1943 |
Vecchie costumanze di Buia di Pietro Menis |
MASCHERATE - LE S'CIERNETE - LE BATARELE - NEI BATTESIMI - LES VILIES - EL PAN O EL SOLD DI SAN JUST - IN FILE - NEI MATRIMONI -
MASCHERATE. Oggi è rara cosa vedere gli ultimi giorni di Carnovale qualche gruppo di maschere: appena dei fanciulli si vedono tra le case delle borgate girare un po' imbrattati, e quello è il segno che un'altro... carnevale se ne va... Fino allo scoppio della guerra del 1915 a Buia delle borgate intere di uomini si mobilitavano per la mascherata — e qualcuna è rimasta famosa — che si svolgeva 11 « giovedì grasso.», il « lunis di scevrùt » o l'ultimo giorno di Carnovale. Si preparavano dei carri addobbati con delle fronde verdi e bandiere dove venivano intronati i suonatori di «armonica e liròn» e magari qualche clarino. Gli uomini si truccavano con degli indumenti i più disparati, sgargianti di gale e di trucioli, qualcuno si copriva la faccia con delle velette o si anneriva guancie e fronte con dei segni; rare volte assumevamo mentite spoglie di personaggi, più o meno storici, più o meno buffi, ed anche tentavano di simboleggiare qualcosa o qualche avvenimento. E poi via tra la più matta allegria per paesi e borgate danzando e lanciando frizzi, spaventando i bambini più piccoli, pizzicando le fanciulle, cantando e... raccogliendo quello ch'era di uso... E precisamente lardo, uova, qualche « palanca » oppure dei « murei di lujànie » che a quel tempo era appesa in ogni casa infilata su lunghe stanghe ad affumicare col fumo dei focolari perché si sarebbe meglio conservata. Con il frutto di questa questua nelle serate seguenti si imbandivano delle laute cene per tutta la brigata scapigliata : dopo cena le armoniche suonavano in sordina perché era la Quaresima... Una volta però si aveva trasgredito al precetto quaresimale e si era fatta baldoria... La domenica seguente, alla messa cantata la chiesa era stipata, perché in tutto il Comune vi era un'unica Parrocchia, quindi nelle varie chiese della terra dove celebrava il Pievano convenivamo turbe di fedeli e le chiese ancora non avevano la capacità delle attuali. La domenica seguente dunque incomincia la funzione: sì canta il Kyrie; gli Oremus, il Vangelo... A questo punto il Pievano, che era quella grande anima di Pietro Venier, sale il pulpito e di lassù da uno sguardo alle sue pecorelle, poi si siede, si pulisce il naso con calma, fiuta un'abbondante presa di tabacco e ripone tabacchiera e fazzoletto sul libro che recava sempre con sé; quindi si alza e passando ancora una volta il suo sguardo di fuoco sui fedeli scandisce queste parole senza aggiungere verbo: — Mi vergogni di jessi el vuestri Plevan... Raccoglie messale e tabacchiera, scende dal pergamo, sale all'altare senza intonare il Credo e prosegue la messa bassa... Quella frase cadde nel cuore del popolo come una mazzata sulla testa e giovò - mi si giura - più di qualsiasi verboso predicozzo. LE S'CIERNETE La «s'ciernete» ossia sternita di foglie, immondizie e anche sterco, nei pressi della casa di urna ragazza, era somma ingiuria, che solitamente veniva fatta per vendetta e dileggio. Così si vendicava un'abbandono da parte della «morosa», così si rispondeva a un rifiuto di fidanzamento: qualche volta si svelava una tresca che si teneva segreta. Par quest'ultima faccenda si procedeva così: la sternita avveniva dall'una all'altra casa degli innamorati, e quasi sempre il materiale usato erano immondizie, cenere e fuliggine di camino.
