I fantastici anni delle missioni Apollo di Marco Tonino | |
L’avventura umana nello spazio è stata probabilmente l’impresa più straordinaria del XX secolo. Raggiunse il suo apice nel 1969 con il primo allunaggio. Oggi queste imprese fantastiche sono molto sbiadite nella memoria della gente, sebbene si siano svolte tra il 1968 e il 1972, solo 40 anni fa, e non certo secoli orsono. Le missioni Apollo furono descritte allora come la più grande impresa nella storia dell’uomo e il più grande successo tecnologico dell’umanità. Enormi quantità di risorse economiche, umane, di studio e di lavoro furono investite in un programma ambiziosissimo, spinto più dalla propaganda politica che dalla ricerca scientifica. La tecnologia che portò l’uomo sulla Luna, nacque perché venne dato agli scienziati e ingegneri della NASA un budget praticamente illimitato! Al coronamento del sogno lunare, lavorarono un numero inimmaginabile di persone in tutto il paese: ingegneri elettronici, informatici, aerospaziali, fisici, chimici, astronomi e meccanici. Tutte le più grandi Università, prestarono un appoggio totale all’impresa, studiando freneticamente i sistemi necessari allo sviluppo della nuova tecnologia. Va ricordato, che gli USA ricorsero soprattutto all’esperienza degli scienziati tedeschi (inventori e collaudatori dei missili V2), che facevano capo ad un ingegnere, il cui contributo fu fondamentale e decisivo: il suo nome era Wernher Von Braun. Dopo la fine della guerra, Von Braun, indiscusso genio della missilistica, fu fatto prigioniero dagli americani che dopo molti mesi di diffidenza nei suoi confronti, gli assegnarono il compito di progettare i missili che dovevano portare l’uomo nello spazio e sulla Luna. Se quest’uomo non fosse stato nel progetto, il Saturn V non sarebbe stato mai inventato e la corsa alla Luna non sarebbe stata possibile. L’incredibile epopea Apollo ha dimostrato come l’umanità intera possa investire grandi risorse ed energie per raggiungere obiettivi impensabili in poco tempo e con straordinari risultati. Quella del progetto Apollo è una lezione per tutti. Una lezione che attende ancora i giusti allievi per essere nuovamente applicata. Oggi invece vediamo il nuovo programma Constellation della NASA che rischia di affondare nelle sabbie mobili prima ancora di prendere corpo. La subdola e temibile “guerra fredda” che si giocava sul filo della paura atomica reciproca e che aveva portato il mondo ad un passo dal conflitto nucleare con la crisi dei missili a Cuba, ora veniva portata nello spazio. Puntando alla conquista della Luna come nuova frontiera, la guerra fredda si spostò fuori dalla Terra con grande sollievo di tutta l’umanità che era stata più volte ad un passo dal baratro. Portare la sfida nello spazio significava trasformare la rivalità tra le due superpotenze in una competizione di sapore quasi sportivo. Questa particolare competizione iniziò nell’ottobre del 1957, quando il lancio dello Sputnik accese la fantasia di tutto il mondo, rinfocolando però le paure di un “pericolo comunista” improvvisamente in grado di arrivare addirittura nello spazio. L’anno successivo nell’ottobre 1958 entra in attività la NASA, che il 28 luglio 1960 annuncia il programma Apollo. La corsa allo spazio ed alla Luna era cominciata con parecchi punti a vantaggio dell’URSS che dopo lo Sputnik nel 1957 ottiene in sequenza: il primo uomo a volare in orbita terrestre (Gagarin), il primo oggetto a raggiungere la Luna (Lunik 2), la prima donna nello spazio (Tereshkova), il primo uomo a fare una passeggiata nello spazio (Leonov), e la prima sonda a fotografare la faccia nascosta della luna (Lunik 3). Quando Gagarin nell’Aprile 1961 si collocò per sempre nei libri di storia come il primo essere umano ad aver orbitato intorno alla Terra, il neopresidente americano John Kennedy decise di rompere gli indugi e spingere la sfida ad una meta quasi fantascientifica: a distanza di un mese dall’impresa di