1959  N°1

Appunti per l'insegnamento dell'italiano

su elemento friulano

di Andreina Ciceri

 

 

Dalla scuola elementare fino alle prime classi medie l'alunno può essere considerato un parlante, perchè trasferisce, negli elaborati scolastici, i vocaboli, i modi costruttivi e sintattici, la fraseologia del suo linguaggio quotidiano.

Questo trasferimento che non può e non sa ancora essere traduzione in lingua corretta, impone all'insegnante un duplice problema: un problema di gusto ed uno più propriamente grammaticale. E' stato ripetuto che gli elaborati d'italiano non vanno corretti, ma restaurati, nel senso di evitare il più possibile una contraffazione del pensiero e della personalità nascente nell'alunno con una sovrapposizione della nostra forma alla loro.

Il mezzo espressivo concresce con la graduale evoluzione dell'alunno, per cui sarebbe un errore falsare o mortificare la spontanea creatività del suo pensiero, non accettando l'apporto vivo e fresco della sua nativa espressione.

Cancellare una frase, significa spesso spegnere una immagine.

L'insegnante dunque dovrebbe accettare che nell'alunno il parlante sopravviva affinchè una sovrapposizione astratta dell'Italiano non tarpi le possibilità espressive dell'alunno, vigilando però perchè non avvenga una degenerazione verso una specie di gergo.

Ripeto che il saper riconoscere il limite e la misura dipende dal buon gusto dell'insegnante e dalla sua conoscenza del linguaggio nativo dei suoi alunni. Trattandosi di elementi friulani, speciali problemi di intraducibilità si presentano all'alunno tanto che, anche già adulto, egli difficilmente riuscirà a ripulire il suo italiano in modo che, qua e là, non si palesi il friulano travestito. Mi torna opportuno, a questo proposito, citare una affermazione dì Benedetto Croce: «Se un vocabolo suona come spiccatamente toscano e fiorentino, io napoletano non posso senza sconcezza incastrarlo in una mia prosa... La mia napolinità è tanto ineliminabile, quanto la patavinità di Livio». La radio e i giornali vanno facendo tale opera di livellamento che l'italiano ufficiale diventa sempre più preciso, tecnico, ma impersonale, mentre io amo piuttosto l'italiano ricco di colore, di pieghe ed anche di suggestive improprietà degli Autori.

In qualunque modo comunque, si intenda e risolva questo problema, è però sempre utile anzi necessario conoscere le caratteristiche e le deformazioni principali apportate all'italiano da un friulano.

Il fanciullo agisce in due sensi come parlante nei riguardi dell'italiano; con una azione di apporto lessicale dal friulano e con una azione di degenerazione dei vocaboli italiani per mezzo di prefissi, suffissi o storpiature vere e proprie. Ad esempio: inluminare, spasseggiare, scominciare, sbassarsi, infilarsi, inviarsi, ritardarsi, scomparirsi, sprivarsi, scombattere, disfreddare, giustare, aradio, gambio, incolorito, indificile, inacorto per accorto, fressura, squasi, indove, incontrario, distrano per strano, cinturia per cintura, ecc.

Il periodo del friulano che scrive in italiano, è generalmente duro e mal articolato perchè i ragazzi non conoscono che poche congiunzioni italiane e usano più spesso « allora » e « così » non tanto nel loro senso temporale e modale, quanto in senso causale e consecutivo, mentre talvolta introducono persino certe tipiche locuzioni friulane: giusto che, proprio che per «nel momento in cui»; di quella strada nel senso di «nello stesso tempo, contemporaneamente»; via per Testate o sull'estate per «durante l'estate»; ben andando per «mentre si va»; ben se = a patto che... ecc.