Le foglie che si usavano per dileggiare le ragazze erano per lo più di rapa ed olmo che vengono date alle... scrofe: lo sterco stava a indicare che la ragazza indiziata era sudiciona: il fieno e la paglia che era... roba da stalla. La « s'ciernete » naturalmente veniva fatta, d'improvviso e in segreto, durante le notti buie, e quando non era uno solo a farla il numero dei... congiurati era sempre limitato e si comprende perché. Da bambino sentivo raccontare di sternite che costarono sangue e una volta la vita ad un giovanotto. Si era fatto sorprendere dai fratelli dell'insultata e nella zuffa che seguì ci lasciò la vita lì sulla strada... Ora non è praticata più quest'usanza. LE BATARELE Quando un vedovo passava a seconde nozze, anticamente tutta la gioventù del villaggio si adunava a certa ora della notte sotto le finestre degli sposi e si cominciava un fracasso indiavolato di suoni e rumori stridenti ricavati dal battere su falci, pale, lattoni, e stiramenti musicali stonati e rotti. E questa... musica durava fino all'alba... Alle volte qualche credulone veniva a patti con i feroci persecutori del suo idillio, pagando loro da bere e magari passando delle matasse di ottima salsiccia: ma dopo di avere sbafato i doni fra le più matte risate e salaci commenti, sgattaiolavano piano piano a fare la serenata. Una volta uno sposino gabbato così, all'improvviso baccano scende dal letto e imbracciato il fucile spalanca la finestra e giù, pum pum sulla turba indiavolata che strimpellava e urlava nella notte. Si odono degli urli, un gemito e poi un corri corri per le viottole acciottolate... — Dio, Dio... cos'hai fatto? urla la sposa piangente. Quel poveraccio si veste in fretta ed esce nella notte senza dire verbo... La mattina non tornò, non tornò durante la giornata, né i giorni seguenti. Credendo di avere ucciso, il povero uomo, terrorizzato, era andato alla stazione e preso il primo treno che passava se n'era andato in Germania, dove, a quei tempi, emigravano in massa i nostri friulani. (La spesa tornò a casa sua delusa e solo dopo lunghi anni, chiarita la cosa, gli sposi poterono riprendere il loro idillio stroncato così bruscamente in sul nascere... Le due schioppettate erano andate a vuoto; le grida erano state lanciate dai più giovani della brigata che datisi alla fuga nel buio avevano generato... generale scompiglio. NEI BATTESIMI Una tradizione che sta languendo, perché pochi ormai la praticano, è quella di portare all'altare della Madonna il bambino appena battezzato e deporlo sulla mensa in cornu evangeli mentre il sacerdote recita il Vangelo di San Marco. «Data est mihi omnas potestas... ». Fin da antichissimi tempi si recitava il Vangelo di San Giovanni «In principio...». Questo cambiamento dell'evangelio... è stato ordinato dal Vescovo Emanuele Lodi con sua pastorale del 1. maggio 1823, e a quanto pare suscitò qualche fermento tra i tradizionalisti od ortodossi del rito patriarchino, da cui pare derivi questa tradizione. Leggiamo infatti un quadernetto lasciatoci da Don Antonio Giuseppe Missio una dotta dissertazione sulle ragioni e opportunità che venisse recitato il primiero Vangelo, perché, dice, «conservo il massimo attaccamento alla antica madre Aquileia». Dice quindi che basterebbe lasciare cadere lo sguardo sulla S. Congregazione dei Riti per persuadersi di quanto debbasi rispettare le consuetudini in proposito di riti. Cita, con competenza, alcuni casi e sentenze in proposito di consuetudini nei cerimoniali e conclude la serie degli esempi circa l'indossare il piviale dei Vescovi, domandando «se non si può cambiare una divisa si potrà cambiare un Vangelo nell'altro»? Asserisce in seguito che il Vangelo « In principio... » era di grande devozione tra i fedeli tanto che veniva recitato « in molte chiese dopo il Battesimo, dopo la Comunione per Viatico agli infermi, e dopo l'Estrema Unzione. Enumera le eresie sul Battesimo, pullulate nei secoli andati, dicendo che se alcuna di esse avesse trovato seguaci in Diocesi, allora sì che andrebbe bene: «Data est mihi omnis potestas... ». «Ma per fortuna — esclama don Missio — noi non abbiamo di questi scismi!...». Il nostro rito afferma Don Missio «è stato lodato sotto tanti Prelati; e per Dottrina e Santità distinti e celebri». «Mi condannino — dice — di insubordinazione: ma se in ogni età vi fossero stati di tali insubordinati nelle nostre contrade, non troverebbesi presentemente nella storia di nostra chiesa quel gran vacuo, in cui si può scrivere: Clerus aquileiensis chorus beatorum,,». Che l'uno o l'altro Evangelio si