Gagarin, il 25 Maggio, di fronte al Congresso annuncia al mondo che il programma spaziale americano avrà come obiettivo finale l’arrivo dell’uomo sulla Luna. La politica risponde entusiasticamente, incrementando a dismisura i fondi a disposizione della NASA per la realizzazione della “più grande avventura dell’umanità”. Inizia l’epopea del progetto Apollo. L’avventura cominciò però con una tragedia e sull’ Apollo 1 morì bruciato l’intero equipaggio prima del lancio. Il disastro spinse la NASA ad importanti rettifiche del progetto e delle procedure di fabbricazione e di sperimentazione, dando più importanza alla sicurezza delle varie componenti dell’astronave. Le successive missioni Apollo furono tutti test senza equipaggio e bisogna aspettare l’11 ottobre 1968 per avere nuovamente a bordo tre astronauti. Sono Walter Schirra, Donn Eisele e Walter Cunningham, che conseguono due record molto diversi tra loro. A bordo dell’Apollo 7, passano in orbita terrestre più tempo di tutti i voli sovietici messi assieme: 10 giorni e 20 ore, poco più del tempo previsto per l’intero percorso dalla Terra alla Luna e ritorno. Il secondo record è che grazie a una telecamera, che si decise di portare a bordo solo pochi giorni prima del lancio, l’Apollo 7 fu la prima missione spaziale a trasmettere in diretta televisiva. Che la decisione fu felice lo si capì subito: il mondo intero si sentì personalmente coinvolto dalle avventure degli astronauti e affascinato a vedere le immagini della Terra vista dall’orbita. Le imprese del progetto Apollo da questo momento diventano anche un successo televisivo, che terrà incollati davanti alla Tv milioni di persone in tutto il mondo. Per il progetto Apollo il momento della verità arrivò il 21 Dicembre 1968. Il gigantesco razzo Saturn V veniva messo alla prova con a bordo tre uomini che per la prima volta avrebbero finalmente lasciato la Terra e dopo un viaggio di 400.000 Km sarebbero arrivati fino alla Luna. L’Apollo 8 fu una missione super-accelerata e decisa con grande spregiudicatezza per inviare degli uomini in orbita intorno alla Luna. Con la missione Apollo 8 fu impiegato per la prima volta in voli con equipaggio umano, il razzo vettore Saturn V, il capolavoro di Von Braun. Il Saturn V che ha permesso all’uomo di raggiungere la Luna è stato il più grande e potente missile mai costruito. Alto oltre 110 metri poteva portare un carico utile di 118 tonnellate, 47 delle quali trasportabili fino alla Luna. Nella storia Apollo furono lanciati un totale di 13 Saturn V e tutti i lanci si conclusero con un successo. In campo sovietico invece il missile concorrente N1 ebbe su 4 lanci altrettanti incidenti dei quali due disastrosi anche per le strutture a terra. La vittoria nella corsa alla Luna probabilmente si decise il 3 luglio 1969 quando a Bajkonur nel Kazakhistan il missile N1 esplose poco dopo il decollo causando una catastrofe sull’intero cosmodromo e sulle rampe di lancio, ritardando il programma di oltre due anni. Viceversa l’affidabilità del Saturn V permise alle navicelle Apollo di arrivare sempre fino alla Luna. La vittoria americana fu in gran parte determinata da Von Braun e dal suo missile, affidabile e potentissimo. I tre astronauti dell’Apollo 8, Lovell, Anders e Borman, scattarono le prime emozionanti foto della Terra vista dalla Luna e compirono 10 orbite della Luna per un totale di 20 ore di permanenza intorno alla Luna ad ammirarne i panorami. Furono i primi esseri viventi a vedere, in lontananza dallo spazio, il nostro pianeta e a vedere con i propri occhi la faccia nascosta della Luna. Le riprese filmate dall’Apollo 8 mostrarono in Tv all’umanità la Terra vista dagli oblò e il suolo lunare in maniera ravvicinata come mai prima. Le dirette TV con l’Apollo 8 decretarono un successo e un audience mondiale senza precedenti. Da allora fu un crescendo di entusiasmo per ogni missione Apollo. Ogni lancio del Saturn V attirava centinaia di migliaia di