Molto frequente nel friulano è l'uso di perifrasi. Così il verbo « dovere » è sostituito dalle espressioni: si ha ài, tocca di, sono di per «si deve». Altre circonlocuzioni comuni sono: a me fanno di bisogno o a me vogliono per « mi occorrono », mi torna conto per « mi conviene », è dietro che per « è intento a », sono a stare per « abito », avere meglio per «preferire», mettersi a per «cominciare», essere in parola per « avere promesso », aver paura per « credere », non arrivare ad ora per « non riuscire », saltano fuori per «escono », essere intrigato a per « stentare a », trovarsi da dire per «bisticciare»; senza contare la fraseologia molteplice basata sui verbi più comuni come FARE: fare fuori — finire, fare su = costruire, fare stato =. fare affidamento, fare di — fingere, fare il fisco = fare una scenataccia; sul verbo VENIRE : venire maturo = maturare, viene grande — cresce, vengono fuori = sono inventati, mi viene su = mi ricordo; sul verbo ANDARE: andare dietro = dare retta, andare bene per = essere utile per, andare maestro, andare prete = studiare per maestro, per prete, ecc.

Queste perifrasi trovano talvolta la loro ragione e la loro origine nella tendenza del friulano a concretizzare i concetti, concentrandoli in immagine definita, così per « non dormire affatto » dirà non dormire occhio, per « vivere » dirà tirare il fiato, perdere i sentimenti per « impazzire », tirare la gola per « desiderare », non rompersi per « non preoccuparsi », dare una mano per « aiutare », non aver cuore per « non osare », mi cade il cuore per « muoio dal desiderio », mi cadono le gambe per « mi scoraggio ». Per la stessa ragione, cioè per esigenza di concretezza, il friulano non si accontenta di dire: «Sono venuto da Torino», ma dirà: «sono venuto qua da Torino», anzi « di Torino » perchè il friulano sostituisce la preposizione « di » alla preposizione « da » quasi costantemente.

La metafora, cioè il parlare per figure e traslati, è una caratteristica del popolo, anzi del popolo-poeta, secondo la concezione ottocentesca, cosi anche il popolo friulano ha un linguaggio immaginifico: dirà: fare molte vite per «faticare», menare per lingua per « sparlare », battere la luna per « tormentarsi », ecc.

Spesso però si tratta di vere improprietà, cioè dell'uso abnorme di certe parole così: pagare nel senso di « offrire », usato per « abituato », affetto per « buona volontà», cercare per «tentare», stabilire per «intonacare», pararsi per «difendersi», passare un muro per « scalare un muro », contendersi per « bisticciare », riva per « salita », montare e smontare per « salire » e « scendere », smarrire per « perdere il colore» ecc.

Passando dal lessico alle caratteristiche sintattiche, lungo sarebbe il discorso e più adatto ad altra sede: diversa posizione del soggetto, costruzione delle interrogative, preferenze per le forme definite contro le indefinite («Perchè la rimproveri?» piuttosto che «Perchè rimproverarla?»), perle forme positive contro le negative («Ho solo che un libro » piuttosto che « Non ho che un libro »).

Il friulano, per influenza delle parlate settentrionali, ha perduto Fuso del passato remoto che ormai suona arcaico, ed usa preferibilmente il passato prossimo (con frequenti errori di ausiliari: es. «ho stato»).«Il participio presente ed il participio passato sono difficilmente usati come verbi.

L'insegnante avrà poi spessissimo da lamentarsi dell'incapacità dello studente friulano a declinare il pronome « che ».

Aggiungo il frequente uso di anacoluti e trasposizioni con orribili risultati, come nei casi seguenti:

 

St trova abbastanza in una bella posizione...

Due anni dopo nato io...

Quel ponte che ci vogliono dieci minuti a passarlo...

Ero tutta che tremavo...

Quella volta di Giacomo che è tornato...

Come giovani che noi siamo...

Sono sempre che fanno dispetti...

E' un uomo che nessuno lo capisce...

 

Curioso è certo uso della preposizione «a»; Si vede a cadere la neve; si sente a cantare; lo tengo a caro; te lo do a gratis.

