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VERSO L'AVVENTURA

La mia avventura in terra di Venezuela è co­minciata con uno di quegli episodi che sembrano essere un segno del destino.

Era appena finita la guerra, che aveva lascia­to al suo seguito tutti i disagi e le difficoltà che si possono immaginare ed io sognavo di attraversare l'oceano alla ricerca di condizioni di vita migliori. Non sapevo, però, come e che cosa fare ed intanto il tempo passava. Un giorno di pioggia dovetti andare a Santo Stefano per delle commissioni.

Camminavo sopra pensiero quando ad un tratto venne improvvisamente a ripararsi sotto il mio ombrello «Coletìn», figlio di Giovanni Pauluzzi, che era impiegato in municipio. Approfittai immediatamente di chiedergli qualche informazione di quelle che mi stavano a cuore, ad esempio quali erano i Paesi sudamericani aperti all'emigrazione e come muovermi per organizzare la partenza. Lui mi rispose che si poteva pensare all'Argentina, al Brasile o al Venezuela.

Mi informai dove la moneta valeva di più e puntai decisamente sul Venezuela. Mi ricordai che a Roma lavorava come impiegato il figlio del nostro impiegato postale. Chiesi il suo indirizzo, gli scrissi e la risposta arrivò dopo poco tempo: dovevo eseguire una serie di certificati che avrei dovuto consegnare alla Delegazione a Roma. Ci andai personalmente ed aspettai.           

Nell'autunno del '47 arrivò il permesso di emigrazione, ma purtroppo solo per mio marito. Lui parti nella primavera successiva con una nave che si chiamava «Pace», mentre io dovetti rimanere ancora qui ad aspettare che il mio sogno diventasse vero. Finalmente, nel 1949 potei imbarcarmi su un mercantile ed incominciare il lungo viaggio che mi avrebbe portata di là del mare. Arrivai il sabato santo, dopo un viaggio un po' movimentato, ma complessivamente abbastanza buono.

Al mio arrivo io non dovetti più sottostare alle misure di quarantena che invece aveva dovuto accettare mio marito: benché fosse passato poco tempo, infatti, i campi di raccolta degli immigrati erano stati sostituiti da una specie di disinfezione con la calce, obbligatoria per chi arrivava, per evitare che importassimo malattie sconosciute.

Il bello è che noi, prima di partire, eravamo stati vaccinati praticamente contro tutto quello che si poteva vaccinare proprio per evitare di andarle a prendere, le malattie sconosciute. Non tutto è stato facile laggiù, ma non mi posso lamentare e sento ancora tanta nostalgia di quel Paese che è diventato il Paese dei miei figli, nipoti e pronipoti.

Maria Micoli, zia di danna, scuola elementare «Maria Forte»