persone che si accampavano con furgoni, roulotte e tende con giorni di anticipo in parchi, radure, aree di sosta delle autostrade, cercando un posto con una buona visuale verso la rampa di lancio 39 di Cape Canaveral. Tutta questa gente aspettava con incredibile entusiasmo la fine del conto alla rovescia e l’impressionante spettacolo del decollo, ammirandolo dai 12 ai 25 km di distanza. Solo i familiari degli astronauti, i giornalisti, i politici e i possessori di inviti speciali della NASA potevano assistere all’evento dall’area VIP posta a 5 km dalla piattaforma di lancio. Nessuno poteva stare più vicino di 3 km: i gas incandescenti, il rumore e il calore avrebbero ucciso chiunque si fosse trovato troppo vicino alla rampa di lancio. Comunque dozzine di telecamere remote riprendevano e registravano ogni lancio da punti molto scenografici intorno e sulla torre di lancio. Ancora oggi rivedere quelle riprese suscita emozione ed anche impressione per la potenza sviluppata dal Saturn V nello sospingere l’Apollo fuori dall’orbita terrestre, verso lo spazio interplanetario. Prima di arrivare allo sbarco vero e proprio le due successive missioni Apollo provarono e riprovarono le complesse e delicate manovre che erano necessarie per l’allunaggio. Con l’Apollo 9 venne collaudato lo sgancio e l’aggancio del LEM (il modulo di allunaggio) in orbita terrestre, mentre l’Apollo 10 provò la stessa manovra ma intorno alla Luna. A bordo del LEM Stafford e Cernan arrivarono a solo 15 Km dal suolo lunare. Poi risalirono e si riagganciarono al modulo di comando dove li aspettava Young, che li aveva attesi in orbita lunare. Tutto era ormai pronto per tentare lo sbarco sul suolo lunare. Quella dell’Apollo 10 era stata la prova generale dello spettacolo vero e proprio. Il 16 luglio 1969 l’Apollo 11 parte da Cape Canaveral . Su quel che avvenne da quel momento in poi, sono stati spesi fiumi di inchiostro, una quantità tale da riuscire a cancellare i ricordi delle missioni successive. Va ricordato che le due spedizioni meno seguite dal grande pubblico e cioè le ultime due (Apollo 16 e 17) furono in realtà quelle che ebbero i maggiori risultati scientifici e maggior rilevanza sotto ogni punto di vista. Ma nella mente della gente c’è posto quasi ed esclusivamente per l’Apollo 11. La vera importanza dell’Apollo 11 invece fu quella di aver dimostrato che si poteva davvero atterrare e ripartire dalla Luna rientrando vivi sulla Terra. E’ risaputo infatti che i tecnici e gli scienziati che dirigevano la missione da Terra, e gli astronauti stessi, erano consci che statisticamente la riuscita della missione era data al massimo al 50% delle possibilità. Molti temevano che qualche intoppo potesse costare la vita dell’equipaggio. La cosa più temuta era forse l’impossibilità, per guasto tecnico, di ripartire dalla Luna, che avrebbe destinato i due astronauti a morte certa sul suolo lunare in diretta Tv. Comunque il 20 luglio 1969 fu il giorno della verità. Non mancarono momenti di timore, ma tutto fu gestito con la capacità e la freddezza necessarie in queste situazioni estreme, dove non si può sbagliare nulla. Gli astronauti si accorsero all’ultimo momento che il sito dell’atterraggio era molto più roccioso di quanto avessero indicato le fotografie scattate dall’orbita da missioni precedenti. Allora Armstrong prese il controllo manuale del modulo lunare e lo portò ad atterrare in un sito più sicuro, proprio pochi secondi prima che si esaurisse il carburante disponibile. Sei ore dopo aver toccato il suolo, Armstrong uscì all’aperto, scese e fece il suo celebre “grande passo per l’umanità”. Aldrin lo seguì, e i due astronauti trascorsero due ore e mezza a fotografare la superficie lunare e raccogliere campioni di roccia. Le prime immagini vennero ricevute al Goldstone Deep Space Communications Complex negli USA, ma quelle con miglior definizione vennero diffuse da Honeysuckle Creek in Australia. Da qui qualche minuto più