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L'amuleto

di Andreina Nicoloso Ciceri

 

A trent'anni di distanza il filtro della memoria ha già dato la patina irreale della fiaba anche ai ricordi più vivi...

Ricordo che, durante gli intervalli, mi affacciavo a guardare nel cortile, stretto sul retro della scuola. Visto così, dall'alto per un gioco di prospettive anche psicologiche, il cortile mi pareva una fossa in cui si arrabattava a sopravvivere quella gente senza destino. Le donne, infagottate in giacche militari, con fazzoletti dalla piega monacale, erano perennemente occupate a combattere col fuoco, che alzava volute di fumo fino al mio davanzale.

A quell'ora gli uomini erano già partiti coi carri stranieri verso le loro questue miserevoli e prepotenti; lì non rimaneva che quello strano, zingaresco gineceo che, anche nell'assoluta precarietà di quelle giornate, si ancorava, con la forza di conservazione propria delle donne, alle abitudini antiche.

Quel loro patetico affaccendarsi e i richiami gridati di tanto in tanto all'orda disordinata dei figli davano un ritmo credibile ed umano alle disumane giornate di quell'inverno del '44. In una rudimentale struttura di sassi e mattoni, unica allegria, il fuoco era tenuto sempre acceso come nei bivacchi dei nomadi, quasi solo punto di riferimento ormai, sulla terra, per quella piccola tribù di cosacchi. Da un pentolone salivano vapori pigri e volubili.

Le donne impastavano acqua e farina; impastavano, impastavano, premevano, allungavano col pugno chiuso, spruzzavano d'acqua salata, pazienti, pertinaci, con gesti atavici: qui come nelle isbe lontane, abbandonate un giorno. Da quell'impasto traevano delle stacciatene e al centro disponevano tre o quattro grani dell'uva delle nostre vigne bujesi; le piegavano, chiudendole come due valve, e saldavano i bordi con la pressione dell'indice e del pollice, come le donne di Carnia quando fanno i cjalzòns, o come quelle del Natisone quando fanno i fànzelne. Poi giù, pochi per volta, nel pentolone bollente...

Per la mia fantasia, quel cortile aveva assunto il suggestivo richiamo di un'isola misteriosa, fuori di ogni normale dimensione e persino fuori della storia.

I bambini soltanto, cuccioli d'uomo, si assomigliano in qualunque parte della terra. Ed uno di questi imparai a distinguere fra gli altri: era l'unico vestito con una certa proprietà, da russo in miniatura, con un ciuffo spavaldo fuori dalla visiera del berretto; era anche l'unico a possedere una biciclettina su cui caracollava e compiva spericolate acrobazie, come i suoi antenati sui cavalli della steppa. Forse era il figlio di un "capo", ma il suo prestigio presso i compagni gli veniva certamente dal suo piglio bravo, dalla sua spontanea capacità di comando, dalla capricciosa inventiva nei giochi. Il suo nome era quello che risuonava più frequentemente nel "campo" ed era anche quasi l'unico suono che decifrassi chiaramente. Le donne non picchiavano mai quel bambino.

Un mattino arrivando a scuola, lo trovai fuori della sua "isola" e tentai di chiamarlo: Tòhalle, Tòhalle...

Intanto gli allungavo la mano con qualche soldo che egli prese, scappando subito come un gatto selvatico. Ogni giorno,

dopo di allora, deponevo per lui qualche piccolo dono, sul muricciolo di cinta e Tòhalle aveva l'arte pronta di ritirarlo quasi senza che lo potessi vedere.

Quel ponte di silenziosa intesa fu spezzato all'improvviso: un mattino, ritornando alla scuola, vidi il cortile completamente vuoto. Restavano solo qua e là mucchi di carte e di stracci e i segni del fuoco sui mattoni e quelli dei carri sul terreno. Come gli animali che fiutano con molto anticipo l'avvicinarsi della burrasca, avevano ripreso la fuga verso un'inutile speranza di salvezza.

Mossi qualche passo deluso in quel cortile ormai destituito di qualunque interesse per me e squallido come una leggenda smantellata. Fu proprio per caso che vidi, tra gli stracci, occhieggiare un nastro rosso e riconobbi quello che Tòhalle aveva sempre appeso al collo; incredula lo raccolsi: portava ancora legata la sua croce di bronzo, incisa di fregi e di lettere incomprensibili.

Soltanto a distanza di molti anni, in uno studio sui talismani, trovai riprodotta una croce molto simile e identici segni: erano le iniziali di formule magiche e propiziatorie, cui il popolo ricorre nella sua ricerca di salvezza.

Ebbene Tòhalle aveva perduto il suo amuleto!