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La Casa di riposo

 sempre nel cuore dei bujesi

di Mirella Comino 

 

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Il problema degli anziani, della loro condizione e delle loro necessità sul piano psicologico e sanitario e, più in generale, sul piano umano è un grande problema: uno dei più grandi, forse, nella società d'oggi, ed è ancora destinato a crescere. L'invecchiamento dell'età media di sopravvivenza, il mutamento di alcuni modelli sociali, in particolare quello famigliare, l'affinarsi di una sensibilità generale nei confronti della qualità della vita sono alcuni degli elementi di una questione che la comunità affronta proponendo strumenti e soluzioni diverse.

A Buja funziona dal 1982 il Centro per anziani, donato dagli Stati Uniti d'America dopo il terremoto: un piccolo villaggio in cui gli ospiti, normalmente autosufficienti nella gestione dell'attività quotidiana, possono trovare la sicurezza di alcuni servizi di prevenzione ed assistenza. Preceduta da esperienze felicemente realizzate durante la prima emergenza post-sismica, si è parallelamente consolidata nel nostro comune, con l'applicazione della riforma sanitaria del 1981, l'assistenza domiciliare, affidata all'U.S.L. che si prende cura di quegli anziani o infermi che possono essere assistiti nel loro ambiente domestico. Ma, accanto ai più fortunati che possono provvedere a se stessi o contare su sufficienti risorse famigliari in termini di assistenza, restano le necessità di coloro cui i mali più o meno gravi hanno tolto l'autonomia, cronicizzandone la dipendenza dagli altri.

Sono i casi in cui la lungodegenza diventa l'unica soluzione accettabile, quando le forze personali e quelle della famiglia non sono più in grado di assicurare condizioni di vita dignitosa. Proprio a questo ruolo, cui era storicamente legata da ottant'anni, è stata riconsegnata ufficialmente la Casa di riposo attigua al Centro Anziani, inaugurata il 2 dicembre scorso dopo i lavori di ristrutturazione che le hanno ridato sicurezza statica e funzionalità.

Della storia dell'istituto e dell'edificio che lo ospita sappiamo quasi tutto grazie alla ricerca che Pietro Menis pubblicò nel 1961, allorché, con l'attenzione che gli era consueta, coglieva l'occasione del completamento del nuovo edificio (lo stesso il cui restauro si è appena concluso) per lasciare ai Bujesi le notizie indispensabili a conoscerne storia e significato. "Cinquant'anni della Casa di Riposo a Buja" è un volumetto che annota pagine di documenti, testimonianze, riferimenti ed osservazioni che descrivono la vita dell'istituzione: un cammino difficile, contrastato da ristrettezze economiche indescrivibili, da vicende tragiche come le due guerre mondiali con le loro eredità di orfani e di malati, da problemi igienico-sanitari oggi inimmaginabili, e, a volte, dalla scarsa sensibilità di chi avrebbe dovuto provvedervi.

Eppure, accanto a queste ombre, si impongono per grandezza e chiarezza la tenace fede del fondatore mons. Bulfoni, la generosità dei benefattori, l'abnegazione illimitata delle suore francescane, divenute personaggi da tramandare nella memoria dei più giovani. E sorprendente scoprire nelle pagine di Menis come il tempo abbia dato agli elementi di questa storia una continuità che arriva, nel bene e nel male, fino ad oggi: le suore francescane, ad esempio, sono tuttora le operatrici principali nella gestione dell'istituto, capaci di sacrifici di cui la società d'oggi pare a volte essersi dimenticata, e, in più, capaci di una professionalità che sa scegliere, consigliare e realizzare le migliori condizioni di vita per gli ospiti ricoverati.

