Medico a Buja di Giacomo Pasian | |
Di sigûr tes famèes di Buje 'e son inmò riserves di fotografies, ch'e vignaran in lûs un pôc a la volte. Cumò, intani, j ài cjatât une miniere là di Neva Eustacchio (n. 1922) che sta a Dartigne, ma 'e jere di Solaris. J presenti chì dome pôs esemplarsi chei che miôr 'e mostrin le vite di une volte. Al è significatîf che, tal album di Neva, unevorone di tocs 'e stan a testemoneâ, al solit la diaspora de emigrassiòn. E alore, daûr dai cartoncìns, si lei: Laureato all’Università di Bologna nel marzo 1953, sono entrato subito all’Ospedale di Latisana ove ho percorso tutta la carriera vigente a quei tempi. Essendo un ospedale di 3a categoria, gli assistenti dopo regolare concorso duravano in carica due anni, rinnovabili se di gradimento della Direzione ospedaliera e al primario del reparto, dopo di che si doveva uscire definitivamente. Ho fatto tutta la trafila: volontario, incaricato, interino, di ruolo, dopo concorso e riconfermato alla scadenza del primo biennio; alla fine del secondo biennio ho lasciato . Sin dal 1957 quando la notizia era certa che allo scadere del secondo biennio dovevo lasciare l’ospedale, mi sono guardato in giro per cercare un nuovo posto. In quel periodo si rende vacante la condotta medica di San Giorgio al Tagliamento; faccio domanda e il Comune mi nomina medico interino. Vi resto fino all’ottobre 1960. Il problema della ricerca di un nuovo posto diventa spasmodica, mi crea uno stato d’animo tremendo, mi muovo in tutte le direzioni e finalmente la fortuna mi arride. A Bevazzana di S. Michele al Tagliamento ci sono varie tenute agricole: una di queste era di proprietà dell’ingegnere Zatti di Latisana: confinava con un’altra di proprietà del dott. Ottavio Vidoni medico condotto di Buja in Friuli. I due signori oltre che essere confinanti erano anche amici. Il dott. Vidoni, arrivato a una certa età, decide di andare in pensione anticipatamente, ma è preoccupato perché non sa a chi lasciare la condotta alla quale era particolarmente affezionato e alla quale aveva dedicato l’intera vita. Ci teneva fortemente che passasse in buone mani. E di questo argomento, di questo suo travaglio, di questa sua preoccupazione ne parla con l’amico ingegnere. Questo signore mi conosceva bene perché frequentava l’ospedale, perciò fa il mio nome. Il Comune di Buja su proposta del dott. Vidoni mi nomina interino e nel novembre 1960 prendo possesso della nuova condotta, ma subito cominciano i guai. Il medico provinciale di Udine si oppone alla mia nomina asserendo che tale nomina era di diritto del medico provinciale stesso e non del Comune. Botta e risposta tra il Comune e il medico provinciale, riunioni a non finire. In una di queste, mi avevano prospettato un’altra condotta. Manifestazioni in paese all’arrivo di un medico mandato d’imperio dal medico provinciale. Un gran baillame, e in tutto questo tempo non potevo esercitare, prendevo solo lo stipendio di medico condotto e ufficiale sanitario. Il Comune di Buja non molla, forte del diritto di decidere in piena autonomia e finalmente, dopo sei mesi, tutto si sblocca e posso prendere possesso a pieno titolo della mia condotta, dove rimango fino al maggio 1964. i miei quattro anni a buja Ricordo il periodo di tempo (novembre 1960 – maggio 1964) trascorso a Buja come uno dei più belli di tutta la mia vita di medico. Il paese, 7000 abitanti, è adagiato in un falso piano delle prealpi carniche, paesaggio vario e interessante molto bello, con tutte le case sparse in numerosi piccoli borghi. Soprattutto mi ha colpito e favorevolmente impressionato la gente. Come tutte le genti friulane, seria e rude e in un certo senso diffidente. Prima di dare confidenza ad un estraneo lo deve soppesare e giudicare. Se poi alla fine il giudizio è positivo, se hai conquistato la loro fiducia, allora