Tempo di Cosacchi A lezione di storia per ripudiare la guerra di Mirella Comino Osso | |
Guerra: quante volte è entrata nei nostri discorsi e nei nostri pensieri, soprattutto da un anno a questa parte, da quando i televisori ci hanno dato le prime immagini del cielo di Bagdad illuminato dalla contraerea come da un'esplosione di fuochi d'artificio. Il Golfo e il Curdistan, gli stati dell'Ex Unione Sovietica e quelli dell'ex Jugoslavia, per non parlare di decine di altre regioni del mondo in cui i focolai di tensione sono ormai un male cronico e dimenticato, sono i luoghi in cui, solo negli ultimi mesi, si è ripetuto il terrificante appuntamento con la violenza, la fame, la miseria, il dolore, la morte. Noi, spettatori rassegnati e distanti, siamo sommersi da immagini e bollettini che ci lasciano inorriditi. Consapevoli di non possedere mezzi efficaci per sollevare le sorti di coloro che ne sono protagonisti e vittime, spesso non siamo neppure capaci di riconoscere pienamente il valore di quel bene inestimabile che, pur tra errori e sacrifici, siamo riusciti a conservare e far crescere da quasi cinquant'anni nei nostri paesi: la pace. E ci lasciamo cogliere dall'indifferenza. Ma alla guerra non ci si può rassegnare, come non si può dare per certo che la pace sia una conquista definitiva, alla quale basti, per sopravvivere, l'esperienza consolidata delle nostre Istituzioni e la sicurezza delle nostre case. Soprattutto non ci si può rassegnare al fatto che i bambini, che avranno il compito di difendere la pace nel loro futuro, possano affrontare questo problema con superficialità, assorbendo immagini e notizie quotidiane dei mezzi di comunicazione che confondono realtà e fantasia, spettacolo e cronaca, finzione e verità. La guerra non è qualcosa che accade solo nei film, o in luoghi lontani e sconosciuti con cui non abbiamo niente a che fare. Non è nemmeno quella che si legge sui sussidiari, costretti a raccontare momenti della grande storia e a dimenticare le singole storie delle persone, delle famiglie, o delle comunità locali che sono le tessere insostituibili del mosaico generale dei grandi eventi. Gli eserciti formati da figure senza fisionomia non sono, nell'immaginazione dei bambini, né più né meno di grandi squadre che si fronteggiano in una gigantesca partita: ieri soldatini di stagno, oggi videogames, non sono altro che giocattoli che non possono raccontare la sofferenza e la paura di padri, madri, figli, fratelli, amici costretti a scommettere sulla vita giorno per giorno. La guerra, insomma, non si può stare a guardare in poltrona come se fosse qualcosa che accade dietro ad uno schermo. La distanza nello spazio e nel tempo non sarebbe in ogni caso sufficiente a difenderci dal pericolo che essa possa un giorno infiltrarsi di nuovo nei nostri paesi; soprattutto non potrebbe mai giustificare la nostra indifferenza e la nostra responsabilità nella formazione della coscienza civile dei nostri bambini, figli o alunni, che si prendono in eredità questo mondo così difficile. E poiché non è con le prediche né con gli slogan che si ripudia la cultura della guerra e si coltiva la cultura della pace, i bambini delle scuole del Circolo di Buja, con la collaborazione delle loro famiglie, hanno trovato il modo di colmare le distanze di spazio e di tempo che li separano dal capire il significato di quella terribile realtà di paura e di morte. Hanno innazitutto inviato direttamente ai bambini di Buje d'Istria, in Croazia, generi alimentari e materiali scolastico acquistato con le offerte loro e delle loro famiglie. Hanno "restituito", insomma, quel gesto di partecipazione umana con cui gli alunni della cittadina istriana furono presenti nelle nostre scuole subito dopo il terremoto del '76 ed hanno così cementato un rapporto di conoscenza, rispetto ed amicizia che promette di essere più bello e più grande già dal prossimo futuro: se è vero che la violenza genera spirali di violenza, è pur vero che la solidarietà fa crescere solidarietà! Alcuni di essi, poi, ripercorrendo itinerari didattici ormai usuali nelle nostre scuole, hanno fatto ritorno al passato, raccogliendo testimonianze dirette dai loro stessi conoscenti che hanno vissuto l'esperienza della guerra. Accogliendo l'invito del Comitato "Chei di Ursinins Pizzul" hanno mirato le loro ricerche su un periodo