HO RIPRESO LA VALIGIA... Noi Friulani abbiamo l'abitudine di prendere la famosa valigia e andare. A me è successo proprio così, perché c'era tantissimo da fare ed io tornavo da una lunga guerra che mi aveva visto in Grecia, Albania e Russia, oltre che prigioniero nell'isola di Creta. Ritornato a Buja e vista la situazione, avrei potuto anche trovare lavoro se fossi riuscito ad adattarmi a fare lavori umili, come le pulizie nell'ufficio postale, ma non mi piaceva e così ho preso la valigia e sono partito per il Venezuela. Avevo 25 anni, infatti sono nato nel 1917. Anche mio padre e mio nonno erano stati emigranti, ma in Austria. Io, sul passaporto avevo scritto "panettiere", ma laggiù richiedevano agricoltori, i cosiddetti "campesinos" e non mi concedevano il visto. Così sono andato a Parigi, all'ambasciata, dove ho raccontato di aver perduto il passaporto e sono riuscito a farmelo rifare con il cambio di professione, grazie anche a mio zio, Ursella Angelo, fratello della mamma, che era in Italia ed era in politica. Mi sono imbarcato a Marsiglia, in Francia, dopo un mese di attesa durante il quale la nave dovette mettere gli oblò, altrimenti la capitaneria di porto non dava il permesso di salpare. Si trattava infatti delle petroliere della flotta Onassis, che erano utilizzate anche per il trasporto di passeggeri, anche se questi venivano trattati molto male. Durante quel mese di permanenza in Francia fummo aiutati e sfamati dal partito comunista, perché noi eravamo rimasti senza soldi. I francesi, inoltre, non ci potevano vedere perché tra Italia e Francia c'era stata la guerra e durante la notte, per le strade, ci facevano dispetti e ci offendevano. Finalmente siamo partiti. Il costo del biglietto era di circa 140 mila lire. Il viaggio è durato 24 giorni e non è stato affatto bello, anche a causa del mare in burrasca soprattutto nello stretto di Gibilterra. Il primo scalo fu a Barcellona, ma a me non venne dato il permesso di scendere dalla nave perché, così dicevano, io non avevo la tessera del partito fascista. Dopo varie peripezie, siamo ripartiti. Alle Canarie ci fu il secondo scalo, a Tenerife. Se fossimo stati più attenti, avremmo potuto capire che, senza andare tanto lontano, ci saremmo potuti fermare anche lì perché c'era lavoro e avremmo potuto fare maggior fortuna. Il progresso, infatti, si notava. Invece questo lo avevano capito gli Indiani dell'India e gli Ebrei che si sono fermati in quelle isole ed hanno fatto fortuna. Così abbiamo proseguito per il Venezuela. Quando ci siamo avvicinati al porto di La Guaira, in Venezuela, abbiamo visto che le colline luccicavano e credevamo che fossero ville di lusso, invece, quando ci siamo avvicinati di più al porto, ci siamo accorti che quel luccichio era dato dai tetti in alluminio: le coperture delle case di legno e cartone erano in lamiera, fatte alla buona! Credevamo di trovare ricchezza e benessere, invece... Sbarcati a Porto Cavejo, ci hanno portati a Caracas, la capitale, dove non c'erano strade asfaltate. Fummo trattenuti per alcuni giorni per visite e controlli, iniezioni contro la febbre gialla e vaccini. Ci hanno addirittura preso le impronte digitali come ai detenuti per il rilascio della carta d'identità. Io ero arrivato così, allo sbaraglio. Conoscevo, sì, persone di Buja, ma non avevo un contratto di lavoro, che ancora la legge non prevedeva. Ho lavorato prima come panettiere in un ristorante americano, poi in una compagnia petrolifera, poi ho costituito una società per fare gelati con un venezuelano. Poi questi sciolse la società per fare il costruttore, ma riuscii ad andare avanti da solo. Per dieci anni ho lavorato superando difficoltà e spese di ogni genere, fino a pagarmi lo stabile che avevo. Contemporaneamente dedicavo il tempo libero al ciclismo ed allo sport in generale. Ero stato, infatti, campione del Triveneto su pista nel 1938. Così ho pensato di radunare i giovani del posto e di avviarli a questo sport, dedicandovi il mio tempo... e molti dei miei risparmi. Guidavo i giovani negli allenamenti ed ebbi in cambio tanta gratitudine, come quando mi accompagnarono all'aeroporto (stavo rientrando in Italia per una vacanza) per donarmi una medaglia