«Principessa Mafalda» addio... di Gemma Minisini Monassi | |
Ottobre 1927. Era una splendida giornata di sole quando il «Principessa Mafalda» si è staccato dal molo di Genova per far rotta verso il Sudamerica. A bordo, tra passeggeri ed equipaggio, 1256 persone, la gran parte emigranti che, con coraggio, spirito di adattamento ed enorme capacità di sacrificio, andavano verso l'ignoto, confidando solo nella forza delle proprie braccia e nella propria volontà1. La nave, costruita nel 1908 dal Lloyd Italiano nei cantieri di Riva Trigoso, per anni era stata considerata un gioiello della Marina Italiana, nei suoi ampi saloni, ricchi di tappeti, statue e quadri d'autore, avevano viaggiato personaggi famosi come Toscanini, Pirandello, Marconi, Tatiana Pavlova, ma i tempi erano cambiati e la qualità dei passeggeri era cambiata coi tempi... Nel 1927 il «Principessa Mafalda» era ormai una vecchia carretta del mare che da diciotto anni andava avanti e indietro sull'Atlantico, trasportando soprattutto "povericristi". Faceva il pieno ad ogni viaggio, 300 lire per un biglietto di terza classe con i pasti consumati all'aperto, 65 lire in più per mangiare a tavola, soldi alla mano... Alla Società Armatrice non interessava certo se la nave da tempo era diventata "ballerina", se il direttore di macchina, Scarabicchi, aveva denunciato più volte avarie ai motori, se persino un "lupo di mare" come il Comandante Simone Gulì non se la sentiva più di affrontare l'Oceano in quelle condizioni... Per gli armatori tutto era in ordine, come sempre! "Siamo partiti da Genova con un tempo splendido e ci prometteva un bel viaggio, però le macchine erano guaste da quel giorno stesso, e lungo il viaggio è stato fermo più volte per riparazioni, ma si credevano cose di poco..." così ha scritto ai familiari Amelia Tondolo, la giovane moglie di Mario Piemonte Scoi, in una lunga lettera spedita da Buenos Aires il 6 Novembre 1927. Per i due sposi quello doveva essere il loro viaggio di nozze ed il Cile, che li aspettava, una terra di grandi speranze! La traversata era lunga, i giorni passavano pigramente, chi non soffriva il mal di mare se ne stava sul ponte a chiacchierare, a giocare a carte o, come Amelia "a fare gli occhielli nelle camicie di Mario". Ma alle 17 e 15 di martedì 25 ottobre, un formidabile scossone sembrò squarciare la nave. In pochi minuti il panico cominciò a diffondersi tra i passeggeri, in un incrociarsi di voci confuse, in un accavallarsi di ipotesi e spiegazioni... "57 attendeva di passare alla cena quando si udì come colpi di terremoto sul Mafalda, io ed Amelia si trovavano a prua. Si era seduti... Quando fischia la sirena allarme. Un urlo dell'equipaggio balza sul ponte di comando. Rotta l'asse persa la elica destra, pompe funzionano ma invano. Salvataggio donne e bambini avanti in barchette. Urli pianti e grida, io stringo la mano a Amelia e le dissi, va e procura per te che io mi arrangerò, quindi siamo separati". Questo il drammatico racconto di quei terribili momenti fatto da Mario Scoi. Il gigantesco albero portaelica della macchina sinistra si era, infatti, improvvisamente spezzato e, sfilandosi, aveva aperto uno squarcio nella fiancata. Un incidente non gravissimo se la nave fosse stata efficiente, ma le porte stagne non si chiudevano, così una cascata di 350 tonnellate d'acqua, in pochi minuti aveva invaso la sala macchine, non era stato possibile raggiungere neppure il locale del timone a mano, perché i chiavistelli del portello di accesso erano rotti... Il Comandante Gulì, resosi conto della gravita della situazione, aveva subito lanciato l'SOS, ordinando di far scendere in mare le scialuppe e di preparare i passeggeri ad abbandonare la nave, Prima le donne ed i bambini! L'orchestra di bordo, intanto, suonava un brano del "Trovatore"... "Lasciato che ebbi Mario non so come mi trovai in una lancia in mezzo a quell'immensità d'acqua allora rivolsi uno sguardo in cielo e di cuore e con fede implorai la Vergine di Castelmonte... In dieci minuti ci trovammo vicini ad un