particolarmente difficile e doloroso che Buja attraversò prima della Liberazione: il tempo dei Cosacchi. "Brevi pagine della triste tragedia... vergate affrettatamente senza pretesa artistica, forse nemmeno stilistica, giorno per giorno sotto l'incalzare degli avvenimenti. Faville sprizzate dal ferro arroventato; briciole di storia, rosse di sangue, intrise di pianto, raccolte dal cronista: per quelli che erano lontani... e non ci credono; per gli immemori che troppo presto dimenticarono; per quelli che verranno e non potranno pensare che i nonni raccontino una favola truce... Testimonianze di tempi di ferocia, quando l'"homo homini lupus" era assurto, forse come non mai, a sistema tra gli uomini": è così che Pietro Menis introduce il suo "Tempo di Cosacchi", pubblicato nel 1949, che racconta quasi giorno per giorno, dal 4 ottobre '44 al 28 aprile '45, la terribile esperienza che Buja affrontò nel convivere con questo popolo mandato dall'esercito tedesco per difendersi dai Partigiani. Così, per capire e per non dimenticare, come era nelle intenzioni di Pietro Menis, hanno lavorato i bambini di oggi. Hanno imparato dai nonni che la favola truce, purtroppo, era vera e che non ci sono popoli buoni e popoli cattivi, ma popoli che soffrono perché la guerra li fa diventare lupi gli uni agli altri. "E vevin copât un Cosac, e tal tacuin lui al veve la fotografie dai soi frutins", scopre Stefania nel racconto della nonna. La guerra è questa. Possiamo sperare che, guardando con più chiarezza le immagini del televisore e del libro di storia, Stefania e i suoi amici abbiano cominciato a rendersi conto che ci vorrà anche tutto il loro impegno perché il tempo dell'"Homo homini lupus" abbia finalmente termine.
Tempo di cosacchi: testimonianze raccolte dagli alunni delle scuole elementari di Buja
La nonna: Al timp dai Cosacs 'o vevi nûf ains e mi visi ben de vuere. Le vuere e je une brute robe, e mi visi che i Cosacs e son stâs a durmì tal fen. Mi visi ancje che sul puint de Ledre e' vevin copât un Cosac e in tal tacuin lui al veve le fotografie dai soi frutins. STEFANIA sc. "Maria Forte"
Nonna Vilma: I Cosacchi del Don sono arrivati anche da noi assieme ai Tedeschi. Erano partiti con tante speranze e illusioni; gli era stato promesso che avrebbe avuto una casa e terra da lavorare. Invece per mangiare dovevano andare a rubare, anche il fieno per i cavalli. Era povera gente affamata, e gli uomini, quando bevevano, diventavano cattivi. Un giorno arrivarono in una casa di S. Floreano all'ora di pranzo e, nel veder tutto il ben di Dio che c'era in tavola, si sedettero e mangiarono tutto quando. Bevvero tanto che si ubriacarono e diventarono molto cattivi e pericolosi. Una persona di quella famiglia, quando vide che i Cosacchi maneggiavano i fucili, riuscì a fuggire e venne in casa mia a chiedere aiuto. Io corsi a Santo Stefano dove c'era il Comando tedesco e pregai il comandante di intervenire e portarli via. Così fu fatto. Quella famiglia fu salva. JACOPO, ELEONORA e NICOLA sc. "Maria Forte"
Nonna Attilla di 15 anni e zia Norma di 72: A' jerin tant poars e tant sporcs e plens di pedoi. A' passavin sui cjars tirâz dai cjavai come chei dal Far West, e a' vevin stivalôns di corean e colbacs sul cjâf e si taponavin cun mantelinates par parasi dal frêt. Teresie e à dite che je sintive a dî "Nima Karusc" ma no sa ce ch'ai voleve dî. RACHELE, sc. "A. Manzoni"
La signora Angela: Indosssavano ampi cappotti stretti in vita, il colbacco e i pantaloni infilati negli stivali. Le donne erano poco eleganti, vestite con ampie gonne lunghe, grossi maglioni e stivaletti. GIULIO, sc. "M. Forte" La nonna: Erano povera gente che cercava da mangiare per sé e fieno per i cavalli. Loro, in cambio, ci davano zucchero e sale. Qui nella scuola era venuta una compagnia con una regina (così dicevano loro) e lì suonavano e ballavano danze russe, come adesso si vede in televisione. VITTORIO, sc. "A. Manzoni"
Il nonno: I Cosacchi venivano spesso da me per mangiare. Io li accontentavo volentieri e stavo spesso con loro. FRANCESCA, sc. "M. Forte"
La nonna: Ancje lì di nô al è rivât un tenente e al è deventât paron di cjase nestre. Nus comandave duc'. Al beveve tante vodka e i plaseve el peperoncino. Al durmive te cjamare dal nono e si sierave dentri a clâf. Une volte al à cjapât tal braz gno fradi e le dì dopo al jere plen di pedôi. ANDREA, sc. "A. Manzoni"