reciti, noi non c'entriamo; segnaliamo invece che la tradizione va morendo, come altre tradizioni così belle di nostra terra. Mettere il proprio bambino sotto gli occhi della Madonna, appena battezzato, era ed è, un atto di fede e di gentilezza, che non manca di poesia e di pietà. LES VILIES L'uso di fare l'offerta agli officianti nei funerali versando delle monete sul libro aperto, nel tricorno oppure nel secchiello dell'acqua santa, passando e ripassando loro innanzi, mentre pregano sulla fossa che si riempie dopo accolta la bara, le cosidette «vìlie», è stata rimessa in onore nella nostra Buia, da Don Osualdo Taboga Vicario di Santo Stefano verso il 1670. Sul registro dei Morti egli scrive una «ruota per memoria» dove dice che «è antichissima et immemorabile la consuetudine di fare una offerta di denari all'altare nella messa cantata o che si canta nella Villa di Buia per l'anima di quei morti che si seppelliscono nell'istesso giorno della loro deposizione, come anco si sole fare in molte cure et luoghi della Diocesi di Aquileia». Cominciò col farle fare dagli « heredi facoltosi », ma poi pian piano l'usanza si estese a tutti i funerali. Anche il nonzolo si schierava e si schiera ancora accanto al celebrante ed anche lui si prende la sua parte. Oggi le « vìlie » si fanno soltanto nelle Cure di Madonna e di Avilla : nella Parrocchia centrale sono state abolite nel 1919, subito dopo la grande guerra. EL PAN O EL SOLD DI SAN JUST Fino a qualche lustro addietro la mattina del 2 novembre, giorno dei Morti e festa di San Giusto, frotte di fanciulli andavano in certe determiniate case del paese a ricevere il cosidetto «pan, oppure, sold di San Just», Dette famiglie erano obbligate a dare pagnottelle di pane di granoturco, e altre dei centesimi, uno o due, a quanti ragazzi si presentavano sulle loro porte. Questo onere era loro commesso per legato e gravava sui fondi lasciati in eredità da pie persone ai loro eredi, i quali, si facevano scrupolo della più stretta osservanza trasmessa di generazione in generazione. Naturalmente tutto ciò era dato per avere in cambio delle preghiere. Ma i fanciulli si mangiavano il pane, che allora era quanto oggi un dolce, si intascavano i soldarelli e le preghiere le lasciavano dire alle loro nonne... IN FILE Un tempo le veglie, «in file », si facevano nel calduccio delle stalle colme di bovini, raggruppati attorno alla «lum» prima e poi alla lampada a petrolio. Ed erano veglie laboriose specialmente per le donne: quella cuciva di ago e questa filava grandi batuffoli di canapa bianca infilati nella « ròcie » facendo zirlare il fuso con un brusio di api sciamanti; quella scardassava la lana e quest'altra dipanava matasse. Gli uomini confezionavano scope, manica di rastrelli e di pale, tessevano sedie e ceste, approntavano zoccoli per la famiglia e tanti altri lavoretti ancora che oggi non si usano più fare. E nella più dolce serenità sii raccontavano le favole di maghi, di streghe, di orchi e di Morti che tornano... Qualche volta sulla strada o sulla via era (un'armonica che improvvisa rompeva il silenzio, oppure il canto di una villotta; erano quelli gli unici diversivi, le note brillanti, il divertimento dei villaggi. Le fanciulle che andavano a veglia, se erano fidanzate, oltre alla loro sedia si portavano un'altra per il «moroso», e così pure quelle che avevano la probabilità di avere un'offerta d'amore. Dare la sedia ad un giovanotto equivaleva ad accettare di amoreggiare con lui, qualche volta era un grazioso invito... a dichiararsi. A quei giovanotti che giravano da stalla a stalla per « esplorare » e le fanciulle non offrivano la sedia erano le mamme che li invitavano a sedere. Gli innamorati, un poco discosto dal cerchio che si formava attorno alla luce, fianco a fianco passavano le serate dicendosi tante belle cose che orecchie indiscrete non dovevano udire... I giorni, anzi le sere sacramentali, per andare dalla « morosa » erano il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica. In quest'ultimo giorno la visita era nel pomeriggio, perché nelle sere festive non si faceva solitamente la veglia, e allora si accompagnava la fidanzata ai Vesperi fino sul sagrato per tornare dopo la funzione assieme. Durante il periodo del fidanzamento il «moròs» aveva campo di conoscere la capacità e le qualità della sua promessa, specialmente nei lavori donneschi. Si racconta che una fanciulla mentre aveva vicino il fidanzato lavorasse alla confezione di una camicia, ma inesperta e forse alle prime armi, si trovava impacciata: prova e riprova ma senza