La musica al servizio di Dio

e del re

Henry Purcell, forse il più grande genio inglese del pentagramma

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Di lui è stato detto: Il più grande genio naturale della musica inglese - L'artista più grande che abbia avuto l'Inghilterra - Impareggiabile autore di canzoni - Il genio della restaurazione - Un inglese pari ai più grandi compositori stranieri - Il compositore inglese più completo del diciassettesimo secolo - Ha dato all'Inghilterra il teatro musicale nazionale ...Chi è costui?

Henry Purcell. È doveroso ricordarlo in occasione del terzo centenario della sua morte.

Aveva appena trentasei anni. Il 21 novembre 1695 sentì che era prossima la sua fine. Redasse un breve testamento per dichiarare che lasciava tutti i suoi averi alla moglie. Poche ore dopo, in quello stesso giorno, vigilia della festa di Santa Cecilia, patrona della musica sacra, serenamente spirò. Il Capitolo di Westminster decise di dargli sepoltura a proprie spese nella chiesa abbaziale, ai piedi dell'organo che egli aveva suonato per quindici anni.

Anche Henry Purcell è un musicista formato in cantoria. Era entrato a far parte della Cappella reale all'età di sei anni. Figlio di un gentiluomo di corte, imparò a suonare vari strumenti: liuto, violino, organo. Quando la sua voce mutò, fu trattenuto con l'incarico di accordatore degli strumenti e copista di musica. A ventidue anni diventò organista della Cappella reale.

La produzione musicale del Purcell è molto ricca, specialmente se si tiene conto della brevità della sua carriera. Le sue sono, nella maggior parte, musiche d'occasione: musiche per il teatro di corte, musiche di scena, musiche da camera.

Molto interessanti le odi in onore del re e per la festa di Santa Cecilia.

Merita particolare attenzione la musica che Purcell ha scritto per la liturgia: una sessantina di inni nei quali il linguaggio si avvicina alla maniera dell'Oratorio italiano e fa presentire Haendel in modo diretto. Ragguardevole pure la musica che Purcell ha scritto su testo latino: Te Deum, Magnificat, Nunc dimittis, Jubilate Deo.

Inspiegabilmente Purcell ha lasciato poche composizioni per organo: appena tre titoli. Questo fatto stupisce, soprattutto se si tiene conto del suo ruolo di organista all'abbazia di Westminster. Ma forse è lecito supporre che anche Purcell, seguendo la prassi dei migliori organisti del tempo, preferisse improvvisare all'organo.

Neppure Purcell si salva dalle critiche. Alcuni trovano che usa lo stesso stile nelle composizioni profane come in quelle sacre. L'osservazione è parzialmente sostenibile: infatti il linguaggio degli inni coi quali loda Dio non è dissimile da quello che usa per proclamare la gloria del re. Ma non è il caso di fargliene una colpa. Anche Purcell scrive col suo stile personale.

Questo musicista, nella sua breve vita, sperimentò tutte le forme musicali inglesi in voga in quel periodo, dimostrando un profondo rispetto per le tradizioni locali e una insolita conoscenza dei più recenti sviluppi della musica francese e italiana.

Inutile chiedersi se Purcell sia un musicista conservatore o progressista. È un conservatore perché sa assimilare quanto di meglio ha conosciuto; è progressista perché riesce a trovare nuove espressioni atte a suscitare interesse. È un musicista che difficilmente si inserisce in uno schema preordinato della storia musicale: col suo genio arricchisce la storia di un contributo unico e singolare.

I critici musicali osservano che Purcell risente dello stile dei veneziani e del Lulli: dai veneziani avrebbe assimilato lo svilippo melodico delle arie e l'uso frequente del basso ostinato; dai francesi avrebbe imparato l'arte di trattare i cori in modo sobrio ma grandioso.

Dobbiamo credere allo stesso Purcell che, nella prefazione a un suo libro di Sonate, dichiara: «L'autore si è sforzato fedelmente di raggiungere una giusta imitazione dei più famosi maestri italiani, principalmente per portare la gravità e la profondità di codesta musica in voga e reputazione presso i nostri connazionali, il cui umorismo è ora che inizi a detestare la leggerezza e il popolaresco dei nostri vicini (i francesi). Egli pensa di poter giustificabilmente affermare di non essere in errore sulla potenza della musica italiana, sull'eleganza delle composizioni italiane, che raccomanda agli artisti inglesi».

Purcell concepisce la musica come decorazione delle celebrazioni liturgiche o delle feste di corte. Non si preoccupa dell'originalità, ma piuttosto segue il suo istinto che lo porta alla spontaneità e alla facilità. Forse il suo programma era di ottenere il massimo rendimento col minimo sforzo.

Erano ormai lontani i tempi da quando il Parlamento inglese approvato un'ordinanza che aboliva «tutti gli strumenti superstiziosi», fra cui anche gli organi.

Allora molti organi erano stati distrutti o venduti ai privati e alcuni organisti, come John Bull e Peter Philips, erano stati costretti a rifugiarsi in volontario esilio. Purcell è stato fortunato: servendo Dio e il re, ha potuto innalzare la musica a insolite altezze.