Il papa: Ero piccolo, appena nato, quando una notte sono entrati in camera due Cosacchi. Mentre uno dei due cercava nei cassetti e negli armadi, l'altro giocava con me che ero nella culla. I due rimasero nella camera alcuni minuti, poi andarono via senza prendere niente e senza fare del male alle persone che si trovavano in casa in quel momento. ELEONORA, sc. "M. Forte"
La zia: Me none a jere tal jet cun duc' i soi fìs e a gno pari, che al jere el plui pizzinin, i tignive le man su le bocje par che no lu sintissin a vaî, parceche a' vevin pôre di lôr. ALESSANDRO sc. "M. Forte"
Nonna Nella: Jo no vevi pôre dai aparechios che vignivin a bombardâ, ma i vevi tante pôre dai Cosacs e dai Mucs, parceche cuanche jentravin tes cjases, a' davin une grande pidade par viergi le puarte.
Nonna Menie: Se nô jerin in taule a mangjâ, nus fasevin jevâ su, si sentavin ju lôr e a' mangjavin su dut. Po' nus tiravin i vansums. PIERO sc. "A. Manzoni"
Nonna Zoilla, di 71 anni: Un giorno arrivarono tutti incappucciati ed entrarono in casa come se fossero stati padroni. Mangiarono tutto ciò che c'era di meglio, poi, non contenti, se ne andarono nei nostri campi a rubare pannocchie per i cavalli. ALBERTO sc. "A. Manzoni"
Nonna Adelina: Per sé chiedevano in particolare "vinavina". Un giorno, dopo aver bevuto e mangiato in casa nostra, uno di loro tirò fuori dalla giacca una piccola armonica e si mise a suonarla, così la loro sosta finì in allegria, perché fecero ballare anche mia madre. CRISTIAN, sc. "A. Manzoni"
Il signor Danilo, di 70 anni: Spesso si ubriacavano bevendo alcol puro e allora diventavano cattivi, non ragionavano più. A conferma di ciò sappiamo che ad Avilla hanno ucciso due persone, di nome Diego e Claudine, sulla piazzetta di Ganzitti. DANIEL, sc. "M. Forte"
La zia Vilma: Un giorno vennero ad Avilla, nella famiglia "di Ciane". Lì una ragazza era stata uccisa mentre scendeva le scale della camera. I Partigiani dicevano che erano stati i Cosacchi, i Cosacchi dicevano che erano stati i Partigiani e che loro erano entrati in casa solo per chiedere da mangiare. Poi, per vendicarsi dell'accusa, uccisero due giovani Partigiani, ma non si seppe mai come andarono veramente le cose. ANGELA, sc. "M. Forte"
Nonna Carolina, di 12 anni: Avevo ospitato per una notte due cugini partigiani che erano appena scappati dalle camere quando giunsero i Cosacchi. Stavo salendo le scale esterne per andare a mettere a posto i letti in modo che non si accorgessero che qualcuno aveva dormito lì quella notte. Un Cosacco, dalla casa di fronte, mi vide e capì. Allora mi sparò un colpo, ma il suo compagno alzò con la mano la canna del fucile e deviò la pallottola, che mi passò sopra la testa. CLARA sc. "M. Forte"
Nonno Fermo di circa 65 anni: Un giorno stavo tagliando "cinquantin" con mio fratello in un campo a un chilometro da casa. Arrivarono i Cosacchi e cominciarono a tagliarne anche loro a poca distanza da noi, che facemmo finta di non vederli e continuammo a lavorare. Mia madre, che aveva saputo da altre donne cosa stava succedendo, arrivò di corsa e cominciò a gridare "I Partigjans, i Partigjans!". Loro si spaventarono davvero, ma pensando che i partigiani fossimo io e mio fratello, cominciarono a spararci e a rincorrerci, mentre noi, spaventati a morte, cercavamo rifugio nel bosco. Per fortuna riuscimmo a sfuggirli. MARTINA, sc. "M. Forte"
Nonno Romeo, di 70 anni circa: La notte dell'Epifania sono stato svegliato da forti rumori: erano una trentina di Cosacchi con i loro cavalli e cercavano un partigiano della mia famiglia. Ci hanno fatto alzare dal letto e radunare in cucina, mentre loro cercavano dappertutto, persino sul fienile. Al mattino successivo, quando la gente passava per andare a messa, facevano entrare tutti nel cortile, minacciandoli col fucile per avere le informazioni che volevano. Tra di loro, per fortuna, c'era uno che parlava francese, e così, alla fine, ci siamo potuti spiegare. MICHELE sc. "M. Forte"
Nonna Nella: Una mattina i Cosacchi vennero con le loro carrette trainate dai cavalli ed entrarono nelle case per prendere cibo e fieno. Quando furono nella casa di Tobiute, furono visti da un partigiano che non esitò un momento a fare fuoco contro di loro, i quali risposero con i loro fucili e lo ammazzarono.