riuscire; arrossisce fino alla radice dei capelli, si confonde e trema. La madre vede e, scaltra, senza fare le viste di niente, si scuote la larga gonna dicendo: Marcie vie giatate pelose, le manie drete e le buste ledrose. La figlia aveva capito, sicché subito rimediò e proseguì sicura il suo lavoro. I giovanotti, dopo di essere sicuri dell'amore della loro bella, dovevano chiedere il condenso di frequentare la casa ai genitori di lei. NEI MATRIMONI Quando lo sposo va a rilevare il corredo, la così detta «dote» della sposa, una volta questo viaggio assumeva la solennità di un rito. Il carro per il trasporto' era attaccato ai buoi migliori, propri, dei parenti o di amici In quella circostanza la famiglia dello sposo portava una gallina a quella con cui si sarebbe l'indomani imparentata con il matrimonio. Dopo caricata la « dote » si faceva uno spuntino a base di salame e si assaggiava il vino delle nozze. La sposa portava oltre il corredo parte dei mobili della camera nuziale, e cioè il cassettone, in tempi più lontani la cassapanca; e per il talamo il materasso di lana, una volta di piuma. Prima di partire la madre infilava in qualche fessura o piega un ramoscello di ulivo: intanto la sorella della sposa, o quella che alla cerimonia doveva figurare come tale, saliva sul carro, sopra la «idiote», e si sedeva come in trono tenendo in grembo uno dei cuscini del letto matrimoniale... Ecco, una nuova famiglia si formava... e fra poco, fra nove mesi, un anno tutt'al più, su di un cuscino come questo vagirà una creaturina e sarà portata, tra spume di trine, al fonte battesimale... La «nuvizze» prima che il carro si avviasse tracciava con una bacchetta di nocciola una larga croce sul terreno dinnanzi «ai buoi... La « dote » non si andava mai a rilevarla di venerdì. In attesa della compagna, una o due notti che fossero, una volta « completata » la « camera » con il corredo, il « nuvìz » doveva dormire nel nuovo letto mai solo, e di preferenza con degli innocenti, con un bambino. Allorché la nuova «brut», la nuora, accompagnata dal corteo degli invitati prendeva «possesso» nella sua futura casa, la «madone», la suocera., l'aspetta sulla porta con un grande « bocâl » di vino. E' l'augurio di benvenuto, di pace... La sposa beve e poi passa il boccale allo sposo che beve a sua volta e lo fa poi passare a tutta la compagnia. Intanto le due donne salgono in camera scambiandosi per la prima volta i dolci appellativi di «mari» e di « fie.». La prima domenica o festa seguente alle nozze i genitori della sposa sono invitati a pranzo dal genero e nella domenica di poi i genitori di lei rendono la visita offrendo a loro volta un pranzo. Oggi i parenti e gli invitati alle nozze fanno dei regali. alla novella coppia, una volta invece, la vigilia del matrimonio o l'antivigilia, portavano in casa dello sposo delle galline, capponi o della carne, ed anche un «cuinc'», una misura, di vino. Nei vari cortei che si facevano andando alla chiesa alla mattina e in quelli del pomeriggio per il ballo o passeggiate, sempre a suon di armonica, clarino e contrabasso, si usava lanciare agli spettatori che si assiepavano sulle strade e sulle piazze, manciate di piccoli confetti, che i bambini in specie si azzuffavano per raccogliere. I confetti dati ad una fanciulla da chi era stato alle nozze erano; di buon augurio, anzi la certezza di un prossimo matrimonio... Dopo la cena nuziale, sempre lauta, direi pantagruelica, si dava il via per il ballo, sgombrando le stanze di tavoli e di quanto altro fosse d'impaccio: e allora comparivano certe mascherine ermeticamente nascoste il viso, le quali, fatti inchini e mimiche agli sposi, falsando la voce, chiedevano il permesso di ballare. Ed era bravura sapere mantenere l'incognito, sotto quelle spoglie, il più possibile. E lì tutti a fare mille induzioni e supposizioni sulla loro vera identità, studiando le mosse e gli atteggiamenti, cercando di farle parlare per riconoscerle. E l'allegria dura fino all'alba, fino al giorno seguente e si molestano, con scherzi poco urbani, anche gli sposi, che alle volte devono barricarsi nella loro stanza... Un bellissimo spettacolo che più non si gode era quello di accompagnare i cortei nuziali con torcie a vento o con tutoli imbevuti di petrolio tenuti alti da lunghe pertiche. Un gruppo di giovanotti precedeva, altri fiancheggiava ed infine altri chiudevano il corteo che nelle notti oscure pareva marciasse in un alone di fiamma. Se lo spettacoloso accompagnamento combinava con la neve allora era quanto di più attraente si possa immaginare. |