piroscafo feci sangue freddo, saltai su di un'altra barca piena d'acqua e infilai una corda a scaletta e giunta sul piroscafo cominciai subito a girare in cerca di Mario... girai tutto il piroscafo mezza pazza e nulla non lo vidi ero fuori di me non potevo più piangere, uno sguardo in mare si potevo scorgerlo su qualche barca una scena orribile mi si presenta dinanzi. Lancie piene di persone capovolgersi andare a fondo persone galleggiare sull'acqua sostenuti dal salvagente gridi d'aiuto pianti di bambini... "3 Sul «Principessa Mafalda», intanto, "l'acqua avanzava che quasi non mi permetteva di uscire più continua Mario nella sua lettera "Balzo in classe mi faccio possesso di un cerchio rosso di gomma (salvataggio) discendo per una corda, barchette non esistevano più, provo a resistere sospeso, ma le mie forze cessavano, un salto un salto in mare, in oceano a tutte le onde, lotta con i tribolanti, lotta con i pescicani, una bimba di due anni vola sulla mia testa si attacca al collo (coraggio) dopo una lunga ora di lotta ostinata passa una barchetta del Mafalda provo a gridare ma non potevo, una onda mi avvicina salviamola una voce pietosa la bambina non si distacca tutti e due in barca, o Dio mio giunto sopra tocco le gambe non sapevo se le avevo, erano gelate mi pareva che i pesci me le avevano mangiate (coraggio) era tutto equipaggio fuori acqua la barca si affonda si avvicinava a una nave di carica chiamata «Athena» una corda dal cielo cadde, forza, siamo salvi arrivai sopra con la bambina salva". A bordo "una voce all'oscuro sento (qui sta sua moglie) vado avanti un urlo muto, è un abbraccio, sei tu? Siamo salvi ringraziamo a Dio". L'«Athena», un mercantile olandese in navigazione sull'Atlantico da quaranta giorni, era subito accorso sul luogo del disastro, senza, però, avvicinarsi troppo poiché un fumo sottile si levava dal «Mafalda» e si temeva lo scoppio delle caldaie. Il fumo saliva sì dalle caldaie, ma queste erano state scaricate, proprio per il timore di un'esplosione, cosa che, però, non era possibile comunicare ai soccorritori perché l'acqua aveva danneggiato irreparabilmente la radio di bordo e non esisteva un impianto supplementare. Ben sette le navi4 accorse al lancio dell'SOS, ma se ne stavano tutte a debita distanza, limitandosi a raccogliere i naufraghi che erano riusciti a salire sulle scialuppe. Per chi si era gettato in mare e annaspava gridando, non c'era speranza! 11 «Principessa Mafalda», dopo essere rimasto per due lunghe ore immobile in mezzo ad un mare calmissimo, sempre imbarcando acqua, alle 19 e 15 si è inabissato nei pressi della costa brasiliana, tra Bahia e Rio de Janeiro, "inghiottendo con se circa 400 persone"5. Era il 25 ottobre 1927. Il Comandante Gulì, in piedi sul ponte, stava proiettando con una torcia un cerchio di luce sull'acqua, quando è scomparso con la sua nave al grido di "Viva l'Italia", poco prima il direttore di macchina Scarabicchi, sceso nella sua cabina, si era sparato un colpo di rivoltella in testa. Una tragedia del mare tra le più gravi per la Marina Italiana: 314 morti su 1256 imbarcati! Sull'«Athena», intanto, "Si riposava per terra senza coperte e senza nulla... l'unica cosa ci davano due volte, al giorno un po' di riso cotto nell'acqua su di una carta e un po' di pane... "6. Mario ed Amelia erano partiti da Buja aggrappati alla fiducia che per loro il domani sarebbe stato migliore, avevano camuffato di allegria e di festa il dolore del distacco, ora, con il naufragio, avevano perso tutto, i bagagli, i pochi soldi, i regali di nozze, "ci siamo trovati con i stafetti nei piedi e il vestito rotto..."7. In Cile li aspettava un futuro ancora più nero del previsto, fatto di fatiche, sudori, rinunce, solo rallegrato dal ricordo di una bambina di appena due anni, strappata alla furia del mare... Un atto che Mario aveva compiuto con slancio, grande semplicità e generosità, senza per questo sentirsi un eroe. La speranza e la gioia di vivere erano, però, rinate nei loro cuori a Rio, dopo il commovente