QUEI Dl BUIA NEL 1848

Dalla fortezza alla sagra vestito da donna

di Pietro Menis

 

 

Di sigûr tes famèes di Buje 'e son inmò riserves di fotografies, ch'e vignaran in lûs un pôc a la volte. Cumò, intani, j ài cjatât une miniere là di Neva Eustacchio (n. 1922) che sta a Dartigne, ma 'e jere di Solaris.

Tonon che aveva passato ancora una volta la linea di blocco aveva detto agli amici «contrabandieri» che la sagra di San Ermacora, Bertosat avrebbe trovato il modo di venirci anche lui.

Un buiese, anche in guerra, non può mancare alla popolare manifestazione; se anche non ci fosse il ballo poco importava, tante belle ragazze sarebbero venute lo stesso e lui Bertosat lassù sul Forte non aveva modo di passare un'ora con una figliuola.

L'anno prima alla festa da ballo sulla piazza centrale c'era una folla spettacolare ma quando sul tardi i «croati» si misero a ballare, Bertosat aveva detto ai nostri di sgombrare, altrimenti sarebbero dei guai; in men che si dica i goffi soldati dell'imperatore erano rimasti soli a danzare sotto la luna con l'orchestra che stonava maledettamente.

Era un modo come un'altro di protestare!

— Lo vedrete quest'anno — continuò Tonon — quello che farà il nostro Bertosat... Si vestirà da donna... dobbiamo procurargli i vestiti...

L'oste che faceva da «palo» sull'uscio della sua bettola con la punta dello zoccolo picchiò sul pavimento; era il segnale convenuto. Allora Tonon si alzò in fretta ed uscì lesto dalla porticina del cortile interno.

Era l'unico che poteva essere riconosciuto dalla ronda; li aveva giocati cento volte lui i «croati».

La pattuglia con lungo fucile a spallarm e daga pesante al fìanco passò impettita. L'oste senza abbandonare la sua posizione salutò con un inchino ma quando gli armati svoltarono sulla piazzetta silenziosa si ritirò ed affacciatosi all'uscio opposto canticchiò:

Tonon Tonon all'è passat el squadron

Tonon Tonà tu pus vignì cà...

Si erano da poco riuniti per concertare ancora il da farsi e stabilire l'ora della partenza col carico durante la notte seguente allorchè Barachin stanco, coperto di polvere, coi piedi

ammaccati entrò nella bettola che già si riempiva d'ombre. Tonon gli saltò addosso:

— Com'è andata — chiese — possiamo bere?!...

Tornava da Venezia dove aveva «recato cucito in una borsa una missiva del Comandante di Osoppo».

Barachin si sbottonò la camicia madida di sudore e sul petto villoso apparve la famosa borsa; lestamente se la sfilò dal collo taurino e la svuotò sul tavolo bruno; cadde un mucchietto di dischetti bianchi e neri alcuni dei quali ruotarono brevemente sul piano e poi scivolarono sul pavimento rosso di matonelle.

— Cosa credete — disse — dove c'era pericolo di imbattersi nei « croati » mi mettevo gli zoccoli nel sacco e passavo chiedendo la carità... Chi poteva pensare che sotto questa barba e questi cenci ci fosse del « contrabando »... E mi ha fruttato sapete la questua...

A Udine sono stato a salutare la Madonna delle Grazie ed ho lasciato « una messa »,

il resto è qui assieme a quanto riscossi a Venezia...

— Da bere Mattia! — comandò uno dei «contrabbandieri»...

— Questa sera un boccalone ed il resto per Sant'Ermacora... — disse Barachin e poi chiese subito: — Si balla?...

— Forse... Sai, verrà anche Bertosat...

— Allora sarà baldoria completa in barba ai «croati»... concluse il reduce abbotonandosi lo sparato sudicio prima di traccannare il vino che l'oste aveva già servito.

Non solo non si ballò per Sant'Ermacora del 1848 ma per di piu l'autorità imperiale aveva proibito ogni manifestazione esterna, per evitare, si disse, ammassamenti di popolo.

Fin dalla sera della vigilia in†atti una pattuglia si era introdotta nella chiesa e ne aveva ordinato la chiusura immediata mandando via i fedeli che ivi si trovavano.

I «pellegrini» venuti al «perdon» abituati a pernottare nel tempio alla luce blanda delle lampade votive si nascosero nella casa parrocchiale e nei fienili delle case adiacenti. Due o tre baracchette di venditori ambulanti che avevano esposto la loro merce sotto i portici della « loggia» vennero man-

dati via in malo modo...

