VITA DA EMIGRANTE Erano gli anni 50. Qui il lavoro scarseggiava da tempo, e fra un paese e l'altro si sentiva dire che emigravano in Venezuela. Era una novità. I giovani, appoggiandosi a qualche impresa, cominciavano a partire: prima se ne andavano gli uomini da soli, poi si facevano raggiungere dalle famiglie, appena possibile.
Era cominciata la nostra avventura in Caracas, una bellissima capitale, e subito si presentò l'opportunità di lavorare, finalmente senza incertezze. In poco tempo avevamo un sacco di amici, tutti di Buja e specialmente di Sottocolle. Passavamo insieme, a casa nostra e in allegria, molte serate ed eravamo tutti uniti come in una grande famiglia. La notte dei Santi, seguendo le tradizioni del nostro paese, abbiamo perfino recitato insieme il Rosario e mangiato le ballotte! Il tempo passava velocemente, senza che ci rendessimo conto di quanto, in realtà, eravamo lontani dal nostro paese. Il vivere lontani, tutti insieme, ha comunque creato tra noi legami molto profondi ed ancor oggi ho nel cuor un ricordo caro e affettuoso per quelli ch hanno condiviso con noi quel periodo di emigrazione. Per me e la mia piccola famiglia però, l'anno più significativo e stato senz'altr quello trascorso a Cabudare, nei pressi di Barquisimeto, situato a centinaia di chilometri d Caracas. Si trattava di un vero e proprio luogo da safari, con clima torrido, in un arida pianira. Poco lontano si estendeva una grande fore sta dalla quale tutte le mattine si levavano i volo stormi di pappagalli e di altri uccelli, che alla sera facevano ritorno nella loro "casa" nel bosco. In cortile noi avevamo una vasca di acqua potabile: lì venivano ad abbeverarsi gli asini in libertà, tantissimi uccelli, ramarri di ogni specie e dimensione, bestiole selvatiche e farfalle coloratissime. Noi abitavamo in una baracca senza luce, privi di ogni comodità. Mio marito faceva il camionista in una fornace, ma lì c'erano anche altri operai friulani, ai quali io preparavo da mangiare. Quasi ogni notte si andava con la jeep a caccia di conigli selvatici, che poi io cucinavo. Durante il tragitto non era raro che ci attraversassero la strada serpenti di ogni qualità e dimensione. Una sera mio marito ed altri compagni di caccia si inoltrarono un po' troppo nel bosco ed incontrarono la tigre. Riuscimmo a sfuggirle appena in tempo, tornando indietro di corsa, tutti spaventati. Nella nostra camera si era insediato un piccolo ramarro. Il suo rifugio era nelle falde del mio ombrello ed aveva le sue abitudini quotidiane: di notte usciva a caccia di mosche, al mattino usciva di casa insieme a noi. È stata un'esperienza certamente insolita, dopo la quale tornammo a Caracas, dove siamo rimasti fino al rientro in Italia. Flaminia Vacchiano, nonna di Anna, scuola elementare "Maria Forte" |