diventa espansiva e ti dà tutto con uno slancio, una generosità, una cortesia sconosciuta nel Veneto dove sono nato. Il medico, poi, per loro è un personaggio di massimo rispetto e considerazione. Quello che dicevi era vangelo; non discutevano mai un’affermazione; tutto quello che dicevi era oro colato; il che se da un lato ti gratificava, dall’altro ti imponeva di essere sempre attento e vigile e di fare il meglio, il massimo. Conoscevo bene, perché proveniva da Latisana, l’assistente sanitaria e spesso questa signora, assieme al marito ci veniva a trovare alla sera nella casa dove abitavamo. Una bella villa sopra una specie di promontorio da dove si godeva una vista meravigliosa. Una sera le chiedo: «Senti Mariucci (si chiamava così) mi capita spesso, al momento di stilare una ricetta di chiedere al paziente, quale via di somministrazione preferisce, ma invariabilmente mi rispondono: è lei il medico!» «Per l’amor di Dio non farlo più, replica l’assistente, per la gente di qui, il medico non si discute mai». «Ma scusa – replico a mia volta – penso sia giusto chiedere, infatti se io decido di prescrivere per esempio delle supposte a una persona e questa ha delle emorroidi, certamente tale via di somministrazione non gli darà piacere. Il mio intento è consigliare la via più semplice e la meno fastidiosa.» «Non farlo più – ripete – perché, come ho già detto, la prescrizione del medico non si discute.» Da quella volta, quando mi accingevo a compilare una ricetta, facevo un giro largo di parole per rendermi conto di prescrivere medicine atte che fossero ben accette senza procurare ulteriori disturbi. Avevano un’altra abitudine ferrea, molto gradita dal medico, non chiamavano mai di notte. Il loro motto, la loro consuetudine era questa: il medico lavora tutto il giorno e alla notte ha il diritto sacrosanto di riposare, quindi non deve essere disturbato. In quattro anni sono stato svegliato solo due volte dai carabinieri per gravi incidenti. 1960. il primo capodanno a buja La vigilia ci siamo coricati come al solito verso le 23 e naturalmente ci siamo addormentati subito. Dopo qualche ora, nel dormiveglia, mi sembrava di sentire dei suoni provenienti da vicino, e poiché questi suoni continuavano a lungo, apro gli occhi e, sveglio, tendo le orecchie. Effettivamente si sentiva chiaramente della musica. Resto in silenzio per qualche istante e ascolto questi suoni che pareva venissero da molto, molto vicino. Incuriosito, mi alzo e in vestaglia apro la finestra per rendermi conto di questi suoni, e cosa ti vedo? La banda cittadina che suonava sotto il balcone! Sono rimasto a bocca aperta nel rendermi conto di quanto accadeva; nel frattempo mi raggiunge la moglie e beati e contenti ascoltiamo la musica; alla fine siamo scesi per ringraziare e contraccambiare gli auguri. Era un’usanza che si tramandava dalla notte dei tempi. In tale circostanza, la banda cittadina percorreva le vie del paese e durante il percorso si fermava di tanto in tanto davanti alla casa del sindaco, dei carabinieri, del dottore, del veterinario e dei personaggi più in vista. Per noi, che una cosa del genere non la sognavamo nemmeno, è stata una sorpresa molto gradita. incidente d’auto Il mese di agosto in genere la famiglia si recava in vacanza a Lignano dove avevamo un grazioso appartamento. La mia attività di medico mi impegnava tutta la settimana. La domenica lavoravo fino alle ore 14. Poiché il mio modo di pensare e di agire è sempre stato quello di stare il più possibile a contatto con la gente, mi regolavo nella maniera seguente. Rimasto solo a casa, andavo a prendere il caffè delle 10 in un bar, la colazione delle 13 in una trattoria, il caffè dopo pranzo in un altro bar e la cena in un altro posto, per cercare sempre di distribuire le mie necessità allargando l’orizzonte il più estesamente possibile. In