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PICCOLI    MEDAGLISTI   PER  NOVE   LEGGENDE

di Mirella Comino

 

Tutto è cominciato nel settembre del ’96, quando i ragazzini di seconda e terza elementare della scuola “Maria Forte” di Avilla, dovendo iniziare uno studio della realtà locale, dedicarono la mattinata di un venerdì alla visita della mostra dei medaglisti bujesi, allestita nelle vetrine di oltre quaranta negozi di tutto il territorio comunale, con un’appendice didattica nella sala d’ingresso del municipio.

Non è facile dire che cosa li abbia colpiti di più: se le figure, a volte già note, come l’Orcolat di Monassi e ritratti dei nipoti di Enore Pezzetta, che erano stati compagni di scuola l’anno prima, oppure la sorpresa di scoprire che Buja, il loro paese, è “Città d’arte della medaglia” perché ha dato i natali ad alcuni dei più grandi incisori di questo secolo, famosi in tutto il mondo. Resta il fatto che, finito il giro tra le vetrine dei negozi in cui brillavano insolitamente quei cerchi di metallo pieni di figure, la visita in municipio alle bacheche in cui si illustrava la nascita di una medaglia suscitò un coro di “perché” e di “come si fa”. Il proposito di diventare immediatamente, quello stesso pomeriggio, medaglisti di prim’ordine fu immediato.

Per non deludere le attese, bisognava dunque cominciare, non senza però aver preso l’impegno di non improvvisare, ed anzi, di seguire rigorosamente le tappe fondamentali che si erano viste nella parte didattica della mostra. Si stabilì, cioè, innanzitutto che medaglia vuol dire, di solito, “cerchio di metallo con messaggio celebrativo” e che nessun risultato poteva essere atteso senza un’idea ed una progettazione. Non so quanti dei 38 alunni che avevano visitato la mostra fossero convinti di portare a casa quello stesso pomeriggio il loro capolavoro, ma so per certo che tutti impararono immediatamente che medaglia vuol dire anche tanta pazienza e lungo lavoro: quel pomeriggio, infatti, faticarono ad esprimere un’idea di qualcosa che valesse la pena di essere “celebrato” ( le vacanze? il compleanno? le persone care? ) e, quando l’ebbero trovato, faticarono ancor di più a farlo “entrare” in un cerchio dove le linee d’orizzonte e di appoggio, che per loro sono punti di riferimento fondamentali quando disegnano, dovevano sparire per non “tagliare” la composizione. In qualche modo, tuttavia, il progetto prese forma e, rinunciando a malincuore al sogno di realizzare una vera medaglia destinata all’eternità, ci si accontentò di plasmarla con materiali di cui i bambini hanno una grande dimestichezza: la pasta di das o la pasta di sale, che seguono, in ordine di tempo, l’uso del pongo nel fare animaletti e statuine nelle ore di attività integrative. Il bagliore del metallo sarebbe diventato quasi reale attraverso una spruzzata di quella porporina che si usa per Natale.

Ma queste non erano “vere” medaglie. Mancavano le scritte in rilievo e la possibilità di rispettare i dettagli del disegno, perché quel tipo di materiale da modellaggio è troppo attaccaticcio e anche perché non era facile rendersi conto di cosa significasse tradurre un progetto bidimensionale in un lavoro in cui si doveva dare anche una profondità; mancava poi la consapevolezza di un evento veramente importante da ricordare. Mancava soprattutto quel senso di immortalità che solo il metallo può dare. Bisognava proprio ripartire daccapo.

L’occasione “celebrativa” si presentò allorché nella scuola prese forma in modo concreto e definitivo il progetto “Lejendis atôr par Buje” un lavoro da realizzare tutti insieme con la collaborazione delle famiglie, per creare una specie di “gioco dell’oca” in cui le varie caselle ospitavano, di volta in volta, una delle tante leggende della tradizione orale di Buja, alcune delle quali riportate nella 2^ edizione dell’ormai introvabile “Lis Lejendis di Buje” di Pietro Menis (S.F.F.,1979). Le leggende erano state raccolte attraverso un’indagine nelle famiglie degli alunni e le più belle erano state narrate a scuola dagli stessi intervistati, proprio come facevano i nonni di un tempo. Era un evento importante per la scuola, impegnata in un lavoro comune senza distinzione di classi, ma ciò che colpì soprattutto la fantasia dei bambini fu la straordinarietà delle storie ascoltate, di gran lunga più interessanti dei cartoni animati e, per di più, ambientate sulla porta di casa.

Poiché le leggende venivano trasformate in immagini, necessarie alla costruzione del gioco, gli aspiranti medaglisti pensarono che alcune di esse potevano tradursi anche in medaglie. Dire “alcune” significava necessariamente effettuare una scelta: non tutti i progetti andavano bene, perché intraducibili nelle condizioni richieste dalla medaglia (forma, dimensioni dei particolari, rilievo) o perché ripetitivi. Nemmeno tutti i “medaglisti” potevano andar bene: non c’era né l’attrezzatura, né l’organizzazione sufficiente per ammettere ad un lavoro di così grande precisione 38 allievi di sette- nove anni. Solo nove, scelti sulla base della funzionalità di altrettanti progetti, trovarono posto nell’ “avventura- medaglia”.

