Quel musicista bisestile

Béla Bartók, uno dei maggiori compositori ungheresi del nostro secolo

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Nascere il 29 febbraio, giorno che quasi non esiste, è stato il primo scherzo fatto dalla natura a Gioacchino Rossini. Ma di ottimi scherzi madre natura è stata generosa con lui durante tutta la sua vita.

Il 29 febbraio 1992, è stato un giorno rossiniano in tutto il mondo. Si è tenuta, al Metropolitan, la «Notte di Rossini»: un'imponente manifestazione musicale, con grandi interpreti rossiniani, diffusa in mondovisione. Un megaspettacolo che ha costituito l'apertura dell'anno rossiniano. Anno che non potrà essere concluso il 29 febbraio 1993: giorno che non esiste.

A Pesaro, città natale del «Cigno», l'anno rossiniano comincia con l'esecuzione della sua «Messa di Gloria», per soli, coro e orchestra, scritta nel 1819. Si tratta di uno spartito poco eseguito e, per conseguenza, poco conosciuto. Ma la Fondazione Rossini di Pesaro, che ha preparato un'edizione critica di questa Messa, è sicura che l'iniziativa verrà accolta con entusiasmo dal pubblico.

Rossini, ovviamente, non deve alla musica sacra la sua celebrità. In vent'anni ha scritto quaranta opere teatrali; in tutto il corso della sua non breve esistenza ha prodotto appena una dozzina di opere religiose. Tuttavia le poche sue composizioni di carattere religioso sono sufficienti per metterlo nel numero dei grandi compositori di questo genere di musica.

Appare piuttosto severo il giudizio di Franco Abbiati: «Troppo inferiore lo Stabat Mater di Rossini a quello scritto circa un secolo prima da Pergolesi; troppo trascurata la sua Petite Messe Solennelle in confronto al precedente Requiem mozartiano, alle contemporanee Messe cherubiniane ed a quella "Pro Defunctis", vergata poco dopo da Verdi in memoria di Manzoni, perché se ne debba trattare». E infatti, nella sua Storia della musica, non ne tratta affatto.

Per conoscere la mente con cui Rossini scriveva la sua musica, per comprendere i sentimenti coi quali si accostava a Dio, è preziosa la sua personale testimonianza. Sulla prima pagina della partitura della Petite Messe Solennelle, composta appena cinque anni prima della morte, Rossini ha scritto di sua mano questa curiosa annotazione: «Petite Messe Solennelle a quattro parti, con accompagnamento di due pianoforti e un armonium, composta per la mia villeggiatura a Passy. Dodici cantori basteranno per eseguirla, cioè otto per il coro, quattro per gli "a solo": totale dodici Cherubini. Dio mi perdoni gli accostamenti che seguono. Dodici sono anche gli Apostoli nel celebre affresco di Leonardo detto L'Ultima Cena. Chi lo crederebbe? Anche tra i suoi apostoli vi sono di quelli che prendono delle note false! Signore, rassicurati, prometto che non vi saranno dei Giuda alla mia cena, e che i miei canteranno bene e con amore le tue lodi e questa mia piccola composizione che è, ahimè, l'ultimo peccato della mia vecchiaia. Passy 1863».

Questa famosa nota autobiografica è di un valore eccezionale, perché ci svela l'animo del compositore. Rossini da alcuni è ritenuto scettico, cinico, epicureo; da altri nevrastenico, pigro, pavido. Questa nota introduttiva alla Petite Messe Solennelle lo rivela un uomo onesto, nobile d'animo, gioviale, garbato, mite, umile, religioso. Un uomo che conosce e riconosce i suoi limiti e anche i suoi peccati; che parla con Dio e gli apre il suo animo, fiducioso nella divina paterna comprensione e compassione. Colloquia col suo Signore quasi scherzando sul numero degli apostoli-cantori, sulle note stonate, su quel Giuda. Ma assicura che i suoi Cherubini sapranno cantare bene le lodi del Signore.

«Con amore». Questa parola, scritta in italiano in un contesto vergato in francese e per di più messa in evidenza dalla sottolineatura, è una stupenda rivelazione. Ugualmente è rivelatrice la nota manoscritta aggiunta sull'ultima pagina della stessa partitura: «Buon Dio. Ecco terminata questa povera piccola Messa. Ho scritto della musica sacra o della musica profana? Io ero nato per l'Opera Buffa, tu lo sai bene! Un po' di scienza, un po' di cuore ed è tutto. Sii dunque benedetto e concedimi il Paradiso. G. Rossini, 1863».

C'è tutto Rossini. Non disquisizioni filosofiche, non elucubrazioni intellettualistiche, neppure la pretesa di saper usare l'autentico linguaggio della «musica sacra». La sincera consapevolezza dei suoi limiti, l'umile confessione che, per lodare Dio, non può non servirsi della sua debole umanità. Nel caso specifico della Petite Messe Solennelle, è logico supporre che siano state le circostanze a condizionare Rossini nella scelta di quell'organico musicale. Se, nella sua villa di Passy, aveva a disposizione due pianoforti e un armonium, non c'era motivo di ricorrere a una grande orchestra o all'organo; se, per le voci, poteva contare su quella dozzina di apostoli-cantori, non poteva scrivere per grosse corali.

Con questa stupefacente conclusione, Rossini si congeda dall'arte e dalla vita. E che Dio gli abbia concesso il Paradiso.

Nello Stabat Mater, composto a trentanove anni, Rossini aveva fatto sfoggio di toni drammatici e di ritmi concitati, propri del teatro; nella Petite Messe Solennelle, ormai ultrasettantenne e prossimo al punto finale, preferisce toni dimessi, sonorità delicate, combinazioni armoniche lievi. Un uomo che usa le note musicali per lodare Dio con amore.