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INFANZIA A CARACAS

Il passare del tempo non ha sbiadito i ricordi degli anni trascorsi assieme ai miei genitori nel paese natio: Caracas.

 L'appartamento in cui vivevamo era situato a Los Ruices, una zona industriale attraversata da un'importante arteria, percorsa giorno e notte da una moltitudine di veicoli perché collegava i moderni quartieri residenziali con l'aeroporto e con il centro. La casa era circondata da un fazzoletto verde di prato, dove giocavo con amici italiani, venezolani e spagnoli.

Nelle corse coi pattini a rotelle, lungo i marciapiedi della strada, evitavamo a volte per un soffio il carretto del gelataio, oppure il povero bambino che urlava le notizie dell'ultima ora, nella speranza di guadagnarsi qualcosa vendendo l'edizione pomeridiana di un quotidiano.

Agli angoli delle strade - li vedo ancora - gli ambulanti con le ceste ed i carretti esponevano in tovaglioli colorati i piatti tipici della povera gente: le "arepe", polpette fatte con una particolare farina di granoturco; le "cachape", frittate di "jojoto", un mais non ancora maturo, che venivano imbottite con carne, formaggio, riso e fagioli neri; e poi c'era il "platano", una specie di banana fritta, più grande e più dolce delle banane normali. La bibita più consueta era la "cicha", fatta con latte e riso.

 Altri ambulanti vendevano i "perros calientes", che erano wurstel lessi, cotti al momento dell'ordinazione, tagliati nel senso della lunghezza e messi al centro di un panino dolce farcito con salse, o con verza o cipolla tagliate sottili, a seconda dei gusti. Gli autobus erano sempre pieni zeppi di viaggiatori. Spesso i bambini neri, dai grandi occhi tristi, si davano da fare con spazzole e tubetti di lucido per pulire le scarpe dei signori viaggiatori seduti sugli sgabelli.

 C'erano donne circondate da nidiate di figli di ogni età che avevano in comune solo la mamma e passavano il tempo fuori dalle loro baracche di fango e di assi di legno, con il tetto di eternit, sulle rive del fiume. Mio padre lavorava in una fabbrica tessile e mia madre, oltre a badare alla casa, si arrangiava ad eseguire lavori di cucito. Io andavo alla scuola bilingue dove, oltre al Castigliano, si imparavano materie italiane.

Dopo le elementari e le medie, mi sono iscritta ad una scuola superiore di ragioneria che era riconosciuta anche in Italia, così ho potuto terminare poi gli studi allo Zanon al mio rientro. La mia vita, dunque, è stata serena in quel Paese, ma i miei genitori non hanno mai dimenticato i tempi duri nei quali essi affrontarono i primi anni di emigrazione, sostenuti nel cuore soltanto da un desiderio: tornare, per costruire una casetta nel loro paese!

Lucia Minisini, mamma di federico e Massimiliano, scuola elementare "Maria Forte"