una parola, insomma, cercavo di stare con tutti. Un giorno d’agosto, finita la colazione, mi reco al bar vicino a prendere il caffè. Incontro una signora che era appena ritornata dall’ospedale di Udine dove in precedenza avevo ricoverato il marito: la saluto e chiedo notizie. Faceva un gran caldo, la signora piuttosto robusta era trafelata e sudava abbondantemente e poiché abitava a Sopramonte, in collina, e per arrivarci c’era una strada e un sentiero abbastanza ripido, visto che la signora era a piedi, le propongo di accompagnarla in macchina. La signora ringrazia e accetta di buon grado. Partiamo e in poco tempo arriviamo a destinazione. Ci salutiamo e riprendo la via del ritorno. La strada bianca era stretta, la discesa abbastanza ripida: ad un certo punto, forse perché correvo troppo o perché le ruote erano pericolosamente sul ciglio della strada, fatto sta che non riesco a controllare la vettura e questa precipita lungo la scarpata. Il pendìo era piuttosto ripido e la macchina rotola giù capovolgendosi più volte e và a sbattere su alcuni filari di viti che provvidenzialmente la frenano non prima di averne divelte alcune di esse. Il tutto si è svolto nell’arco di pochi secondi. In frangenti del genere cosa si può fare? Mi ero solo irrigidito sul volante. Il motore si era spento, il parabrezza era volato via, le portiere apertesi durante il rotolamento erano ammaccate e contorte; non trovavo l’orologio, l’avevo perduto assieme alle scarpe. Intorno la calma asfissiante di un pomeriggio di agosto, e un silenzio assoluto, non si vede anima viva. Ripresomi dallo spavento, a mente lucida comincio a tastare la testa, le braccia, le gambe, il collo, non sento dolori eccessivi e tutti gli arti si muovono liberamente. Con un sospiro di sollievo constato di non avere lesioni importanti: esco a fatica dall’abitacolo. Mi guardo in giro e risalgo la china alla ricerca dell’orologio, delle scarpe e del parabrezza perduti nella caduta. Li recupero, avvicinatomi alla macchina mestamente constato che è ridotta a un colabrodo: ammaccature dappertutto, le portiere contorte non si potevano chiudere. A questo punto con fatica entro nell’abitacolo e provo a metterla in moto. Miracolo! Al primo giro di chiave il motore si accende. Come già detto le portiere erano accartocciate e non si potevano chiudere. Allora mi tolgo la cintura dei pantaloni e con quella fisso alla bene e meglio la portiera di destra al montante e con la mano sinistra mi tengo il più stretto possibile la portiera sinistra. Cerco di muovermi lentamente, perché il terreno era in forte pendenza e con un giro largo e tortuoso riesco a risalire la china e ritornare in strada; e così piano piano, perché per cambiare marcia dovevo lasciare il volante, arrivo sano e salvo in paese. Porto la macchina dal carrozziere e ringrazio il cielo per lo scampato pericolo. La sera stessa, come di consueto, vado a Lignano a trovare la famiglia e naturalmente non faccio cenno alcuno dell’incidente. A ferie finite, rientrata a casa, Maria mi fa: «mi serviva la macchina piccola (era una 500) per andare a fare la spesa ma non l’ho trovata al solito posto, dove l’hai lasciata?» A quel punto ho dovuto raccontare la storia. il tetano Un giorno faccio visita a una signora, vedova con tre figli piccoli. Erano talmente piccoli che sarebbero stati comodamente in un cesto. Abitava una fatiscente casupola su un fianco di una delle colline che attorniano Santo Stefano e versava in una indigenza tremenda. Entro e subito mi accorgo che la situazione è grave. La donna tremava violentemente, tanto da scuotere anche il letto, aveva le bave alla bocca e le labbra chiuse ermeticamente da un forte trisma. Era un caso lampante di tetano. A fianco del letto c’era anche il vecchio medico condotto dott. Vidoni che, quantunque in pensione, si dedicava ad