d'oro e tanti articoli di giornali che parlavano di quello che avevo fatto. Fu durante una manifestazione di questo tipo, ad esempio, che conobbi il console, figlio di Italiani fuggiti dalla prigionia nell'Isola d'Elba. Durante le partite di calcio, bowling, baseball che organizzavo, vendevo il mio gelato, ed anzi, ne avevo lanciato un tipo che aveva molto successo: una specie di sandwich, gelato tra due gallette, chiamato Gelato Minisini. L'avevo anche pubblicizzato usando una figura di Braccio di Ferro. Non era stato facile arrivare a tanto: io ero panettiere, non gelataio. Era difficile soprattutto tagliare in pezzi regolari il gelato da mettere fra le gallette, ma mi ricordai di quand'ero bambino e di come si tagliava il "nissel" per darlo da mangiare alle mucche e mi feci costruire una piccola macchina artigianale utile allo scopo da un falegname della zona petrolifera. Di sera tagliavo a pezzi piccoli due chili di gelato alla volta, mettevo una galletta sopra e una sotto, li avvolgevo in carta semplice e l'indomani li vendevo. L'attività andò bene finché non giunsero gli Americani, dotati di macchine più moderne e di carte da confezione più attraenti, che mi portarono via la clientela. Fu un periodo difficile, di grande depressione anche psicologica, durante la quale fui aiutato solo dallo sport e dai bellissimi rapporti di amicizia che, grazie ad esso, avevo creato con la popolazione. Ad un certo punto decisi di spostarmi verso il confine col Brasile, a Città Bolivar, zona delle miniere di ferro, ma poiché avrei dovuto incontrare spese enormi per trasferire la mia attività ed anche perché sembrava che non ne valesse la pena, vista la scarsa popolazione della zona, ritornato a Maracaibo cercai inutilmente di vendere agli Americani i miei punti vendita. Cominciavo a sentire forte il desiderio di rientrare in Patria. Tuttavia, prima di ritornare, ho voluto veder anche come si viveva nel nord America e mi sono trasferito in California. Ho capito subito che non era posto per me: troppo progresso ed abitudini troppo diverse. Meglio tornare in Venezuela a vendere gelati! Il progresso, tuttavia, raggiunse anche questa terra che, grazie ai pozzi di petrolio, scoperti, almeno nella mia zona, dal 1921, stava trovando una grande ricchezza. I contadini abbandonavano la campagna per raggiungere i pozzi, dove guadagnavano di più: E dire che là la terra rende il doppio della nostra, grazie alla temperatura sempre elevata (34-35 gradi, che ho sopportato per 15-16 anni pagandomi a parte l'aria condizionata). Le compagnie petrolifere che si erano divise il territorio erano la Shell, la Esso e la Standard. Una notte un pozzo si incendiò e dovettero chiamare il "Rosso", proveniente dall'America del nord e pagato con cifre esagerate, per spegnere le fiamme. Fu uno spettacolo incredibile e terribile! Gli Americani avevano il "Contratto dei 100 anni" ma non erano ben visti dai Venezolani e dovettero romperlo. I locali, infatti mal sopportavano la loro ostentazione di ricchezza che strideva con la povertà circostante. Durante la mia permanenza, difficile e provata da tanta nostalgia, ho stretto comunque amicizia con tanta gente ed in particolare con quattro amici di Buja: un Barnaba di Avilla, un Nicoloso di Santo Stefano, fratello di Nello e deceduto laggiù, un Fabbro di Collosomano e un Vattolo. Ormai, comunque, le cose non andavano tanto bene anche per grosse difficoltà politiche che erano sopraggiunte. Decisi così di ritornare nel mio paese. Desideravo formarmi una famiglia, ma non laggiù. In un primo tempo, con quel che avevo messo da parte pensavo di acquistare qualcosa in Friuli, magari alla zona di Lignano: una pasticceria o pizzeria in quel luogo che sembrava destinato a grande sviluppo. Ebbi però un'offerta dalla famiglia Cuzzolini per prendere in affitto il forno di Madonna. Era il 1962, credo, quando, tramite Adelchi Ciani presi la licenza. Era verso la fine del 1966 quando sono ritornato a Buja. Ho cominciato la mia attività pochi mesi dopo, nel 1967. Ero felice. Poi ho incontrato Nelly. Ci siamo sposati ed ora eccoci qui: Sereni. Intervista rilasciata da Angelo Minisini agli alunni della scuola elementare "Caterina Percoto" |