L'impareggiabile maestro «stonato» Sergej Prokofiev mise in musica come pochi altri la gioia e la pienezza della vita
di Emidio Papinutti
Articolo inizialmente apparso sull'"Osservatore Romano
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Mozart sta monopolizzando musicalmente quest'anno col bicentenario della sua morte, fino al punto da far dire a qualcuno che ci troviamo ad affrontare un anno di vera «mozartmania». Ma quest'anno è punteggiato da molte altre ricorrenze di carattere musicale, ricorrenze che meritano di essere ricordate. Una di queste è la memoria del primo centenario della nascita di Sergej Prokofiev, uno dei più grandi compositori del nostro secolo. E questo centenario pare condannato a passare quasi inosservato. Sergej Prokofiev nacque il 23 aprile 1891 in Ucraina, nel villaggio di Soncovka. Bambino fortunato: suo padre era amministratore di una grande proprietà terriera, sua madre ottima pianista. Bambino prodigio: Sergej a cinque anni era già in grado di comporre alcuni pezzi per pianoforte, che suonava discretamente. Compiuti gli studi musicali nel Conservatorio di Pietroburgo, a vent'anni s'imponeva al pubblico con le sue composizioni, oggetto di contrastanti giudizi. Nel 1911, il suo Concerto per pianoforte numero 2 è stato qualificato «miagolii di gatti in un vicolo»; la Suite Scita, presentata a Pietroburgo il 29 gennaio 1916, ha provocato nel pubblico una gazzarra di riprovazioni. In altre occasioni il pubblico addirittura ha abbandonato in massa la sala dei concerti. Quella musica veniva considerata troppo «moderna». A Mosca, Prokofiev ha trovato maggiori adesioni, specialmente da parte dei gruppi d'avanguardia. La sua musica è stata salutata dal compositore sovietico Nikolaj Miaskovskij come l'apparizione di un nuovo astro: «Fenomeno luminoso e sano, nel guazzabuglio di mollezza, di debolezza, di anemia», in cui era caduto il mondo musicale. E il critico Igor Gliebof scrisse: «Dalla morte di Beethoven nessuno ha cantato con tanta convinzione la gioia e la pienezza della vita». Nel 1918, dopo d'aver salutata «con gioia» la rivoluzione di febbraio, Prokofiev parte per l'America. Quindici anni di volontario esilio, che gli danno la possibilità di confrontarsi con la musica del mondo occidentale e di ottenere indiscussi successi. Nell'aprile del 1933 rientra definitivamente in Russia: «Con indescrivibile gioia torno a casa, nella terra sovietica». Non si può dire ancora una parola definitiva sulla musica di questo grande compositore russo: classico e grottesco, lirico e infantile, smanioso di scandalizzare le mentalità convenzionali, creatore di nuovi procedimenti rivoluzionari. I titoli di alcune sue composizioni risultano indicativi dei suoi intendimenti: Il pagliaccio, Il giocatore, L'amore delle tre melarance, Suggestione diabolica, L'angelo di fuoco, La storia del buffone che mistifica altri sette, Sarcasmi... Il figlio di Sergej Prokofiev dice che suo padre scriveva musica del tutto normale e poi la «prokofievizzava». Può essere vero. Nella sua ansia di liberazione, forse rendeva deliberatamente più aspra e più «stonata» la sua musica, ricercando nuove stridenti dissonanze e ritmi quasi selvaggi. È considerato il «cantore del regime». Rientrato in patria, scrisse molta musica di carattere patriottico e di propaganda: Canto di gloria (1939) per il 60° compleanno di Stalin, Ode per la fine della guerra (1945), Cantata per il XX anniversario della Rivoluzione d'ottobre (1937), Prospera, o paese potente (1947). Ottenne per questo solenni riconoscimenti ufficiali: due volte il premio Stalin (1941 e 1947), la medaglia della bandiera rossa, il titolo di «artista emerito della Repubblica». Ma neppure Prokofiev riuscì a salvarsi dalle critiche del regime. Il Comitato centrale del partito comunista, il 10 febbraio 1948, lo accusò di «deviazionismo borghese» e lo criticò per essere caduto, con altri musicisti, sotto la «dannosa influenza del conformismo». La sua musica «peccava di intellettualismo e di perversioni formalistiche»; era complicata e astratta; «avulsa dalla realtà». Conteneva «gravi errori formalistici e naturalistici». Il grande compositore, di fronte alle accuse e alle condanne, si difese ammettendo le sue colpe e promettendo di emendarsi. La critica e il pubblico accolsero calorosamente le ultime sue composizioni: il balletto «Il fiore di pietra» (1949) e l'oratorio «All'erta per la pace» (1950). Se l'opera più nota del grande compositore russo è la Sinfonia numero 1 in re maggiore detta la «Classica», l'opera più eseguita e meglio capita dal grande pubblico resta la favola «Pierino e il lupo». Accolta sempre con interesse, si ascolta ogni volta con rinnovata gioiosa partecipazione. La favola «Pierino e il lupo», per voce recitante e orchestra, è stata scritta con un impegno didascalico: far conoscere ai bambini le caratteristiche dei principali strumenti dell'orchestra. L'Autore avverte: «Ogni personaggio del racconto è rappresentato da un diverso strumento: l'uccellino dal flauto, l'anitra dall'oboe, il gatto dal clarinetto, il nonno dal fagotto, il lupo da tre corni, Pierino dal quartetto d'archi, e gli spari dei fucili dai timpani e dalla grancassa». Ne risulta un racconto affascinante, una fiaba esilarante, un trattenimento fresco e sorridente, che culmina con la cattura del lupo a opera di Pierino e il festoso corteo, che è una specie di marcia trionfale. Di Sergej Prokofiev, l'altro grande compositore russo Aram I. Kaciaturian scrive: «Fu uno dei più grandi maestri dell'orchestrazione moderna e raggiunse effetti stupefacenti per forza di espressività. Fu un pittore di suoni, che delineò immagini singolari con mezzi orchestrali». Sergej Prokofiev dice di se stesso, in una pagina del suo diario: «Io sono l'espressione della vita, cioè della attività divina». |