Fortuna e sfortuna di un grande musicista

... e il pregiudizio fece dimenticare Mascagni, che all'inizio del secolo era uno dei primi artisti italiani

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

Eppure merita di essere ricordato nel 50° della sua morte! Si era presentato alla ribalta prepotentemente, per oltre cinquant'anni ha dominato le scene da imperatore. Poi il triste declino: la guerra, la liberazione, la morte, il quasi oblio.

Pietro Mascagni, all'inizio del nostro secolo, era il più popolare musicista italiano. Una popolarità ben meritata. La sua prima opera, la «Cavalleria Rusticana», presentata al teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890, fu un vero trionfo: trionfo che si ripeteva ad ogni nuova esecuzione in Italia e all'estero.

Superfluo chiedersi ora il segreto del successo di un'opera che dura appena un'ora e un quarto. La chiarezza dell'espressione, l'irruenza della vena melodica, lo stile di facile comunicazione, la passionalità istintiva, e l'orchestra sempre esuberante e quell'Intermezzo da cantarsi col cuore: è musica, è vita.

L'avvio della carriera del musicista era stato piuttosto difficile. Ottenuto il diploma in composizione al conservatorio di Milano con Amilcare Ponchielli, si era associato a una compagnia d'opera viaggiante, come direttore d'orchestra. Sposatosi, si era stabilito a Cerignola, guadagnandosi da vivere con lezioni di pianoforte e la direzione della banda municipale. Il successo immediato e strepitoso della «Cavalleria», lo rese subito famoso: furono coniate medaglie in suo onore, il re lo insignì del cavalierato della Corona d'Italia, i teatri del mondo si contendevano le sue composizioni.

Osannato dal pubblico e dalla stampa, fu salutato come il rinnovatore del melodramma italiano, il fondatore del teatro verista, il corifeo di nuove significazioni ideali, morali ed estetiche. Il suo nome veniva collocato in testa all'elenco dei compositori della «Giovane scuola italiana»: Puccini, Leoncavallo, Giordano, Cilea e compagni lo seguivano a distanza.

I ricordi fioriscono spontanei, quei ricordi che hanno rallegrata la nostra gioventù: l'incanto del coro «Gli aranci olezzano», il fascino dell'inno pasquale «Inneggiamo, il Signor non è morto» ripetuto anche in chiesa, l'intimità mistica del «Regina coeli». In piazza la banda eseguiva il celebre Intermezzo, all'osteria il tenore cantava «Viva il vino spumeggiante», per strada il baritono ripeteva «Il cavallo scalpita»... Oggi appena qualche stanca ripresa della «Cavalleria», abbinata ai «Pagliacci» di Leoncavallo o a «Gianni Schicchi» di Puccini.

Esiste una fotografia che ritrae insieme i tre musicisti nominati da Mussolini accademici d'Italia: Lorenzo Perosi, Umberto Giordano, Pietro Mascagni. I pensieri e le riflessioni si accavallano nella mente. Può sembrare eccessivo lo sfoggio di medaglie e di decorazioni, di galloni e di guarnizioni...

Per Mascagni, quella nomina è stata fatale. Gli ultimi suoi anni di vita sono stati rattristati dai veleni della politica. Morì a tre mesi dalla fine della guerra: 2 agosto 1945.

Mascagni ha potuto sempre contare sull'amicizia sincera di Monsignor Perosi, che gli rimase fedele sino alla morte e oltre la morte. Appena Perosi venne a sapere della morte del grande amico, volle andare a rendere pietoso omaggio alla sua salma. In quel momento avrà pensato al mutevole volgere della gloria umana: e l'affetto si tradusse in preghiera.

Le incomprensioni e le avversità che lo avevano colpito, portarono Mascagni a trovare speranza e conforto nella recita quotidiana del Santo Rosario in famiglia. Perosi, che conosceva bene quel segreto familiare, si compiaceva di riferirlo.

La devozione di Mascagni verso la Madre di Dio si rivela in molti particolari della sua vita e in non poche scene delle sue opere. Nutriva una devozione sentita per la Madonna di Montenero della sua città natale: per quel santuario ha composto una canzoncina popolare, eseguita per la prima volta il 14 agosto 1932; a quel colle sacro andava pellegrino nel giorno della festa, quando i suoi impegni glielo permettevano.

Frequenti e significativi i richiami mariani nelle sue opere: nell'opera «Silvano», una Madonna è appesa nella modesta stanzetta di Matilde; nella leggenda drammatica «Isabeau», all'inizio del terzo atto, all'ora del vespro «viene un soave gemere di clavicembalo... e a Te con dir soave, con la parola pia mormori lieve un'Ave Maria»; nell'opera «Parisina» quasi il cinquanta per cento del contenuto è ispirato alla Madonna: il secondo atto, che si svolge nella santa Casa di Loreto, è dominato dal canto delle tre donzelle: «Ave Maria, donna graziosa», col seguito di invocazioni e le Litanie Lauretane e Parisina che offre alla Madonna tutte le sue gemme, prostrandosi col volto fino a terra.

Un monaco vallombrosano, padre Alberto Parenti, interrogò confidenzialmente il musicista intorno ai suoi sentimenti religiosi, accennando che correvano voci su un suo supposto scetticismo. Mascagni, estraendo dal taschino una corona del Rosario, rispose: «Il mio scetticismo è questo!».