Inoltre difficoltà e intralci, generosità ed ostinato ottimismo si sono contrapposti, pur in diversa misura e condizione, anche in questi ultimi tempi, in cui è stato necessario effettuare le scelte che hanno portato alla riattivazione dell'edificio. Relativamente nuovo, esso nel '76 pareva appena sfiorato dai danni del terremoto, ma cominciava a rivelare tutti i limiti di attrezzature ormai obsolete rispetto alle necessità di una assistenza moderna. Mancando la possibilità di attingere a finanziamenti destinati alla ricostruzione, i primi lavori di manutenzione straordinaria e di controllo delle condizioni statiche iniziarono grazie alla solidarietà della Caritas lussemburghese, che aveva raccolto 90 milioni di lire tra gli emigranti.

Purtroppo, sotto gli intonaci superficiali si evidenziarono subito gravi problemi di sicurezza statica che, non risolti, avrebbero chiuso per sempre la storia di questo fabbricato e del servizio che ospitava. Solo la convinzione che quel servizio fosse una risorsa civile e sociale che Buja non poteva disperdere o delegare ad altri consentì di superare gli interrogativi di carattere economico (altri 660 milioni, reperiti tramite mutui da caricare interamente sul bilancio comunale), le difficoltà burocratiche, il pessimismo circa i problemi di gestione ed altre perplessità politiche riguardanti la lungodegenza e le sue soluzioni alternative negli istituti di cura. Una convinzione così motivata dal sindaco Gino Molinaro nel saluto inaugurale del 2 dicembre:

"gli anziani sono un elemento insostituibile nell'identità sociale e culturale di un paese".

Rinunciare ad accoglierli in seno alla comunità sottraendo loro i mezzi per un'adeguata assistenza sarebbe stato ancor più lacerante che perdere i punti di riferimento costituiti dagli elementi architettonici ed urbanistici che il terremoto si è portato via. Una convinzione che anche altre forze sociali hanno dimostrato di condividere: le scuole, innanzitutto, per una scelta pedagogica sempre più matura ed approfondita, e le associazioni. Gli alunni sono abituati a considerare le situazioni della comunità in cui vivono come realtà delle quali è necessario rendersi conto e farsi partecipi per dare e ricevere elementi di crescita umana.

Agli anziani danno la freschezza della loro allegria negli incontri periodici in cui organizzano i loro piccoli spettacoli o, come in occasione dell'inaugurazione, nei variopinti disegni murali lasciati sulle pareti del nuovo edificio. Ricevono con altrettanta semplicità applausi sinceri e commossi, ma soprattutto sanno che al Centro anziani ed alla Casa di riposo esiste un patrimonio vivente di testimonianza del passato che non hanno bisogno dell'efficienza fisica per venire alla luce e mettersi a disposizione di chi vuole documentarsi e capire i fatti, le trasformazioni e i valori della piccola storia.

Le associazioni e i gruppi di volontariato non fanno che tradurre in momenti di presenza in mezzo agli ospiti quella carica di solidarietà sociale che spesso è la forza motrice dei loro sodalizi, prima ancora delle ambizioni artistiche e culturali. Essi, comunque, si sono assunti per intero l'impegno organizzativo ed economico della giornata inaugurale. I comitati di borgo e le associazioni culturali, normalmente impegnati nelle loro diverse attività e finalità, si sono ritrovati affinché gastronomia e spettacolo rendessero indimenticabile la giornata degli ospiti, ma chiamassero anche gli altri concittadini a rendersi conto di una realtà che vive quotidianamente all'interno del paese.

Nell'introduzione al suo libretto Pietro Menis osservava già allora che "nella coscienza della cittadinanza l'istituzione diventò qualcosa che superava i confini della borgata...". Osservava anche che "la Casa sorse più per impulso di cuore che di calcolo" poiché "sapeva, il fondatore, che la sua opera non poggiava sulla rena, ma su qualcosa che ha basi più solide e profonde, il cuore del popolo di Buja!". Dio voglia che quel cuore non sia cambiato, e che quanti si sono ritrovati il 2 dicembre a inaugurare l'edificio oramai sicuro, confortevole e funzionale rappresentino una ben più ampia ricchezza di valori umani e cristiani ancora vitali nell'intimo della nostra comunità.