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Alla ricerca del tesoro di S. Ermacora (1816-1817) di Andreina Nicoloso Ciceri | |
Non c'è paese che non abbia le sue leggende circa tesori, nascosti in tempi lontani e favolosi, ma la `storia' che racconterò non si riferisce ad epoche remote o a tesori sotterrati ai tempi delle invasioni barbariche, bensì a fatti relativamente recenti. Nella mia infanzia, nei consessi serali in casa Barnaba, ho sentito più volte parlare del "tesoro di S. Ermacora", rubato a Udine e sepolto dai ladri in fuga lungo il tratto che da Colloredo conduce ad Avilla - si diceva. Di questa `storia', che allora tanto mi suggestionava, mi sono ricordata recentemente per aver ritrovato un racconto di fonte popolare che ne parla, inoltre per aver letto carte attinenti al caso (1). Nel 1810, nel duomo di Udine era stato effettivamente compiuto un grave furto, come ricorda anche Giandomenico Ciconi, in "Udine e sua provincia": "Il santuario della Chiesa udinese fondato da Bertrando, arricchito dai successori e specialmente nel 1753, alla soppressione del patriarcato, con molte delle antichissime reliquie aquileiesi, [...1 nel 1810 da sacrilega mano [fu] in parte derubato..." (2). Nelle ricerche dei colpevoli, che subito si misero in essere, si inserisce l'episodio che ci interessa: certo Canonico Luigi Gianni indirizzò da Mantova (27.6.1816) una lettera alla Curia di Udine per informare che, negli anni precedenti, era stato "impegnato ad investigare", nel penitenziario di quella città, "se mai si rinvenisse il colpevole del sacrilego furto commesso nell'anno 1810 in questa Cattedrale di Udine, dove fu asportato, oltre al Tesoro, anco il Corpo Santo del Protettore di questa Città". Per anni non aveva scoperto niente, infine la preziosa rivelazione: ... col mezzo di un disgraziato ivi detenuto potei venire a capo di sì importante arcano. Certo Durighetto detto Moretto nativo di Traviso condannato a vita si confessò colpevole [...]. Nei ultimi periodi della sua vita [...] ha voluto svelarmi alfine che l'E.V.R. possa recuperare si prezioso monumento di religione e di Pietà. Le trasmetto Eccellenza l'ingenua di lui volontaria esposizione...: Mantova dall'Ergastolo li 26 Giugno 1816. Quest'oggi il Condannato Durighetto Pietro detto Moretto implora d'essere ascoltato dal Signore Luigi Gianni Canonico di questa Cattedrale di S. Pietro, e Cappellano Rettore dello Stabilimento di Penna onde depporre con secretezza cose urgentissime che riguardano la propria coscienza...". Segue il verbale delle domande e risposte: dell'interrogatorio riporto i passi che più interessano. Richiesto dov'era sepolto il tesoro, rispose: "In un Boschetto un miglio discosto da Buja piccolo villaggio quindici miglia circa lontano da Spilimbergo nella Provincia del Friuli [...]. Nell'entrata di detto Bosco dalla parte della strada che conduce a Spilimbergo trovasi un grosso Rovere su di cui fu fatta da me una Croce incisa nella corteccia con una sciabola, ed ad un passo lontano stavi il tutto sotterato". Che cosa precisamente? "Vi si trovano vari Candellieri d'argento, una croce preziosa, molte gioie, ed altri effetti di valore" (3). Potevano, nel frattempo, i complici aver dissotterato il tesoro? ...poteva assicurare che nessuno era a giornata per ritrovarlo". Di certo il Vescovo di Udine non volle trascurare questa pista e, tramite un suo delegato, si rivolse dapprima a don Gio Batta Trojani juniore, che "da Buja li 1° Agosto 1816" rispose di avere immediatamente fatte diligenti ricerche: "...nella strada che conduce dalla Germania a Spilimbergo prima di arrivare al Ponte del Fiume Ledra ho scoperto un albero che da lontano sembravami un Rovere, al avicinarmi però l'ho distinto per un Tiglio. Sopra questo Tiglio hò vista una croce segnata dobliquo a quatro punti con ferro tagliente [...]. Il sunnominato legno è posto a levante della detta Regia Strada; così pure stà alla retta linea del piccolo Borgo detto Tomba di Buja. Il luogo [...] si chiama Meria di Osoppo". Nel frattempo l'interesse per la faccenda andò gonfiandosi sempre più e si allargò anche la cerchia delle persone coinvolte nella ricerca. In una lettera di padre Trojani juniore, indirizzata ad un "Signor Conte Stimatissimo - da Buja li 10 Agoto 1816", il sacerdote risponde a tre domande postegli da questo Conte (?): "Quanto alla prima la strada più adatta a condurre da Udine sul luogo del Tiglio e quella che passa per Felletto, Pagnacco, Colloredo, e per li Borghi di Buja; cioè Villa, S. Floriano, e Tomba. Secondo si noti, che il luogo del Tiglio suriferito si trova a ponente del Borgo di Tomba, ed in distanza di quello circa 20 minuti d'ora. Finalmente gioverà sapere non essere espediente di prendere la strada dello stabile del Conte Epifanio Garzolini per avviarsi al luogo del Tiglio; ma bensì perché più breve assai sarà il partire dalla Piazzetta del suddetto Borgo di Tomba, e camminando pochi passi verso le monti tener la prima strada che conduce verso ponente sino a man manca termina la campagna piantata, ed a mano destra la tenuta pure piantata del Conte Cornellio Elti detta Saletti. Quivi poi entrando