incontro, nell'Isola dei fiori, con l'amico Livio Forte di Avilla, anche lui salvo, e poi a Buenos Aires dove Vico Barbon, Sefìn di Mont, quelli del Pezzotâr e tutti gli altri bujesi erano corsi al porto per abbracciarli8. A Mendoza poi, quanti baci, quante strette di mano... e quante lacrime sul volto di tutti, la sera del 16 novembre, mentre il ragionier Cingolani parlava... "Volle l'uomo vedere dapprima salvata la donna amata e poi pensò a se stesso. Si tuffò in mare legato in un salvagente e in balia alle onde aspettando gli eventi. Stringeva egli nelle sue mani una valigia piena di ricordi nuziali, ricordi che dovevano ricordargli il più bel giorno della sua vita. Ad un tratto si sentì fortemente afferrare per i capelli, una bambina che forse gli era stata gettata addosso dalla madre, l'aveva fortemente afferrato per i capelli. Che fare? Lasciare la valigia o staccare la bimba e darla alla morte. Ma il suo animo nobile non volle questo. Lasciò in mare i suoi ricordi più cari, si strinse addosso la bambina intanto che una scialuppa non venne a trarli dalle acque". Nell'Italia di Mussolini, dove la retorica fascista celebrava i fasti della nostra Marina in ogni occasione, del dramma del «Mafalda» si è parlato il meno possibile. Il Ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano, aveva subito fatto sapere che la nave era in perfetta regola, che i mezzi di salvataggio erano efficienti e sicuri, che il naufragio si doveva attribuire allo scoppio delle caldaie e all'incendio che ne era seguito... Sui giornali dell'epoca nessuno ha avuto il coraggio di scrivere che il «Principessa Mafalda», era, invece, affondato per incuria, che nessuna caldaia era scoppiata, che a bordo non c'era stato nessun incendio, che già da tempo il transatlantico avrebbe dovuto essere in disarmo e non usato per sfruttare la diaspora della disperazione! Si è bluffato anche sul numero degli scomparsi. Sul «Giornale del Friuli» di giovedì 21 ottobre 1927 anno V si legge: "Il numero dei salvati sino a questo momento già si avvicina a 1200 di fronte a 968 passeggeri di tutte le classi e 240 uomini di equipaggio. La perdita di vite umane va quindi riducendosi a cifre molto meno gravi di quelle inizialmente temute e si spera possa in definitiva risultare quasi nulla". Nessuno ha mai reso giustizia alle 314 vittime del «Principessa Mafalda», nessuno ha restituito dignità ai morti e ai vivi, nessuno ha condannato uomini ed intenzioni, causa di questa triste pagina della nostra storia.
Un grazie sincero a Nelly e Marino Piemonte "Scoi" per avermi permesso di rendere pubbliche le lettere che gelosamente conservavano. NOTE 1 - Sul «Principessa Mafalda», durante il tragico naufragio, erano imbarcati: 52 passeggeri di la classe 89 passeggeri di 2a classe 827 passeggeri di 3a classe 288 uomini di equipaggio 2 - Brano tratto dalla lettera scritta da Mario Piemonte Scoi e spedita ai familiari il giorno 30 ottobre 1927 da Rio de Janeiro. 3 - Dalla lettera, già citata nel testo, che Amelia Tondolo Piemonte ha scritto alla famiglia il 6 novembre 1927, durante la sosta a Buenos Aires. 4 - Hanno soccorso i passeggeri del «Principessa Mafalda»: a) l'incrociatore brasiliano "Rio Grande do Sul" b) il mercantile olandese "Athena" c) il mercantile inglese "Empire Star" d) il piroscafo francese "Moselle" e) il piroscafo "Formosa" f) il transatlantico francese "Marsiglia" g) sui giornali dell'epoca non sono riuscita a trovare il nome della settima nave. 5-6-7 - Brani tratti dalla lettera scritta da Amelia. 8 - Tutti i naufraghi sono stati portati all'Isola dei fiori, di Rio de Janeiro, dove hanno potuto avere cibo caldo e vestiti usati, ma asciutti. Ha scritto Amelia: "...ci procuraron le scarpe a tutti e due e per me un vestito magari usato ed un golf..". Dopo quattro giorni, era il 1° novembre 1927, i naufraghi sono stati imbarcati sul piroscafo "Duca degli Abruzzi" ed il 4 novembre hanno raggiunto finalmente Buenos Aires. Da lì, con il treno, Mario ed Amelia, hanno continuato il loro viaggio alla volta del Cile. |