assistere gratuitamente persone particolarmente bisognose. Ci guardiamo negli occhi e il vecchio medico, che conosceva la donna perché l’aveva fatta nascere, mormora con un fil di voce: «Non c’è niente da fare, solo morire». La paziente, vigile, come sempre in questi casi, capisce quello che il medico aveva detto e sibilando tra i denti stretti: «Non posso morire, perché ho tre piccole creature e niente e nessuno può occuparsi di loro. No, non posso, non posso morire». Si tentano tutte le cure del caso e la paziente dotata di una fibra particolarmente robusta, riesce a superare la tremenda malattia e guarisce. Il vecchio medico che continuava a visitarla: «Sei guarita per la tua ferrea volontà», e lei: «Non è che io non volessi morire, non potevo, perché avevo tre piccole creature che sarebbero rimaste sole!» il tesoro Un giorno vengo chiamato per una visita a domicilio; il paziente era un uomo sui settant’anni di aspetto imponente con un grande paio di baffi che incuteva rispetto e un po’ di soggezione: era una figura che pareva uscita da un album di fine ’800. Si trovava a letto, al primo piano di una casa che aveva la scala esterna. Mi accompagna la moglie, una personcina minuta, magra oltre ogni dire, che però aveva un’enorme pancione. Ci prepariamo a salire le scale. «Signora, prego, vada avanti lei. Mi faccia strada». «No - si schermisce la signora - prima lei dottore». «Signora, per cortesia vada avanti lei». «E no! – sbotta – perché se vado avanti io lei mi guarda le gambe!». E pensare che aveva un vestito nero e mo’ di grembiule che arrivava fino alle caviglie! Alla fine della visita, mentre mi accompagna al cancello: «Dottore, come si sarà certamente accorto, ho una cirrosi epatica di grado elevato che mi procura una notevole ascite (versamento) e di conseguenza ogni due mesi devo essere sottoposta alla paracentesi. Finora ho evitato il ricovero ospedaliero perché l’intervento me lo faceva in casa il suo predecessore». «Non ci sono problemi signora, continueremo a farlo». «La ringrazio vivamente, mi solleva da un grosso pensiero, avevo paura che lei mi mandasse all’ospedale». Cosicché ogni due mesi mi recavo in casa di questa signora e procedevo alla paracentesi (svuotamento di circa 8-10 litri di un liquido acquoso di colore giallo citrino). L’intervento era semplice: bastava affondare un grosso ago nella pancia, stando ben attenti di non perforare l’intestino, collegarlo a un tubo di calibro adeguato e questi a un secchio e... aspettare. Naturalmente controllando sempre molto attentamente. L’operazione in sè durava circa venti minuti e non procurava alcun dolore alla paziente. Mentre il liquido fuoriusciva si chiacchierava del più e del meno. Ogni tanto lo sguardo usciva dalla finestra e ammirava il panorama, bello e interessante. Eravamo in collina e tutt’intorno svettavano pini, abeti, betulle. Confinava con la casa un’altra abitazione di aspetto molto modesto in verità, che aveva un grande cortile. Quello che aveva attirato la mia attenzione fino dalla prima volta era il grande via vai di automobili. Non mi sembrava essere una dimora importante e che gli inquilini fossero dei personaggi noti. Perciò un giorno chiedo: «Signora vedo un grande movimento di macchine nel cortile della casa qui vicina e non riesco a spiegarmi il perché di tanto andirivieni». «Caro dottore, in quella casa ci abita una procace giovincella, grande dispensatrice di minuti piaceri». A giudizio della mia interlocutrice quella signorina l’aveva d’oro. E così fu spiegato l’arcano. l’orecchio perforato Una mattina capita in ambulatorio un giovane sui trent’anni che lamenta dolori ad un orecchio. Lo esamino con calma e constato che effettivamente la membrana timpanica e edematosa è molto arrossata; ha un’otite acuta allo stato iniziale. «Non si spaventi, dopo qualche giorno di cure starà