nelli prativi nudi ed avanzando fra li venti di mezzodì, e ponente in un pascolivo detto Meria fra un acqua paludiva che lo circonda da più parti si trova il mentovato legno...". Alla fine della lettera padre Trojani mostra però un certo desiderio di uscire dall'imbrogliata questione: dice che abita nella parte opposta del paese, a 3-4 miglia dal luogo citato, inoltre non vorrebbe essere implicato "in qualche civile affare, e forse anche pericoloso...". Infatti entrano ora in scena le autorità di polizia: "Riscontro inoltrato a questa Ill.ma e Rev.ma Curia Arcivescovile. S.V. al Vicario di Buja sotto il giorno 26 Agosto 1816 da Udine: Dietro Commissione di questa Ill.ma e Rev.ma Curia [...1 il giorno 22 corrente mese d'Agosto in unione del Sig. Giudice Giacinto Borgo come destinato del Sig. Presidente di questa Corte di Giustizia, mi sono portato in Buja nel Borgo detto Tomba...". Com'era d'uso fin dai tempi veneti, le Autorità si avvalevano delle indicazioni di anziani del luogo: "Colla scorta di persona di detto Borgo di Tomba appieno conoscitrice le località vicine...'. Il sopralluogo non diede esito alcuno. Ma ecco che, in lettera del 17.9.1816, il Vicario padre Evangelista Molari annunciò ad un "Reverendissimo Monsignore" incaricato per la Curia: "Spero d'aver ritrovato il Tesoro! ". In questa lettera, connotata di toni euforici, non si trova però niente che convalidi un annuncio così trionfalistico. Dice di aver individuato un grande castagno che, di notte o visto da persona poco competente, può sembrare una quercia. Tuttavia, non volendo "peccare d'imprudenza", resta in attesa di precisi ordini. Allega un Promemoria con indicazioni sul modo per individuare il luogo: "sembra più ragionevole il mettersi a quella parte che da Borgo di Sotto Colle mena a Osoppo". Seguono altre lettere di don Molari, sempre allo stesso destinatario: il 22 settembre riferisce di aver fatto qualche passeggiata, unitamente al "degnissimo Sacerdote Don Gio Batta Trojani per l'affare..."; sollecita un intervento diretto di Monsignore o dei suoi incaricati. Ma poi viene l'inverno e subentra una fase di stanca: `in alto' doveva essersi esaurita ogni speranza, ma `in loco' l'illusione fermentava ancora. Con l'arrivo della primavera, il 17 maggio 1817, don Molari torna alla carica: ha ricevuto il peraltro sollecitato "ordine" di riprendere le ricerche e fa progetti sul modo di organizzarsi: "Ho stimato bene di non servirmi a quest'oggetto dei Deputati della Comune, poiché ho potuto rilevare, senza scoprir loro il mistero, ch'essi come persone pubbliche avrebbero dovuto denunziare l'affare al Tribunale loro competente, e come privati avrebbero temuto di esporsi a qualche pena. E stato dunque necessario ch'io scopra parte del Segreto a due persone particolari (4) da me riputate le più probe e capaci di segretezza, colle quali munite di vanghe venerdì prossimo passato di notte tempo sono stato al sito [...1 ma siccome la notte era troppo oscura ne io volli portar meco lucerna per non essere osservato e dall'altra parte temeva sempre d'incontrarmi negli assassini [...1 così sono ritornato a casa...". Progettava di ripetere l'operazione in altro giorno, sull'ora del mezzodì, quando la gente va a desinare, e di farsi aiutare dal proprietario del terreno... Ma, a questo punto, gli giunge dalla Curia l'ordine di sospendere l'operazione. Don Molari, molto deluso, non vuol demordere e il 28 maggio scrive: "...a me pare che non si abbia a perdere interamente la speranza"! Si dichiara sempre disponibile, "se l'Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore Vicario a cui umilmente bacio le mani si compiace di continuare". In chiusura di questa lettera, che è l'ultima di cui disponiamo, don Molari approfitta per porre un quesito più direttamente connesso con i suoi doveri ecclesiali: "È insorta una questione tra questo Reverendissimo Clero se sia lecito o no cibarsi di latticini nelle presenti quattro tempora come pure in quelle che acaderanno nel corrente anno". Questo ci ricorda che si era nel bel mezzo di anni molto critici, anzi il 1817 fu l'anno che la Percoto definì "della fame". In questo contesto ed essendo ormai trapelata la notizia del "tesoro nascosto", si accese la fantasia dei Bujesi, i quali, chi qua chi là, sui colli e nei boschi, si misero a fare i `cercatori d'oro'. Questa infatuazione dell'immaginario collettivo durò a lungo e certamente vi va inquadrata anche la `leggenda' del mago Bide, che alla ricerca del tesoro si adoperò più tardi coi metodi più propriamente suoi: da mago! (5) Ma all'inizio ho accennato anche ad un racconto, che qui riporto: "Agnul Mason al à fat tant lavorâ e sgiavâ cjere sul cuelàt, crodint di cjátâ el tesàur di Sant Ramacul e a' vevin cjatât nome creps, tocs di sables des vueres antighes, e un scheletro. Che ancie gno pari di scuindòn al veve puartât a cjase un crep di scugjele cu le màntie..." (6) Questo sta a riprova che la suggestione `attiva' perdurò circa fino alla fine del secolo scorso, ma ben oltre durò la suggestione `passiva', vale a dire quella della semplice memoria dei fatti, che si protrasse fino al periodo tra le due grandi guerre.