Nonna Alma: Due mie cugine che abitavano nel Borgo Schiratti, per sfuggire ai Cosacchi entrati in casa, scapparono in soffitta. Essi le raggiunsero e una di loro, per non farsi prendere, si gettò dalla finestra. Cadendo, però, si fratturò braccia e gambe e rimase per sempre invalida. I paesani la misero su di un carro (io l'ho vista a Camadusso) e la portarono per le vie del paese per far vedere a tutti com'era finita quella povera ragazza per sfuggire alle mani dei Cosacchi. GIULIA, sc. "M. Forte"
Nonna Teresa, di 71 anni: Una volta mi stavo recando ad Ontegnano quando mi si avvicinò un Cosaco e mi prese sottobraccio per infastidirmi. Spostandomi da lui con gentilezza, ma anche con decisione, gli feci capire di lasciarmi stare. La sua reazione, dopo un attimo di smarrimento, fu quella di mettersi a ridere coi suoi amici, coi quali, per fortuna, se ne andò. ALESSIA sc. "M. Forte"
La nonna: A' son tornâs plui voltes in paîs par far rastrelamenz cui mucs e a' puartavin vie dut: lampadines, radios, purciz, gjalines, linsui. PAOLO sc. "A. Manzoni"
Nonno Enore: I Cosacchi entravano nelle case e prendevano tutto quello che capitava, così un giorno uno di loro rubò una sveglia e se la mise sotto il cappotto. Ritornato in strada, la sveglia cominciò a suonare. Spaventato, credendo che fosse chissà quale diavoleria, il Cosacco la prese e la buttò per terra, mentre la sveglia continuava a suonare a tutto spiano. Allora prese il fucile e le tirò uno, due, tre colpi e poi, per essere proprio sicuro che fosse finita, le diede un calcio e scappò. NICOLA, sc. "M. Forte"
Nonna Teresa, di 91 anni: Una volta sono entrati in chiesa ed hanno cominciato a dir messa per conto loro. Nessuno doveva muoversi, se no erano guai. Poi sono usciti ed hanno continuato ad andare per le case a rubare, maltrattando che non li accontentava. Nonna Pina di 84 anni: Un giorno abbiamo rubato uno dei cavalli della principessa cosacca. Quando se n'è accorta ha mandato dei soldati a dire che, se il cavallo non veniva restituito, lei avrebbe fatto incendiare Collosomano. Allora, di nascosto, l'animale le fu reso per evitare guai più grossi. LUCA sc. "M. Forte"
Nonno Gjdin: Molta gente di Buja acquistò cavalli cosacchi, che erano grandi e forti. Anch'io ne comprai parecchi. TATIANA sc. "M. Forte"
Lo zio Luciano: Allora avevo dieci anni. Un giorno mi avvicinai al recinto in cui i Cosacchi si erano accampati e vidi che giocavano a carte. Allora approfittai della loro distrazione e rubai una mucca. Quando arrivai a casa, mio padre scappò nel bosco perché sapeva che avrebbero cercato l'animale dappertutto. Infatti setacciarono il paese e anche la nostra casa, senza però trovare niente perché la mia famiglia aveva nascosto la mucca sotto terra, nell'orto, dopo averla uccisa e tagliata a pezzi. C'era fame e miseria per tutti, allora, e così dividemmo la carne della mucca con gli altri abitanti del borgo. GINO sc. "M. Forte"
Nonno Luciano di 70 anni: Il mangiare mancava a tutti. Loro, non avendo niente, si fermavano sui margini della strada e cucinavano quello che trovavano, anche le ortiche. DAVIDE sc. "M. Forte"
Zio Ermelio: Avevo solo dodici anni, ma mi ricordo bene la loro "tecnica" per uccidere le galline. Un giorno, dopo aver saccheggiato tutto il vicinato, erano riusciti ad entrare nel mio pollaio. Erano in tre. Due di loro acchiappavano le galline e le anatre, il terzo, seduto su un tronco, le uccideva: torceva loro la trachea e poi tirava loro il collo. Con un breve schiamazzo, le bestie morivano. Quando ci trovavamo in queste circostanze, noi chiudevamo tutto a chiave e ci rifugiavamo nel fienile. E dal fienile si spiava tutto... SANDRO sc. "M. Forte"