meglio» lo tranquillizzo. Quando un medico esamina un organo pari (orecchi, occhi, braccia, gambe, piedi, ecc.) controlla anche l’organo controlaterale, per vedere se ci sono delle differenze e per rendersi conto di quello che non và. Esaminando l’orecchio sano, quello che non faceva male, ho un sobbalzo: l’orecchio è senza la membrana del timpano! Al suo posto un buco enorme. Chiedo spiegazioni. «Dottore, una notte mi lamento fortemente di male d’orecchi tanto da svegliare mia madre che dormiva nella camera accanto. Accorre spaventata e, saputo la causa dei lamenti, mi fa: - Vai giù in cucina, scalda un po’ d’aglio e mettilo dentro l’orecchio e vedrai che ti sentirai sollevato; domani mattina poi, andrai dal dottore - Faccio quanto suggeritomi e appena introdotte le gocce nell’orecchio emetto un grandissimo urlo e stramazzo a terra. Rinvengo dopo qualche minuto sempre con forti dolori e mi guardo in giro, avevo devastato l’intera cucina». Spiegazione. Faceva il muratore e quindi le dita delle mani erano ricoperte da grossi calli, di conseguenza non poteva sentire il caldo. L’olio messo sulla fiamma si era rapidamente surriscaldato ma le dita callose non avevano percepito il calore. la caduta in moto Mi portano d’urgenza in ambulatorio un ragazzo col volto tumefatto e pieno di escoriazioni. «Cosa ti è capitato?» chiedo. «Dottore, percorrevo la via principale in sella alla mia moto quando, all’improvviso, la strada mi è venuta addosso!». la visita specialistica Nell’esercizio della professione medica capitano spesso delle difficoltà, insorgono delle perplessità a gestire situazioni delicate. Allora in questi casi, quando un medico in coscienza si rende conto che da solo non riesce a gestire il caso, si avvale della consulenza preziosa di specialisti e degli ospedali. Curavo una signora da qualche tempo, ma quantunque mi sforzassi, i risultati erano deludenti. Perciò consiglio la paziente di usufruire di una visita specialistica. Accetta di buon grado. Fisso un appuntamento con un luminare dell’ospedale di Udine e munita di un’ampia relazione la signora và. A questo punto cedo la parola alla paziente che fa la sua brava relazione: «Arrivo qualche minuto prima dell’ora fissata e vengo introdotta nello studio di questo luminare. Il professore, seduto alla scrivania, stava scrivendo qualcosa. Solleva la testa e: - Buon giorno signora, la prego si svesta. – Resto leggermente imbarazzata per quella richiesta fatta così senza preambolo e un po’ contrariata, tolgo il vestito e resto in sottoveste. Il professore solleva ancora la testa dalla scrivania e guardandomi: - signora, la prego, si spogli. - L’imbarazzo aumenta, ma pensando che quello fosse il suo modo di operare, tolgo anche la sottoveste e resto, con molto disagio, in mutande e reggiseno. Il professore continua la sua scrittura, ad un certo punto solleva nuovamente la testa e... – Signora, le ripeto, si spogli. – A questo punto oltre che essere molto a disagio ero anche tremendamente seccata. Mi rivesto rapidamente, saluto e in fretta esco dallo studio. Ora dottore sono nuovamente da lei, non mi parli più di visite specialistiche, mi rimetto alle sue mani e cerchi di guarirmi». La signora in seguito è guarita dei malanni, con soddisfazione di entrambi. Ma il fatto descrittomi mi ha lasciato molto perplesso e sconcertato. considerazioni finali Ho esercitato la mia professione di medico in varie località: Ospedale di Latisana, Ronchis, durante le ferie ospedaliere, San Giorgio al Tagliamento, Buja e infine Bibione dove vivo, ma Buja mi è rimasta particolarmente nel cuore. Ogni volta che ho lasciato un posto sono venuto via con gli occhi lucidi per commozione e rimpianto perché mi affezionavo al luogo e alle persone; ma da Buja sono partito con qualche lacrimuccia.
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