Musica e liturgia per la festa della Luce

(Il 2 febbbraio a Cividale)

 

di Emidio Papinutti

 

Articolo inizialmente apparso

 sull'"Osservatore Romano 

 

 

 

La festa del 2 febbraio, attraverso i secoli, ha cambiato nome parecchie volte: Ipapante, Occursus, Quaresima del Natale, Purificazione di Maria, Candelora, Presentazione del Signore. Ha cambiato oggetto di culto e, da festa in onore della Madonna, è diventata festa del Signore. Ha cambiato anche colore liturgico: dal nero al viola, dal viola al bianco. Immutata è rimasta sempre la sua nota caratteristica, di essere la festa della Luce.

Per gustare pienamente come questa festa veniva celebrata in uno dei centri liturgici più vivaci e più originali d'Europa, verso la fine del '300, possiamo riprendere alcune rubriche, che ci vengono tramandate dalle ingiallite pergamene del Processionale di Cividale del Friuli.

Queste rubriche ci consentono di seguire passo passo i vari momenti della processione della festa della Purificazione di Maria.

La domenica precedente al 2 febbraio, nella chiesa principale della città, chiamata Santa Maria Maggiore o anche Chiesa Madre, il diacono annunciava, dopo il canto del Vangelo, la prossima celebrazione con queste parole: «Fratelli carissimi, è vicina la grande solennità della Purificazione di Maria. Celebreremo questa festa con le luminarie accese».

Il 2 febbraio, a Cividale, allora era festa di precetto. Si dice che la regione che ha goduto del maggior numero di feste di precetto, sia stata la regione soggetta al dominio temporale dei Patriarchi di Aquileia: circa centocinquanta giornate festive all'anno. Erano feste religiose ed erano giorni di gioia e di riposo dal lavoro.

La mattina del 2 febbraio tutto il clero, i religiosi, le autorità e i fedeli si radunavano nella Chiesa Madre. Il Patriarca Bertrando, nel 1338, aveva stabilito che, il 2 febbraio, nessun sacerdote poteva celebrare nelle altre chiese della città, ma tutti i sacerdoti dovevano recarsi, con i propri fedeli, alla processione. Le vie e le piazze della città erano addobbate riccamente e, al passaggio della processione, tutta la città diventava una chiesa, rallegrata da canti solenni.

Contrariamente all'uso romano, a Cividale tutte le processioni partivano dalla Chiesa Madre e alla Chiesa Madre facevano ritorno. La processione del 2 febbraio si muoveva dalla Chiesa Madre per dirigersi verso la chiesa di San Giovanni del Monastero Maggiore. Durante questo percorso venivano cantate le antifone processionali, di

origine greca, «Adorna thalamum tuum» e «Responsum accepit Simeon», ancora riportate nel Graduale Romano, ma in una versione molto diversa.

Dal Processionale veniamo a conoscere come a Cividale si era risolto il problema della partecipazione del popolo al canto liturgico. Impossibile per il popolo partecipare al canto di queste lunghe antifone processionali. E allora i cantori eseguivano un inciso dell'antifona e il popolo ripeteva, sulla sillaba finale, il vocalizzo. Ne risultava un elegante alternarsi dei cantori con l'assemblea di verso in verso. Il codice manoscritto del Processionale mette bene in risalto questo dialogo scrivendo le due parti con tinta diversa: in nero e in rosso.

Cividale era allora il centro più importante del Friuli: centro civile, sociale, religioso, culturale. La città, chiamata dai romani «Forum Julii», dai longobardi «Civitas Forojuliana», dai franchi «Civitas Austriae», dal 1077 era diventata la capitale dello Stato Patriarcale, della «Patria del Friuli». La presenza della corte patriarcale dava alla città un tono particolare di eleganza e di raffinatezza. Essendo sede di un'Università, attirava numerosi studenti e studiosi. Cividale allora veniva chiamata semplicemente, per antonomasia, la «Civitas».

Giunta la processione alla chiesa del Monastero Maggiore, si fermava per una «Statio» in mezzo alla chiesa. Veniva allora cantato il responsorio «Gaude Maria». Seguiva la benedizione delle candele. Terminata la benedizione e accese tutte le candele, il sacerdote cantava «Lumen ad revelationem» e i cantori intonavano il cantico «Nunc dimittis».

La processione faceva ritorno alla Chiesa Madre al canto dell'antifona «Ave gratta piena». La rubrica ricorda che, se sarà necessario, venga ripetuta la stessa antifona.

Prima di entrare nella Chiesa Madre, un'altra «Statio» davanti alla porta laterale, con un altro canto «dialogato» tra i cantori e il popolo.

Seguiva, in chiesa, la celebrazione della Messa, durante la quale veniva letta la serie dei Patriarchi di Aquileia. Quindi i fedeli tornavano alle loro case, portando con sé le candele benedette, che conservavano come sacramentali per tutto l'anno.