Moltissime poi sono le osservazioni in campo morfologico: importante osservare che l'imperativo negativo si forma col verbo «stare» che talvolta troviamo... trasportato in italiano: Non stare a far dispetti per «non fare» dispetti; così la forma iterativa in friulano si vale del verbo « ritornare » : « Io l'ho rivisto » diventa « Io l'ho tornato a vedere», «Io scrivo di nuovo» = «Io ritorno a scrivere». Caratteristica è anche la sostituzione, nel superlativo avverbiale, di «tutto» a «molto»: Ero tutto contento! E la forma «che no» invece che «di» o il semplice «che» per introdurre il complemento di paragone, dopo un comparativo di maggioranza: E* più intelligente il cavallo che no il bue.

Nel campo degli avverbi, come in quello delle congiunzioni e dei solecismi preposizionali, c'è un vasto e mobile corredo fraseologico. E' da notare che non è propria, nel friulano, la forma in « mente » dell'avverbio; a questa viene piuttosto sostituita la forma ripetuta : « Mi guardava fissa fissa » (invece che fissamente).

Queste sono le forme più tipiche che si incontrano negli scritti di uno studente friulano di scuole elementari e medie (specie dei centri minori della Regione), senza contare le... perle fraseologiche ben più grossolane che fioriscono l'esposizione orale meno controllata per lo sforzo di traduzione immediata, giacché si tratta di vera traduzione: dal pensiero friulano alla forma italiana.

Riporto alcune di queste... perle frequenti: Vengo qua di un poco. - Cantiamo di tutti i canti. - Non è di giusto. - Con di più. - Dopo mai che non vado. - La Domenica che viene (ventura). - Non lo spio a di nessuno. - Tra che non sto bene e tra che... - Per ordine che (= man mano). - Sono solo che gridano (dove «solo» non ha valore privativo, ma frequentativo). - Dammene un pochi (= alcuni. L'articolo «un» serve a dare senso indefinito. Ne ho presi un quattro!). - Non erano chissà quanti. - Ho più solo quattro giorni. - A stupido via (complemento di modo). - Che tanti giocattoli che hai. - La chiave era di su (= sulla toppa). - Pensatevi voi. (Pleonasmi pronominali frequenti quanto quelli delle negazioni: Nessuno non... Mai non...). - Di piccola in su. - Ho un libro che di su ci sono tante figure.

Il discorso è inoltre abbondantemente disseminato delle forme intercalari: «Ve'», « Po' », « Mo' ».

Ciò che ho scritto ha valore soprattutto esemplificativo: ogni insegnante per conto suo, nel vivo del lavoro didattico, può raccogliere una infinità di espressioni e passaggi del genere per poi riproporli alla correzione degli alunni.

Esercizio utilissimo e, direi, indispensabile questo dell'autocorrezione dove si raccolga tutta la gamma degli errori: da quelli di ortografia (in friulano non esistono quasi le doppie) a quelli di grammatica, dalla sintassi al lessico, dalle concordanze verbali agli usi fraseologici.

Queste esercitazioni, ripetute più volte, abitueranno l'alunno anche alla autocritica, e lo aiuteranno ad usare un italiano più lindo ed appropriato. Tuttavia gli concederemo qualche andatura svelta e parlata, quando non leda le... sacre leggi grammaticali, affinchè non si cada in una forma fredda e mummificata.

 

BIBLIOGRAFIA

 

G. MARCHETTI - Lineamenti di grammatica friulana. Udine - S.F.F. 1952. G. LORENZONI - Appunti di sintassi friulana. Riv. della S.F.F. Anno VI pg. 93. U. PELLIS - Politica di confine. Riv. della S.F.F. 1924-26. SIMZIG - Solecismi nella parlata goriziana. Gorz. 1889.

Studio pubblicato anche nella rivista «Studi e ricerche», Anno VII, sett.-ott. 1953; diffuso nelle Scuole elementari a cura del Provveditorato agli Studi.