NOTE (1) Si tratta di un apografo composto di 11 grandi fogli (tutti scritti dalla stessa mano) gentilmente fornitemi dalla signora Franca Barnaba Del Zotto, che ora ha depositato l'archivio di famiglia presso l'Archivio di Stato di Udine, dove peraltro già esisteva un Archivio Barnaba di Buja, catalogato. Ringrazio la Signora che, in più occasioni, mi ha fornito documenti utilissimi. (2) Udine e sua Provincia - Illustrazione di GIANDOMENICO CICONI, Udine 1862 (II Ed.), p. 460. (3) La genericità di questa risposta indurrebbe a dubitare, se non fosse però che il reo confesso ha invece circostanziato in modo credibile il luogo dove fu celato il materiale del furto. Per questo breve contributo non ho fatto ricerche presso l'Archivio Capitolare del Duomo o presso altri Archivi (magari anche quelli di polizia), interessandomi solo agli aspetti del caso riguardanti specificatamente il mio paese. Per gentile indicazione del Prof. G. Bergamini, che sentitamente ringrazio, riporto solo due utili testimonianze, le quali servono anche a far comprendere perché il Canonico Gianni parlasse di "Corpo Santo": Udine a cavaliere dei secoli XVIII e XIX - Ricerche per ANTONIO BALLINI, in "Pagine Friulane" - A. IV, n. 9, 8.11.1891: "Nel 1810 fu rubato di notte il prezioso tesoro del Duomo e tra le reliquie anche il busto di S. Ermacora d'argento donato nel 1740 dal patriarca Delfino..."; MONS. GIUSEPPE VALE, Il tesoro della Chiesa di Aquileia, Bologna 1933, p. 362: "Un chierico, mentre rispondeva Messa all'altare delle reliquie, la mattina del 14 novembre 1810, s'accorse che la porta della nicchia di mezzo era aperta e portava segni di manomissione. Avvertiti i canonici, si fece il sopraluogo, e con dolore si constatò che, oltre quelle già esistenti nel santuario di Udine, dei reliquarii provenienti da Aquileia mancavano: 1. il braccio di S. Ermacora ligato in reliquiario d'argento dorato, fabbricato in forma di braccio di grandezza naturale, con suo piedestallo simile e con un anello in dito di una pietra rossa ligata in oro; 2. il braccio di S. Fortunato, in reliquiario simile al precedente, con anello d'oro in dito; 3 e 4. due arche esagone d'argento dorato contenenti due teste di santi; 5. un dito di S. Benedetto abate in reliquario d'argento dorato. Tutte le pratiche fatte per iscoprire i ladri a nulla approdarono; e tutto quanto di più prezioso del tesoro aquileiese era a Udine non si potè vedere più". (4) Il termine `particolari' non va inteso nell'accezione attuale, ma nel senso di individui privati, senza cariche o compiti ufficiali. (5) Su questa stessa rivista, lungo gli anni, sono apparsi importanti contributi (anche della scrivente) sul mago Bide, ovvero Vincenzo . Giordani (1820-1892): per il caso specifico si veda l'anno 1982, dove compare una delle Lejendis raccolte da Pieri Menis: Il tesaur platât e il mago Bide. Questo aneddoto mi fu raccontato da Nine Fresàc, cioè Veneranda Forte in Codutti (1894-1976) e fa parte dei nuovi testi inseriti nella ristampa del primo volume, da me curato per la Società Filologica Friulana, della serie dei "Racconti popolari friulani" (1 Ed. 1968), serie che è giunta ora a 17 volumi.
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