Una medaglista tra quelle che avevano partecipato all’esposizione di settembre, Gia Osso, accettò di guidare l’iniziativa sotto l’aspetto tecnico suggerendo e mostrando le varie fasi della lavorazione e consigliando gli acquisti assolutamente indispensabili per arrivare al traguardo. A questo proposito, la plastilina per eseguire le prime bozze, il gesso da dentista per i calchi ed alcune piccole punte di metallo rigido e resistente (che si concretizzarono in alcuni cacciavite di precisione del tipo usato dagli orologiai) costituirono la spesa di base. Altri acquisti furono polvere di talco (proprio quella da toeletta) per evitare che la plastilina si attaccasse alla colata di gesso e sapone di Marsiglia che ha la stessa funzione, ma per separare il gesso negativo dal positivo. Il resto del materiale  richiese solo un ulteriore sforzo di immaginazione: un vecchio pallone da calcio, tagliato a metà, funzionò benissimo come contenitore morbido per mescolare il gesso a presa rapida con l’acqua evitando incrostazioni; alcune fasce di ottone ricotto furono utilizzate per “recintare” il cerchio entro cui doveva crearsi il lavoro; avanzi di piastrelle da bagno costituirono la base di appoggio, pezzi di manici forniti da una falegnameria locale come materiale da riciclare diventarono i mattarelli necessari a “tirare” le sfoglie di plastilina. Il lavoro poteva partire.

Alessandro Bidoli, Anna Bortolotti e Marianna Aiello di classe seconda e Daniel Celotti, Elisa Ursella, Massimo Bortolotti, Michele Durisotti, Serena Cecconi e Massimiliano  Buzzi di terza, col loro progetto davanti agli occhi, ritagliata coi bordi di un barattolo una sfoglia di plastilina di circa 9 centimetri di diametro, cominciarono a riprodurvi sopra grossolanamente le forme essenziali delle figure da realizzare: la prima bozza del lavoro. I passaggi furono un alternarsi di problemi, attese, emozioni. Come fare, ad esempio, per evitare i grumi nella colata di gesso? Era sufficiente il borotalco spolverato sulla plastilina o si sarebbe formato un blocco indistricabile ed inservibile? Come fare per evitare le tanto temute bolle d’aria, capaci di invalidare tutta la fatica dei primi passaggi? Come fare per incidere le scritte al rovescio, senza confondere i caratteri o la direzione della scrittura e senza graffiare fuori posto e irrimediabilmente la superficie del calco?  Gia aveva dato risposte e consigli, ma qualche errore fu  inevitabile, come quando la scritta “LEJENDIS ATÔR PAR BUJE” apparve al positivo sottosopra, e per di più da destra a sinistra, oppure quando le lettere N o S si presentavano al contrario. Alcuni gessi, tra non pochi sospiri, dovettero essere rifatti.

Il momento più emozionante, quello in cui qualcuno arrivò al punto di ingraziarsi la buona sorte recitando sottovoce una preghiera, fu comunque quello del distacco tra i due modelli, prima il negativo dalla plastilina, poi il positivo dal negativo, in due sofferte fasi successive. Cosa sarebbe apparso nel candore del gesso appena aperto come la valva di una conchiglia?

Ebbene, alla fine apparve esattamente quello che i progetti avevano disegnato: i lunghi capelli della sfortunata “Blancje dal Comunâl”, la barba lunga del Mago Bide con in mano il teschio dissepolto in Monte, i pescatori del “Bisat de Roe” di San Floreano, la figura altissima di Toni, amico un po’ strano di Laurinz  di Barbon, tre Aganis che danzano sull’acqua, la processione di spiriti che, nella notte dei Santi, scendono a bere ad Ursinins Piccolo dal Cimitero di San Bartolomeo, l’anima dannata dell’  “Avon spirtât”; poi, naturalmente le famose monete false che hanno portato il nome di Buja nel mondo e l’immancabile Orcolat, che gli alunni avevano conosciuto già nel ’96 attraverso le commemorazioni del  ventennale del terremoto. Sul rovescio, uguale per tutti i pezzi, la sagoma dell’edificio scolastico con le iscrizioni indispensabili a ricordare questa esperienza.

I gessi, accuratamente avvolti in carta da giornale, dovettero poi prendere la strada di Cussignacco: è là che si trova la fucina misteriosa di Virgilio Beltrame, che coi crogiuoli, le staffe ed il carbone dei tempi antichi riesce a fare il miracolo di trasformare i fragili calchi in scintillanti medaglie di bronzo.

Per quanto ottimisti, già appagati  dall’esperienza effettuata, i nove piccoli medaglisti riuscirono comunque a rimanere stupiti dei risultati: Ma vale forse la pena di ricordare che la sorpresa non fu soltanto loro: già nella fucina di Beltrame numerosi artisti di quelli che la frequentano si erano dichiarati incantati dalla freschezza e dal livello tecnico di quelle composizioni, frutto dell’impegno di così giovani autori.

D’altra parte, se è vero che nella “bujesità culturale” la medaglia occupa un posto così importante, soltanto coltivandone l’arte fin dall’infanzia si avranno prospettive credibili per il futuro. In attesa che un’Istituzione (museo, scuola della medaglia, fondazione Monassi) possa avere i mezzi per diventare operativa in questo senso, la scuola elementare può benissimo fare la sua parte continuando a credere, come fa da anni, che è suo compito educativo non solo quello di comunicare apprendimenti, ma anche quello di promuovere la consapevolezza delle risorse culturali in mezzo alle quali gli alunni vivono.