Nonna Alma: Une dì dal mês di marz dal '45 mê mari mi mandà a cjapâ-su tale in tai prâz sot el borg di Bertòs. Dopo un pôc i alzi i vôi e i viôt tre Cosacs che mi vegnin incuintri par cjapâmi. Spaventade, j lassi el gei tal cjamp e mi met a cori viers di cjase berghelant. Cuanche mê mari mi à cuietade, mi soi inacuarte che 'i eri discolce, parceche cul cori, par scjampâ, i vevi pierdudes les mules che no ai cjatât plui. PAOLO sc. "M. Forte"
Nonna Anna di 72 anni: Nel comune dove sono nata, i Cosacchi avevano occupato tutto il paese di Alesso e gli avevano anche cambiato nome: lo avevano chiamato Novocerkascsk. Io e una mia amica, che andavamo a portare da mangiare negli stavoli, in montagna, ai partigiani, siamo state perquisite e derubate di tutto quello che avevamo in gerla. Temevamo anche di essere fucilate. Papa: Fino a qualche tempo fa a Braulins c'era un cimitero cosacco. SAMANTHA sc. "M. Forte"
La nonna Angelina, di 71 anni: Nel Cimano i Cosacchi erano accampati "là dal Clap", una specie di isolotto tra i due ponti della ferrovia, sul Tagliamento. Un giorno l'aviazione alleata, cercando di bombardare il ponte, sganciò molte bombe. Alcune caddero sull'isolotto e i Cosacchi morirono tutti. La nonna di Villanova, di 67 anni: Nella primavera del '45, sulla piazza del paese, c'erano un uomo e una donna cosacchi su un carretto trainato da due cavalli. I tedeschi li hanno catturati e portati verso la fine del paese. Di loro non si è saputo più niente. ELISA se. "M. Forte"
Nonno Aurino, di 74 anni: Mio padre diceva che, quando i Cosacchi avessero fatto bere l'acqua del Tagliamento ai loro cavalli, allora la guerra sarebbe finita. Invece abbiamo dovuto sopportarli per molti mesi, anche se i loro cavalli stavano sul Tagliamento come in qualunque altro dei nostri paesi! GLORIA sc. "M. Forte"
Il signor. Fermo: Quando se ne andarono, tanti furono uccisi dagli Inglesi sul ponte del Ledra. Tutti i loro cavalli che poterono essere catturati, furono presi dalla popolazione locale. Coloro che riuscirono a sfuggire furono bombardati sul Ponte della Delizia. I pochi sopravvissuti furono mandati in campo di concentramento. Alcune famiglie furono viste da emigranti friulani in Venezuela. FABRIZIO sc. "M. Forte"
Nonna Franca: Gnò barbe Tite e i Cosacs e' vevin fate amicizie. Une dì un capo, che lu clamavin "Principe", i dìs a gnò barbe: "I ai di là a Dartigne, ma 'o ai pôre dai partigjans". Cussi i à lassât un pôs di bêz, aur, dos pelices e l'indiriz di cjase sô, che se i tocjave alc di brut i spedissin vie ae femine i bêz, l'aur e une pelice. Che atre pelice e un tocut di aur lu lassave a gnò barbe. Nancje che le ves sintude, cuanch'al ere sul puint di Dartigne i Partigjans i àn fate une imboscade e al è muart. Gno barbe alore al à spedît le robe, come che i veve dite lui, e al à tignût le pelice par fodrà un capot e cul aur al fat anel che lu meteve simpri. Dopo un pôc le femine di chel poaret i à scrit par ringrazialu. Cheste storie no pues dismenteale, che quasi no semee vere, epûr in che volte che jere le vuere an di sucedeve tantes di chestes robes brutes! SARA sc. "A. Manzoni". |