tardi le immagini furono mandate nel normale circuito televisivo, grazie al radiotelescopio di Parkes in Australia. Le prime immagini degli uomini sulla Luna vennero così viste in diretta da oltre 700 milioni di persone in tutto il mondo. Dopo più di 21 ore sulla superficie lunare, si ricongiunsero a Collins sul modulo di comando con 20 kg di rocce lunari. I due astronauti lasciarono sulla Luna apparecchiature scientifiche, una bandiera americana e una placca con i disegni dei due emisferi terrestri, un’iscrizione e le firme degli astronauti e del Presidente Nixon. L’iscrizione recita: “Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. I tre astronauti ritornarono sulla Terra ammarando nel Pacifico il 24 luglio, accolti come eroi. Il mitico Apollo 11 dopo il rientro è oggi esposto al National Air and Space Museum di Washington. A conferma che la missione fu un evento straordinario, ma anche un grande azzardo per anticipare i Sovietici nel compimento della grande impresa, rimane un testo datato 18 luglio 1969 e poco conosciuto dal grande pubblico che sarebbe stato letto in mondovisione dal Presidente Nixon in caso di insuccesso con perdita dei due uomini sulla Luna: “Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace. Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio. Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza. Si addoloreranno le loro famiglie ed i loro amici; si addolorerà la loro nazione; si addolorerà tutta la gente del mondo; si addolorerà la Madre Terra per avere mandato due suoi figli verso l’ignoto. Nella loro esplorazione, hanno unito le popolazioni del mondo come se fosse una; nel loro sacrificio, hanno legato ancora più strettamente la fratellanza tra gli uomini. Nei giorni antichi, gli uomini hanno guardato le stelle ed hanno visto i loro eroi nelle costellazioni. Oggi, noi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa. Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori.” Apollo 12 confermò che ormai avevamo imparato come mandare uomini sul suolo lunare. Il decollo avvenne mentre iniziava un temporale e un fulmine colpì il Saturn V pochi secondi dopo il lancio. Fortunatamente dopo un breve blackout dei sistemi elettronici di bordo con un resettaggio si riuscì a risolvere il problema, non senza momenti d’ansia per l’equipaggio. Un primato negativo di questa missione fu che risultò la missione che produsse meno foto e video, dato che le due macchine fotografiche e la telecamera smisero di funzionare pochi minuti dopo l’allunaggio. Apollo 13 fu l’unica missione che non riuscì ad atterrare sulla Luna e che ebbe i più gravi problemi. A causa di un’esplosione a bordo, causata da un guasto elettrico ad un serbatoio di ossigeno, fu un vero prodigio che gli astronauti, dopo aver circumnavigato la Luna, riuscirono a rientrare vivi sulla Terra. Apollo 14 ebbe un problema che già si era presentato con il primo allunaggio di Apollo 11 e cioè durante la fase di discesa sulla Luna il radar di allunaggio del LEM andò fuori uso. L’allunaggio fu sul punto di essere abortito. Come già accadde ad Armstrong e Aldrin, anch’essi dovettero scendere sul suolo lunare utilizzando il controllo manuale. Apollo 15 non incontrò guai tecnici e tutto si svolse al meglio tranne il punto di allunaggio. Infatti il LEM si appoggiò sul suolo con un piede dentro un piccolo cratere. La cosa avrebbe potuto provocare un decollo troppo inclinato e impreciso dalla Luna, mancando così l’aggancio con modulo di comando e finendo per perdersi nello spazio. Per fortuna poi tutto andò bene al momento del decollo dalla Luna. Gli astronauti dell’Apollo 15 furono i primi ad utilizzare l’automobile lunare, il rover. Apollo 16 fu una missione regolare dal punto di vista del viaggio e tutto si svolse regolarmente, tranne che le fotografie che arrivarono sulla Terra molto rovinate. Infatti per causa ignota nella macchina di John Young entrò molta polvere che sporcò irreparabilmente