuto. Verso la metà del Cinquecento, uno scrittore francese osservava che, da alcuni anni, «tout notre monde s'est mis à guitarer». La chitarra, prima che Segovia nascesse, aveva ispirato stupende pagine musicali: Monteverdi l'ha introdotta nell'orchestra del suo Orfeo, Rossini nel Barbiere, Donizetti nel Don Pasquale, Weber nell'Oberon; Vivaldi ha scritto un Concerto per chitarra e orchestra, Boccherini l'ha inserita in dodici quintetti, Paganini le ha dedicato più di cento pezzi solistici. Segovia ha il grande merito di aver dimostrato che questo strumento merita un posto d'onore nelle sale da concerto. E come tale l'ha fatto apprezzare da folle immense. La chitarra, come strumento solista, è qualcosa d'incantevole come, al contrario, la chitarra d'accompagnamento diventa qualcosa di ripugnante. Quel drun-drun ossessivo, che talvolta accompagna perfino delle melodie passabili, riduce questo strumento a strumento da osteria o da allegre scampagnate. Nella musica leggera moderna, la chitarra è diffusissima. Ma non è più la chitarra di Segovia. La chitarra elettrica, il cui suono viene amplificato per mezzo di un microfono, ha rinunciato alla dolce eppur vigorosa voce della chitarra segoviana; le corde pizzicate col plettro e non più con le dita, hanno alterato la relazione tra l'artista e lo strumento, rendendo questo più meccanico e materiale. Segovia è diventato famoso eseguendo sulla chitarra brani difficili scritti per organo o per pianoforte. È considerato un grande interprete di Bach. Le sue trascrizioni ed esecuzioni della Ciaccona, delle grandi fughe di Bach sono esemplari. Tornando alla celebre «Frescobalda», a coloro che prima non avevano mai ascoltato un concerto di Segovia, non riuscì facile capire come potesse eseguire, su uno strumento così ridotto, grosse composizioni musicali; come potesse ottenere risonanze da Ripieno d'organo, con sole sei corde. Una varietà di suoni e di colori incredibili: la dolcezza eterea dell'Aria, la grazia galante della prima variazione, la potenza della Gagliarda, il ricamo garbato della terza variazione... Non per nulla i musicisti scrivevano espressamente per lui delle composizioni: e non solo gli spagnoli De Falla, Villa-Lobos, Joaquìn Rodrigo, ma anche i nostri Alfredo Casella e Mario Castelnuovo-Te. Non per nulla i critici musicali scrivevano di lui riconoscimenti eccezionali: «Sa trarre dal suo strumento le sfumature timbriche di una mezza dozzina di altri strumenti. - Stupefacente la sua mano sinistra, per la destrezza e la precisione geometrica con cui vola sulla tastiera». |