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Quando in Italia una

scuola veramente democratica?

di Ottorino Dolso

 

La famiglia come soggetto politico trova il suo pieno riconoscimento giuridico negli art. 29 e 30 della Costituzione italiana nella quale è riconosciuto ai genitori il diritto-dovere prioritario nel processo di educazione dei figli.

Questa missione educativa è stata nei primordi completamente effettuata dalla famiglia e dalle comunità naturali sorte intorno al nucleo familiare; ma poi col passare dei secoli e dei millenni è stata in parte delegata alla scuola, sorta spontaneamente e in forma libera, non statale, per trasmettere la dottrina e le norme del culto con finalità religiose e professionali insieme.

In una società complessa come la nostra, dove sussistono insormontabili difficoltà per i genitori di compiere in maniera globale la loro missione educativa, a motivo dell'allontamento forzato per raggiungere i posti di lavoro, della mancanza di adeguato aggiornamento, della distanza tra le generazioni, della sempre più precoce autonomia dei figli e dell'imponente influsso dei mass-media sull'intelligenza e la fantasia dei figli, la delega alla scuola diventa una conseguenza inderogabile.

Ma non deve trattarsi di delega cieca, assoluta e passiva, bensì di delega ponderata, cosciente e libera; delega che si può dare alla scuola statale, ma che si deve poter dare anche alla scuola non statale, alla scuola libera. Nell'ordinamento scolastico del nostro paese la scuola statale e la scuola libera non statale hanno teoricamente "pari" dignità e obbiettivi comuni.

La scuola statale dovrebbe essere espressione di pluralismo culturale, cioè di pluralismo che si esprime in termini di libera azione della pluralità ideologica e partitica all'interno della comunità scolastica; la scuola non statale fonda invece il suo modello di comunità scolastica su una proposizione culturale ideologicamente qualificata ed è quindi espressione di plurali- smo ideologico nel contesto sociale.

In questi ultimi anni, però, la scuola libera sta attraversando un periodo di crisi gravissima e sembra sull'orlo di un collasso mortale. Un esempio significativo è offerto dalla stessa situazione in cui versano le Scuole Materne non statali di Buja!

Tale situazione disperata esistente in Italia va principalmente imputata all'imperante laicismo, che, nonostante il decantato pluralismo, cerca con tutte le sue forze di distruggere, complice lo stato, ogni cultura che non sia esplicitamente materialista, atea o laicista.

A prima vista potrebbe apparire un'affermazione esagerata o falsa, ma è purtroppo rigorosamente vera ed attuale e ciò naturalmente in contrasto con la Costituzione che all'art. 33, comma 4, recita "La legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali".

In realtà il decreto che avrebbe dovuto sancire i diritti e gli obblighi delle scuole non statali, non è stato ancora emanato e forse non lo sarà mai. Ma l'Italia non ha neppure applicato la "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" emanata dall'ONU nel dicembre 1948 che, tra l'altro, all'art. XXVI, 3, afferma il "diritto di priorità dei genitori nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli"; e non si è affatto adeguata alle clausole sottoscritte in sede europea come la "Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali" e il successivo "Protocollo addizionale" alla stessa convenzione il cui art. 2 sancisce il dovere, per lo stato lgiferante in materia di istruzione, di rispettare il diritto dei genitori e che siano impartite un'educazione e un insegnamento ai propri figli conformi alle loro convinzioni religiose e filosofiche.

Ma anche se lo stato italiano ha permesso la sopravvivenza di alcune scuole libere e la nascita di altre, oltre ad averlo fatto in maniera imperfetta ed incompleta, non ha certamente provveduto a dar loro una vera "parità" e ad "assicurare ad esse piena libertà" tanto è vero che ogni anno tutte queste scuole devono preoccuparsi, per tenere aperti i battenti, di pagare in tempo le relative tasse di concessione governativa come qualsiasi tabaccaio o rivenditore autorizzato.

Queste scuole libere però non sono assolutamente enti commerciali e tanto meno società fondate a scopo di lucro, ma sono un servizio pubblico di prim'ordine, di qualità generalmente superiore a quello statale, che associazioni varie, ordini religiosi e gruppi di genitori offrono con notevoli sforzi e gravosi sacrifici sia economici che morali a tutta la comunità.

E questo è un fatto ampiamente documentato dagli stessi dati ISTAT: infatti nell'anno scolastico 1978-79 gli alunni che hanno frequentato la scuola libera nell'ambito della materna, elementare, media e secondaria superiore sono stati il 16% di tutta la popolazione scolastica (nella materna addirittura il 62,5%).

 I nostri dati sono tuttavia ben lontani dai dati degli altri paesi dell'Europa occidentale. In Olanda, per esempio, il 77% degli alunni frequenta le "scuole libere" ed il servizio è gratuito; in Belgio tale percentuale raggiunge il 56,9% e lo stato interviene ugualmente a favore di tutte le scuole; in Inghilterra su undici milioni di studenti oltre nove milioni sono iscritti a scuole libere, finanziate con fondi pubblici e in Francia, infine, tra gli interventi dello stato a favore della scuola non statale, sia laica che confessionale, sono finora contemplati: il carico delle spese per il trattamento economico dei docenti, equipollente a quello riservato agli insegnanti della scuola statale e il versamento alla scuola libera di una quota forfettaria per alunno e per anno scolastico.

 Nazioni queste effettivamente democratiche dove è attuato in pieno il sacrosanto diritto-dovere dei genitori di "istruire ed educare i figli" di scegliere per loro una scuola che rispetti e confermi nel progetto educativo le loro convinzioni filosofiche, morali e religiose.

È ovvio, infatti, che non si è liberi effettivamente quando si deve affrontare una spesa maggiore per scegliere un'istituzione scolastica piuttosto che un'altra e quando si deve pagare due volte un servizio scolastico: la prima volta in quanto si pagano le tasse e la seconda in quanto si pagano le rette di iscrizione e di frequenza alla scuola libera.

Questa scuola libera ha indubbiamente la sua ragione d'essere nel suo scopo e fine essenziale che è quello di aiutare e in parte di sostituire la famiglia, fonte naturale e tradizionale dell'apprendimento primario della vita e dell'esperienza umana, nell'educazione e formazione integrale dei figli. Pertanto noi genitori democratici e tenaci sostenitori della vera libertà culturale siamo convinti che solo sostenendo e difendendo la scuola libera possiamo rinvigorire e rendere operante il vero pluralismo democratico che certamente non può sussistere in uno stato che vuole essere etico ed educatore (stato fascista o certe forme di pseudo-democrazie popolari di stampo socialista).

Allo stato democratico, infatti, spetta il compito di promuovere, sostenere e tutelare la libertà di tutte le espressioni culturali presenti nella società.