l’obiettivo, degradando molte delle foto scattate. Apollo 17 anche se poco pubblicizzato fu il vero successo su tutti i fronti. Fu la missione che battè tutti i record: di durata, di quantità di rocce raccolte, del maggior numero di Km percorsi sulla Luna e che ottenne le immagini più belle e i risultati scientifici più importanti. Fu l’unica missione inoltre che mandò sulla Luna uno scienziato, il geologo Harrison Schmitt. L’unico inconveniente avvenne durante il rientro sulla Terra quando si verificò un brillamento sul Sole che sparò verso la Terra una nube di radiazioni solari letali per l’uomo. Gli astronauti per loro fortuna erano però ormai giunti all’interno dell’atmosfera terrestre prima dell’arrivo della tempesta magnetica solare. E così gli ultimi uomini a mettere piede sulla superficie del nostro satellite rimangono a tutt’oggi Eugene Cernan e Harrison Schmitt, il 14 dicembre 1972, quando Apollo 17 lasciò la Luna. L’ultimo volo della serie Apollo ha un doppio nome: nei testi di storia dell’astronautica è ricordato come la missione Apollo 18-Soyuz. Dura dal 15 al 24 luglio 1975 e rappresenta, in modo non solo simbolico, un’inversione completa rispetto agli esordi dei programmi spaziali. Invece della competizione con il blocco d’oltrecortina, qui c’è addirittura l’incontro nello spazio. Partite dalle loro basi a poche ore di distanza, le due navicelle, americana e sovietica, attraccano affiancate l’una all’altra il 17 luglio, nel bel mezzo del vuoto cosmico. I due equipaggi si incontrano, si stringono le mani e si scambiano doni e bandiere. Notevole benché non immediatamente percepibile è stato l’effetto scientifico e tecnologico che le missioni Apollo hanno avuto sul nostro mondo odierno. Tutte le nuove tecnologie utilizzate allora in via sperimentale fanno parte oggi della quotidianità. Per raggiungere la Luna, gli ingegneri avevano concretizzato dal nulla una tecnologia elettronica impensabile per l’epoca. Forse se confrontata a quella di oggi fa un po’ sorridere, ma è stata il trampolino di lancio verso il boom dell’informatica e dell’elettronica. Il computer di guida dell’Apollo era costituito dai primi prototipi di circuiti integrati. La tecnologia dell’integrazione dei componenti su una piastrina di silicio, fu realizzata proprio su commissione della NASA. Lo scopo era di realizzare circuiti sempre più piccoli e veloci, necessari per i controlli elettronici delle astronavi. Dalla telecamera che ci portiamo in vacanza, al navigatore satellitare, dal cellulare agli insostituibili computer, fino a internet, sono centinaia le ricadute dirette e indirette della sfida spaziale nella vita quotidiana. Se non si fosse sviluppato in maniera accelerata questo settore scientifico-industriale così affascinante non avremmo la TV satellitare, le parabole, i satelliti meteo e quelli per le telecomunicazioni. Senza l’impulso dato dai colossali finanziamenti confluiti in questo settore non avremmo oggi i potenti microprocessori nascosti nei nostri pc portatili o i nuovi materiali, le fibre di carbonio e quelle sintetiche e speciali, i robot industriali e gli apparecchi elettronici miniaturizzati. Quando oggi guardate un computer palmare, un cellulare, un orologio da polso digitale, una fibra ottica, le migliaia di dispositivi elettronici, non potete che pensare alle missioni spaziali, ma soprattutto all’Apollo, dove l’ingegno di tante persone è servito a creare qualcosa di utile e tangibile. La stessa tecnologia che ai giorni nostri, continua a portare gli uomini nello spazio, come gli Shuttle, deriva dall’esperienza accumulata dai programmi spaziali precedenti, soprattutto Apollo. Se si confrontano le strumentazioni del pannello di comando degli odierni Shuttle con quelle della capsula lunare dell’Apollo, si noterà una grandissima somiglianza. Ma non solo: i motori a razzo che equipaggiano lo Shuttle, sono il risultato dello sviluppo tecnologico dell’esperienza maturata con i