I nostri « congiurati » avevano vegliato nel bosco durante la notte in attesa di Bertosat. Sarebbe venuto quell'indiavolato? Scoccavano le due alla torre di Monte quando laggiù presso il Ledra che placidamente divallava rispecchiando la luna alta nel cielo senza stelle, udirono il segnale convenuto: Cucu, cucu...

Bertosat sapeva imitare a perfezione lo strido degli uccelli notturni. Cucu, cucu: il monotono lamento si ripetè di lì a poco. Allora Tonon agile come un capriolo con un salto si appese alla cima di un giovane orno, obbligandolo a piegarsi e quindi a spezzarsi con uno schianto che risuonò cupo nella notte silenzioso. Era la risposta.

Stettero in ascolto alcuni istanti sinchè udirono il passo lesto dell'amico che si avvicinava sicuro come al solito.

— Mandi Bertosat.

— Viva amici...

— Toh! bevi, sarai stanto immagino...

— Sei tu Barachin... è andata bene a Venezia?... — gli strinse la mano e poi tracannò a «pieno gozzo» nella bottiglia che gli era stata offerta.

— Cì sono i vestiti?... Sì!... bene...

Alla prima messa del mattino Tonon e Barachin debitamente truccati assistettero assieme ad una signora vestita di bianco con un ombrello da sole in mano coperta da un ampio cappello con fiori rossi da cui scendeva una veletta fitta che le nascondeva il volto...

I paesani che entravano in chiesa li sbirciavano e sorridevano, le donne scambiandosi «la presa» si indugiavano a sussurrarsi nelle orecchie.

— Dite a quei tre manigoldi che non mi combinino qualche guaio proprio oggi... — disse il pievano a don Domenico che era parente di Barachin — non è la chiesa il luogo più adatto per fare delle «carnevalate»...

Ma quelli non si diedero per intesi; tornarono alla messa solenne anche quando in paese si sapeva chi era quella «signora vestita di bianco»; e passarono più volte vicino alla ronda che in quel giorno era più numerosa e più attiva, data la giornata festiva; l'avevano incontrata sulla piazza, nelle bettole e una volta nella discesa quando un gendarme scivolando sulle pietre liscie del «pedrato» aveva urtato contro Tonon.

E la gente a ridere a sussurrare loro parole di incoraggiamento

e di scherno alla « guardia ».

Nel pomeriggio però i « croati » fiutarono qualcosa di poco pulito in quel trio e si allarmarono. Oppure qualcuno li aveva informati?

Fatto si è che si misera sulle loro piste sbagliando manovra però proprio da... gendarmi! Ad ogni pie sospinto chiedevano alla gente dove si erano fìccati «quei due giovani con una signora ».

Perdindina! erano all' osteria... Avevano pur detto che in quel giorno era baldoria completa...

— Tonon, Tonon, atent al squadron! qualcuno aveva sussurrato mettendo il terzetto sull'avviso.

— Andiamo via... aveva supplicato Maddalena, la fidanzata di Barachin a cui si era unita dopo il vespero, ma quelli non non sentivano ragione.

— Se viene la ronda... non aveva finito di dirlo che gli alti chepì dei soldati apparvero sopra le teste della folla che stipava l'osteria.

Un sottuffìciale andò difilato verso i nostri invitandoli a seguirlo.

Nel silenzio che era seguito d'un subito si udì un fracasso infernale: tavole e panche che saltavano, bicchieri e boccali

che si infrangevano, strilli di donne, imprecazioni ed una massa di gente che si azzuffava nella ricerca di scampo.

— Alt, alt... tutto fermo... insistevano i soldati cercando di mettersi in difesa con le armi che arrivavano al soffìtto basso ed affumicato, però la massa terrorizzata che premeva verso l'uscita li immobilizzò contro la parete di fondo giusto quel tanto che potessero assîstere impotenti alla fuga attraverso la finestra, del terzetto indiavolato...

Quando l'osteria si fu svuotata sul pavimento di lastroni mal connessi avresti veduto tavoli rovesciati, cocci di vetro e di terracotta, sedie rotte, una sottana gualcita, un cappello da signora coi fiori sciupati e due piccoli cuscinetti soffìci e vellutati che erano stati i... seni prominenti della signora vestita di bianco.

Ed un tanfo nauseante di vino versato.

« Pfui » porco italiano sbuffava il sottuffìciale uscito in piazza.

— Ma-caco..., ma-caco... — beffava Bertosat salendo il bosco del Colponzale e non gli importava in quella volta se il suo verso non era preciso a quello del rigogolo...