potenti propulsori funzionanti a idrogeno e ossigeno liquidi, che equipaggiavano il secondo e terzo stadio del Saturn V. Ma purtroppo nel 1972, con il rientro sulla Terra dell’Apollo 17, si chiudono gli anni gloriosi dell’astronautica e delle grandi imprese spaziali. La NASA e le agenzie spaziali degli altri paesi hanno preferito dedicarsi alla costruzione della Stazione Spaziale Internazionale, con i lanci degli Shuttle e delle Soyuz per trasportare i pezzi da assemblare nello spazio. Decine di uomini e donne si sono succeduti a bordo, inclusi alcuni “turisti spaziali” che, dopo aver superato i test medici e pagato una cifra intorno ai 20 milioni di Euro, hanno potuto passare una decina di giorni nello spazio. In realtà la Stazione Spaziale è solo a meno di 400 km di altezza sopra la Terra, quindi la definizione di volo nello spazio è eccessiva. Siamo solo nella cosiddetta bassa orbita terrestre. La triste realtà è che da quasi 40 anni non ci sono più missioni umane al di fuori dell’orbita terrestre. La conquista dello spazio da parte dell’umanità sta segnando il passo. Negli anni ‘60 e ‘70 si immaginava che all’inizio del nuovo millennio l’uomo potesse stabilire basi fisse sulla Luna e viaggiare attraverso il Sistema Solare. Cinema e Tv decretavano il successo di opere dai titoli quanto mai esplicativi: 2001:Odissea nello spazio (base umana sulla Luna nel cratere Clavius e viaggio verso Giove), Spazio 1999 (base Alpha sito permanente sulla Luna), Star Trek (con astronavi in viaggio nella galassia). Ormai il 2000 è stato superato da un decennio e nulla di quanto preventivato allora si è ancora avverato. Dal punto di vista tecnologico le potenzialità per tornare ai viaggi fuori dall’orbita terrestre ci sono. Il problema più grosso, oltre a quello economico, è legato all’uomo come essere biologico adattato, in milioni di anni di evoluzione, alle condizioni esistenti sulla Terra. Per l’uomo restare per lunghi periodi nello spazio è complicato e pericoloso e bisogna utilizzare e migliorare la tecnologia disponibile per proteggere quel delicato meccanismo biologico che è il nostro corpo. Per lunghi viaggi nello spazio servirebbero astronavi che producano al loro interno una microgravità artificiale. Lo scorso anno la NASA ha reso pubblico il programma Constellation di cui si vociferava da anni. Un progetto che dovrebbe portare l’uomo prima sulla Luna e poi su Marte. Con il programma Constellation la NASA vuol tornare sulla Luna per rimanerci, costruendo una base permanente vicino al Polo Sud lunare con astronauti che si daranno il cambio dopo alcuni mesi di soggiorno, un po’ come avviene nelle basi antartiche sulla Terra. Questo servirà per imparare a vivere su un altro mondo in condizioni estreme e a mettere a punto le tecnologie utili alla permanenza di uomini anche su Marte. Infatti il fine ultimo del progetto Constellation riguarderà in realtà Marte. Perché ciò che sarà costruito per lo sbarco sulla Luna sarà utilizzato per il balzo verso il pianeta rosso. Luna, insomma, come campo di collaudo per Marte. Per adesso si è cominciato con la realizzazione dei vettori Ares necessari per raggiungere i due obiettivi. Lo scorso 28 Ottobre 2009 è stato effettuato il primo lancio sperimentale del razzo vettore Ares, che dovrà poi lanciare nello spazio gli astronauti a bordo della navicella Orion, l’erede dell’Apollo. Il programma Constellation è già stato approvato dal governo degli Stati Uniti dal punto di vista della fattibilità tecnico-scientifica. Manca però il via libera allo stanziamento dei fondi per coprire la spesa totale. La missione verso Marte sarà comunque difficile e c’è un alto rischio di perdere l’equipaggio, specie nei primi tentativi. Ma potrà comunque dirci se l’uomo può ambire in futuro a viaggiare nello spazio, quantomeno nel Sistema Solare, o se invece è destinato a rimanere confinato a vivere solo sul pianeta Terra.
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